L’Oratorio di Franco Arminio

agosto 17, 2011
Franco Arminio
Oratorio bizantino

“Senza volerlo, ogni giorno rischiamo di trasmettere un po’ del nostro futile disincanto agli innocenti, agli inermi”. La paura è che perpetuare il nostro sistema di “vanità”, la perdita della “sacralità” un tempo nostra e condivisa, faccia soprattutto male ai giovani, ai bambini…
Ma come si fa ad essere così sconsolati? Perché ormai si avverte che manca proprio quel cum che potrebbe appunto consolarci, se avessimo intono qualcuno con il quale dividere la pena! Invece intorno in genere si coglie indifferenza, se non è apatia, se non è la superiore atarassia dei vecchi greci… Intorno ormai c’è un senso diffuso di tanto chi me lo fa fare, non è che vada poi così male, ma perché te la prendi tanto…
“Ce ne sono in ogni luogo, cucitori dell’ovvio, idioti senza dolore. – scrive Franco Arminio nel suo dolente e forse inconsolabile Oratorio bizantino, in cui ha raccolto scritti di un decennio apparsi su vari giornali, scritti alla sua maniera, con la sofferta consapevolezza di isolato. – Vorrei che qualcuno di loro, una sola volta, si dicesse affranto o disonesto o consapevole della merda che ha messo in giro. E invece stanno qui a ronzare compiaciuti sul niente in cui sono affaccendati, quasi fieri di essere meschini e astuti”.
Questo non ci consola, perché a questo punto, ci sembra di essere una bestia rara, una di quelle in via di estinzione con tutto il suo abituale habitat, al quale più nessuno vuole interessarsi (se non, come appunto si fa con gli animali rari, con interventi palliativi spesso a fini spettacolari): ci si sente fuori dal mondo, prigionieri di un mondo nostro che è solo nostro, intriso di quel che sentivamo come nostro e possiamo tenerci come tale, dal momento che non importa ad altri, a quasi tutti gli altri!
È impossibile persino rimanere fedeli al piccolo quotidiano in cui si vorrebbe conservare un’identità non compromessa. I compagni di partito non ci sono più, perché nemmeno c’è il partito, non c’è più la sezione in cui si discuteva animatamente: ora si guarda la tv e si impara che “bisogna vedere, bisogna aspettare, bisogna capire”... Nel paese dal quale troppi sono emigrati e parecchi degli altri sono morti, ci si commuove sempre meno per la scomparsa di qualcuno, che sia il vecchio sacerdote (magari arriva il vescovo e tutto il clero in pompa magna – e la tv), o il bambino “scivolato in paradiso” per un incidente.
“Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più”.

Jaime Rocha portoghese

agosto 15, 2011

Conosciuto grazie agli amici Georges e Nicole negli “Incontri del Sud” a Grabels e Frontignan, il poeta portoghese Jaime Rocha ha la mia età (e altre somiglianze: prima pubblicazione nel 1970…).
Propongo i primi due testi dal suo straordinario libro Extermination – pubblicato in occasione della sua partecipazione al Festival di Sète Voix vives. De Méditerranée en Méditerranée

1.
A cidade encontra um pássaro dentro do
espelho. E nessa visão o homem descobre um nervo,
um sentido. Debaixo de uma fonte apodrece
e estátua. A sua alma debate-se contra os muros.
Desfaz-se numa linha obscura entre rosas.
Também outras flores que o mundo cria
ao amanhecer. escondidas, de costas para uma
grande tela de plástico. E nesse abismo, na cratera
luminosa nasce outra vez a crime desse pássaro.

1.
La ville découvre un oiseau dans
le miroir. Et dans cette vision l’homme
trouve un nerf, un sens. La statue
pourrit sous une fontaine. Son âme
se débat contre les murs. Elle se défait,
ligne obscure parmi les roses.
Et bien d’autres fleurs que le monde
crée au petit matin. Elles se cachent,
le dos tourné à une grande toile
plastique. C’est dans un abime, dans
un cratère lumineux que le crime
de cet oiseau renait une fois encore.

1.
La città scopre un uccello in uno
specchio. E l’uomo trova un nervo in questa
visione, un senso. Sotto una fontana marcisce
una statua. La sua anima si batte sui muri.
Si disfà, oscura linea fra le rose. Come
i diversi fiori che all’alba il mondo
crea. Si nascondono dietro un ampio telo
di plastica. In quest’abisso, in un cratere
luminoso ancora nasce il crimine di quest’uccello.

 

2.
É de noite que ele dança, fulgurante
e ébrio, como uma espada de sangue
no deserto. A cidade esvazia-se nas casas,
inventa uma árvore morta, um sonho circular
que se escoa num novelo, entre os dedos.
E quando a noite finda e os homems ressuscitam,
ele transporta uma tábua dentro do peito
como um vírus roendo o seu proprio ninho.

2.
La nuit venue, il danse, fulgurant
et ivre, comme une épée de sang
dans le désert. La ville se vide dans les maisons,
elle invente un arbre mort, un rêve circulaire
qui se glisse dans une pelote, entre les doigts.
Et quand la nuit s’achève, quand les hommes ressuscitent
il porte une planche dans la poitrine
tel un virus rongeant son propre nid.

2.
Venuta la notte, quello danza folgorante
e ubriaco, come una spada di sangue
nel deserto. Si svuota la città nelle sue case
e inventa un albero morto, un sogno circolare
che si smorza in un gomitolo fra le dita.
E quando muore la notte e gli uomini resuscitano
lui porta una tavola nel suo petto
come un virus che rosicchia il suo stesso figlio.

Le Buste Gialle di Giuseppina Scotti

agosto 13, 2011

 

L’amore non ha tempo, non ha tempi, non ha età, non conta gli anni. Una “storia d’amore” è in se stessa un ossimoro, poiché appunto la si vuol chiamare storia ed assegnarle quindi tempi (di origine, svolgimento, fine: passato, presente, futuro), mentre all’amore compete la dimensione extratemporale, esulando il suo dominio dal comune intendere delle cose terrene che – esse sì, purtroppo – passano e finiscono.
Tutto questo lo sa, Giuseppina Scotti, autrice di un piccolo toccante libro d’amore, Le buste gialle (Editrice Innocenti), che a suo modo sviluppa una intesa d’amore vissuta (ci lascia credere di averla vissuta) eppure indefinibile. Un paradosso… ma bisogna crederle: a lei davvero l’amore ha dato spazi ultraterreni, davvero le ha parlato con voce oltremondana, le ha detto di cose invisibili, inconoscibili. Scrivendo lettere d’amore al compagno (quanto realmente accanto a lei o immaginato non è dato sapere e importa poco saperlo), al sogno che le ha fatto scoprire un risveglio nuovo nella sua esistenza – finalmente “donna” – Giuseppina ha intrecciato un rosario di perle, finissime nella politura, commoventi nella bellezza che emanano.
Prevale il sentimento, certo (all’amore non si comanda, si sa), ma in queste lettere spedite in buste gialle c’è pure più volte l’espressione di un’amara consapevolezza, latente e lancinante insieme. Poiché l’amore, scaturito e vissuto nel profondo, vorrebbe farsi storia, vorrebbe diventare vita reale, vorrebbe avere visibilità nel mondo comune e così perdere (per averla contaminata e sciupata nel contatto) la propria sublime aura di condizione dell’anima, felice e appagata per essere tale.
La scrittrice di queste lettere però (ossimoro o paradosso importa poco anche questo), malgrado potrebbe causare a quell’amore un pericoloso aumento di fisicità e quindi di corruttibilità, non commette un tale abuso: Giuseppina Scotti conserva un candore (di artista e di donna) e un’onestà si direbbe etica, che consentono al suo sogno di non svilirsi, e fissarsi invece come un prezioso gioiello incastonato in un diadema ancora più prezioso. E lei, custode accorta, ce lo mostra soltanto per farsi dire che è stata brava a non gualcire un così bel momento, mettendolo sulla carta e facendocene partecipi, un lungo momento fuori del tempo, in un mondo tutto suo – in cui potremmo accedere solo se capaci di far pulito il nostro animo, dimenticando la banalità del quotidiano.

Libertà di stampa sempre

luglio 2, 2011

È necessaria una premessa diciamo così di ordine metodologico: che libro è, questo Roghi fatui di Adriano Petta, appena ristampato da “La Lepre edizioni” dopo l’uscita con “Stampa alternativa” quasi una decina di anni fa? È un libro fatto di libri, che parla di libri, è la storia della storia del libro, inteso come stampato ma pure manoscritto… è in qualche modo un saggio sul valore, sul ruolo sociale della stampa (“quale prezzo abbiamo pagato per la libertà di stampa?” è la domanda, nemmeno tanto retorica, posta in copertina), ma è scritto in forma di romanzo, anzi, è una successione di racconti, meglio di quadri narrativi ma storicamente riconoscibili: sono veri i personaggi e le date, i fatti e i discorsi (per quanto, almeno questi ultimi, in più di un caso, immaginati – sia pure in modo verosimile).
Ci troviamo qui di fronte a una dichiarazione d’amore in piena regola, che un appassionato rivolge all’oggetto della sua passione. E all’oggetto non solo (il libro, in questo caso) ma ovviamente pure a quanto nel libro si può veicolare di “verità e libertà”, come sostiene appunto l’appassionato, il quale non ammette, ovviamente, che lo si possa contraddire. Pertanto, lo scorrere dei capitoli di questo libro, “dai Catari a Giordano Bruno” e fino a Galilei, è tutto un seguito di malefatte commesse a danno di quell’oggetto (e di coloro che l’amano o vorrebbero) da parte del potere – ecclesiastico in questo caso (ma ben si può estendere la denuncia ad altri poteri che – per ragioni di potere – hanno paura del libro, della stampa in generale e soprattutto della libertà di pensiero trasmessa attraverso i libri e la stampa).
L’epigrafe nicciana, “Tutto il lavoro del mondo antico per prepararci a una civiltà scientifica e libera ci è stato defraudato dal cristianesimo”, è subito indicativa di un programma; e Roghi fatui è certo un libro a programma, per la sua natura di polemica testimonianza, suffragata da citazioni numerose e dettagliate. Le figure storiche successivamente attrici nei capitoli centrali sviluppano un processo di conoscenza continuamente ostacolato dai predecessori della figura che domina l’ultimo capitolo: Papa Leone XIII. È il Vaticano infatti il massimo accusato in questo processo all’incontrario. Dopo secoli di Inquisizione, di roghi e indici, Adriano Petta vuol fare giustizia di tutti gli “oscurantismi e crimini” commessi.
A modo suo ci riesce – con malcelate punte di cattiveria ideologica – poiché alla fine si resta stravolti e stupefatti, quasi increduli di quanto male sia stato fatto in nome del bene, di quanta falsità abbia circonfuso la presunta verità ufficiale, contrabbandata come tale anche contro le più evidenti ragioni della ragione umana (scientifiche e verificabili e – almeno per un certo tempo – non aliene dallo stesso confronto col divino!).
Adriano Petta non ce l’ha infatti, non direttamente con Dio, piuttosto con l’abito che a Dio – o comunque debba chiamarsi la forza che anima l’universo e soffia nell’uomo – è stato imposto da ministri opportunisti. Probabilmente è un razionalista agnostico che potrebbe tranquillamente rispettare i credenti e i cristiani pure (un po’ meno i cattolici) purché non vogliano prevaricare il pensiero altrui, non accettando posizioni libere se contrastano con la loro.
Roghi fatui, lavoro conclusivo della cosiddetta “trilogia sul libero pensiero” dopo Ipazia e Eresia pura (anch’esso sta per essere ristampato), è un gran libro da meditare. Aspro da leggere e duro da digerire, ma ricco di vita: ci sono parecchi frammenti della vita che adesso noi siamo, se siamo liberi di pensare e scrivere e pubblicare quello che siamo.

UNA AMICIZIA EPISTOLARE

giugno 22, 2011

DEFELICE – NAPOLITANO in punta di penna…

 

 

È uno di quei libri che una volta si sarebbe potuto scrivere con facilità, un epistolario fra intellettuali… una cosa che ormai è sempre più rara. Invece Domenico Defelice ha sempre conservato le lettere che gli inviava Nicola Napolitano (purtroppo non tutte le proprie)… e qualche anno dopo la morte dell’amico ha deciso di farne un libro.
Quella tra Defelice e Napolitano fu un’amicizia trentennale, vera, fraterna, malgrado la differenza di età. Ricca di scambi epistolari, di reciproche recensioni, di profonda stima per il lavoro altrui. Rispettando una promessa fatta in realtà a se stesso, ma certo di interpretare i sentimenti dello scomparso, l’autore di questo commovente ricordo pubblicato nella collana “Il Croco (i quaderni letterari di Pomezia-notizie)” compie in effetti un’opera altamente meritoria. Non solo per l’affetto nei confronti dell’amico, del quale fa riascoltare la voce (alcune lettere di quelle qui proposte sono poco più che biglietti privati), ma perché nel corpus epistolare di Nicola Napolitano si può cogliere un vero saggio critico sul costume del tempo.
Sparse nelle varie lettere, si trovano considerazioni sociologiche (e pedagogiche, in senso lato), riflessioni sul fare poesia e sulla vanità della speranza di potere con quella cambiare il corso delle cose… C’è, spesso, e più nelle ultime, la consapevolezza di trovarsi ai margini della società, che mal sopporta gli spiriti liberi. E qui il discorso ovviamente è ancora attuale, e bene ha fatto dunque Defelice a riproporcelo nelle parole accorate del professore-poeta Nicola Napolitano, attento a quel che gli succedeva intorno eppure distaccato nel formulare giudizi mai di parte, piuttosto ispirato ad un superiore spirito di umana fratellanza.
Il “quaderno” curato da Defelice comprende una sua doppia introduzione: “Poeta e scrittore innamorato della terra” (breve raccolta di scritti già apparsi in rivista) e “Sette brani tra natura e sociale” (analisi di testi esemplari). In definitiva, un atto d’amore, nato dalla riconoscenza per il continuo supporto affettivo che appunto emerge dalle lettere qui raccolte: l’anziano scrittore non perde occasione per incitare il più giovane ad avere fiducia in se stesso, prima che negli altri (fiducia che a lui personalmente comincia a venir meno), a scrivere e testimoniare come sa fare (come egli stesso è sicuro di aver sempre fatto) – quasi uno specchiarsi di due personalità (provenienti da un ambiente simile, con esperienze esistenziali sofferte entrambi), in cerca di una risposta difficile alla inevitabile domanda: cui proderit? Tanto cercare, affannarsi, donarsi… a chi?
Defelice almeno pensa che pubblicare queste lettere contribuisca a rilanciare una sfida – bisogna sperare che altri la raccolgano: credere in sé non sempre basta, ma continuare a crederci aiuta a vivere.

FARE POESIA INSIEME

giugno 14, 2011

Daniele Giancane
Scrivere poesia. Essere poeti

Il libro del paradosso

Essenziale vademecum per operatori e neofiti, questo lavoro di Daniele Giancane (ultimo suo, certo provvisoriamente, considerata la convinta esigenza che egli ha di partecipare la sua scrittura) andrebbe letto e studiato, tenuto sul comodino, sfogliato ogni tanto per riflettere e magari addormentarsi più sereni e fiduciosi: c’è ancora speranza che, parlando, scrivendo, comunicando, l’uomo si ritrovi, si riscopra appunto uomo, liberandosi dalle infinite sovra(o sotto)strutture verbali e mediatiche alle quali è ormai assuefatto – non tutti, per fortuna!
Paradossalmente, ha un titolo dicotomico, questo libro dedicato alla difficile e bistrattata arte poetica – in realtà, infatti, “Scrivere poesia” e “Essere poeti” non è la stessa cosa, come purtroppo molti sono portati a pensare, specie quelli che scrivono e – dice Giancane – “leggono (se pure) solo se stessi”…
Ben venga, allora, il professore-poeta con la testimonianza di esperienze vissute che lo hanno portato a verificare quanto la poesia possa essere e farsi non solo messaggio di sentimenti, non solo “riflessione sulla parola” (che è comunque la qualità fondamentale del dire poetico), ma addirittura ipotesi di salvezza per il mondo, certo per l’uomo d’oggi vittima di illusorie chimere espressive. Da professore e da poeta, Giancane ritiene di poter affermare che “il significato pedagogico di questa avventura cartacea” è profondo e vitale. Chi scrive sa, e chi vuole scrivere sappia, che “siamo davanti ad una scrittura che cerca un dialogo; ad una scrittura-mezzo, non ad una scrittura-fine”. È un concetto ripetuto, in questo libro che è una raccolta di saggi autonomi ma legati dal filo dell’impegno, alcuni già apparsi in riviste specializzate. Scrivere serve più a chi scrive di quanto ci si possa augurare che serva a chi legge.
Anche questo è un paradosso: Petrarca si augurava che la sua canzone potesse “gir infra la gente” a parlare dei suoi affanni; affidava alla scrittura poetica la sua invettiva politica lo stesso padre Dante, che nel ritratto di Signorelli orna in copertina Scrivere poesia. Essere poeti (pubblicato in bella veste da Genesi – peccato per certe buffe sviste tipografiche). Ma nella poesia bisogna mettere se stessi o fare in modo che il lettore si possa riconoscere? E questo è un cruccio eterno, forse irrisolvibile. A volte, scrivere di sé e comunicare ad altri chi si è, mette in crisi, fa scoprire, proprio mentre lo si comunica, un se stesso diverso, inquietante… come è avvenuto ai detenuti di Trani (ai quali Giancane e i suoi colleghi poeti del gruppo “la Vallisa” di Bari proposero un corso di poesia), che – dopo aver imparato a scrivere versi – si accorsero di essere diventati troppo “sentimentali” e pertanto “deboli” e quindi soggetti al ridicolo, una volta rientrati nella vita loro quotidiana… La poesia li aveva forse redenti ma non del tutto trasformati in nuovi esseri umani.
E con i bambini come ci si deve comportare? L’altra grande lezione che si ricava da questo Scrivere poesia. Essere poeti  riguarda infatti i più piccoli lettori e scrittori di versi. Daniele Giancane insegna proprio Letteratura per l’infanzia all’Università di Bari e sono illuminanti i saggi su “La scrittura bambina” e “Il mondo segreto dei bambini”. Non corriamo il rischio di carcerare i bambini nelle false e fuorvianti strutture della società massmediatica! È probabilmente l’assunto che muove la riflessione pedagogica sulla poesia per bambini e dei bambini. Abituiamoli dunque a riconoscere nei testi poetici, altrui e magari propri, la possibilità di crescere, di crescere insieme. Poiché – la parola “insieme” è la più bella del vocabolario, affermava il grande maestro Rodari – scrivere poesia non fa sempre essere poeti, ma uomini sì, consapevoli di un mondo interiore da partecipare, da migliorare confrontandosi, da testimoniare a chi verrà. “Chi scrive poesie è un io che cerca il tu”.

LA SFIDA DELLA LUCE

giugno 4, 2011

Giordano Bruno  di Carmen Moscariello – Guida, Lettere Italiane, 2011

Un azzardo, la sfida con Giordano Bruno? Forse, ma certamente Carmen Moscariello, autrice del dramma Giordano Bruno. Sorgente di fuoco, ha voluto affermare la sua necessità di testimoniare in favore del libero pensiero (e non è che sia una proposta inattuale!). La figura del Nolano è stata a lungo (ed è ancora) talmente raccontata e studiata, esaminata, discussa, che parrebbe non avere bisogno di nuove pagine, di nuovi interpreti… Ma queste appena pubblicate sono pagine diverse, sono pagine letterarie (si tratta formalmente di un dramma in versi, quasi un oratorio), e sono però dense di pungenti, nervose, intelligenti aperture sull’opera di Giordano Bruno. Era dunque opportuno che un lavoro simile vedesse la luce: per quanto azzardata, la sfida intellettuale di Carmen Moscariello si può dire vinta.

Va detto pure, poiché certo non guasta, che il libro – corredato di tre note critiche, di cui una a firma dell’illustre Aniello Montano – si presenta anche in bella veste. La copertina curata da Salvatore Bartolomeo è particolarmente suggestiva: la figura del monaco si staglia inquietante come deve, per ammonirci subito a guardarci intorno – non è più tempo di inquisizione, ma non è morta la paura della verità, specie se vuole dichiararsi diversa da quella imposta da qualcuno.

 

Dopo un “Proemio” in cui l’autrice stessa dialoga con il filosofo, rammaricandosi perché “il mio mondo è peggiore di quello che ti arse”, la prima sorpresa – non soltanto scenica – è la presenza di Circe. Perché la maga, ben altrimenti nota, qui veste i panni di chi “lotta contro la cecità dell’intelligenza”: nella sua grotta sono infatti puniti (simili ad asini e maiale) coloro che hanno fatto abuso e commercio del sesso, seduttori e ladri, ipocriti di ogni risma. E tutti loro – felice paradosso che va al di là della storia (oltre che dell’etica e di qualunque morale religiosa!) – odiano Bruno che ritengono più di loro stessi meritevole di punizione, per aver fatto professione di libera fede!

In questa “Sorgente di fuoco” il filosofo nolano è accompagnato al supplizio attraverso una serie di scontri con i suoi accusatori, in primis Bellarmino, ma pure un improbabile colloquio con il finto pazzo Campanella. Come sottolinea Ugo Piscopo nella sua penetrante (e documentata) nota di lettura, “quell’omino del Sud, così fragile e così intrepido, non volle intendere ragioni, suggerimenti, minacce”: Giordano Bruno si erge dunque nel suo tempo, e rimane a monito perenne, come “innocente vittima dell’autoritarismo e dell’arroganza della Curia romana”.

I miei seguaci / mai potranno vergognarsi del Maestro / ma orgoglioso il mio patire attraverserà la storia.

Così nelle parole di Carmen Moscariello si propone un ideale di insegnamento che va oltre la parola occasionale e provvisoria della predica, del libro… Sarà il tempo a fare giustizia, a dire se

Dio è in ogni cosa, in ogni fiore, in tutti i mari…

Giordano Bruno sa di non doversi curvare all’ignoranza funzionale che fa comodo alla Chiesa e – ben più dei grandi riformatori del suo tempo – spinge la sua speculazione al di là dei confini del conoscibile, accogliendo in sé il peso e insieme i limiti dell’universo.

Il mio pensiero ha le ali eterne.

A PROPOSITO DI SAFFO

giugno 4, 2011

Saffo di Gianluca Paolisso

 

“Io sono ciò che ho perso”, dice di sé la poetessa Saffo, sul finire di questo libro a lei dedicato dall’amore di uno studente davvero degno di questo nome (ce ne fossero, che perdono tempo addirittura a scrivere romanzi!). Ma forse le si potrebbe rispondere con le parole di Svevo: “ho vissuto solo nei momenti che ho fissato sulla pagina” – e rassicurare entrambi: siccome la poesia è di chi la usa, e l’autore di un testo vive in chi lo legge, entrambi (ma qui ci interessa l’ombrosa scrittrice di Lesbo) stanno bene in mezzo a noi. Avranno vita nelle nostre attenzioni di lettori, se – com’è vero – della loro esistenza non è andato perso il bene che ci hanno trasmesso.
L’idea di sviluppare, da pochi frammenti poetici, una biografia poetica di Saffo (nel senso che poeticamente l’autore se la cuce – dichiaratamente – addosso, e la presenta come probabile ma vera), l’idea di ricostruire un’esperienza esistenziale attraverso la sua resa poetica, della quale la protagonista della storia in realtà ci ha lasciato eredi, funziona, e attira più di altre biografie più o meno romanzate alle quale pure siamo abituati. Trattandosi di un’opera prima, non è dato sapere se e quanto l’autore abbia agito con sola passione o con un pizzico di scaltrezza, ma gli si può certo riconoscere una buona disposizione tecnica (e l’evidente partecipazione umana).
La Saffo del libro di Paolisso, pur somigliandole molto, non è quella che conoscevamo – è molto di più, ed è forse proprio per questo di più che ci incuriosisce: noi che la conoscevamo – gli altri, attenti o meno che siano alle rispondenze con quel po’ che si sa, coglieranno l’immagine e la vicenda di una donna eccezionale, “diversa” a tutti i costi. Qui, comunque, volutamente più donna che poetessa, e fremente di amore più che sacerdotessa di Eros. Ma, si fosse intitolata Margherita, o Storia di un’anima, la storia narrata dal giovane liceale Gianluca Paolisso (anche se fosse dedicata ad una qualsiasi altra donna di quel tempo) sarebbe egualmente gradevole da leggere, commovente in certi punti, stimolante alla riflessione storico sociologica e non solo culturale. È questo il suo pregio: la forzatura biografica, la costruzione arbitraria di certi episodi, il rigetto di parte della tradizione hanno necessità che all’autore vanno perdonate, poiché lo spingono a inventare in modo coerente…
La lezione di Assiotea, un’altra donna contro – come viene presentata in un recente libro di Adriano Petta che ne ricostruisce la vicenda a confronto con la società ateniese dominata dalla figura e dalle idee di Platone – è accolta nell’episodio (tra i più vivi e originali) nel quale Saffo libera la schiava Gongila… E ci sono altre riconoscibili reminiscenze: l’autore, malgrado la verde età, è lettore di molti libri (nonché avvezzo all’arte del narrare) – e certe aperture liriche nella sua scrittura lo stanno a testimoniare. Questa sua prova di esordio, coraggiosa nella scelta del tema e nel modo di affrontarlo, dice di lui che ha preso la strada giusta: affinerà senz’altro i suoi mezzi espressivi e scenderà più a fondo nelle storie, ma la narrativa è già nelle sue corde, ne possiede le redini e sa come gestirne la corsa.

CONCORSO POETICO INTERNAZIONALE

maggio 31, 2011

“SEEKING FOR A POEM”

You are invited to submit a poem for the International Poetry Competition “SEEKING FOR A POEM”, organized by the Association  la stanza del poeta   from Formia/Gaeta (Italy) and DIOGEN pro culture magazine from Sarajevo (Bosnia and Herzegovina).

Please read ‘How to Guide’ below.

Step One
(1) Submit one poem of your choice and your short Biography, including your photo ((color and/or black-white, 300 dpi, format 1200 x 800 pixels) by 30/10/2011. Submission should be sent to seekingpoem@yahoo.com . The results will be published by 31/1/2012.
Please note that you are required to provide a valid email address. All communications with you will be exclusively in writing and via email. It is important that you keep your email address valid and active during the selection process so that we can communicate with you.
Step Two
(2) Your poem will be evaluated by our judges: poets Giuseppe Napolitano from Italy and Sabahudin Hadžialić from Bosnia and Herzegovina. Having read and assessed your poem, the judges will make a decision to either publish it or decline publication.
Step Three
(3) The poems selected for publication will be uploaded on the competition website and the top three poems will be announced. All contestants are invited to visit the website and review the results.
Step Four
(4) The top three poems will be also announced on web site of the Association  la stanza del poeta  and DIOGEN pro culture magazine and published in the annual DIOGEN pro culture magazine No. 2. edition in February 2012.
The winners will be offered the opportunity to be the judges for the next year’s competition.

Each winner will be presented with the opportunity to publish 20 poems of their choice in the second edition of DIOGEN pro culture magazine.

We would like to thank you in advance for your devotion to the development of creative writing endeavors

Additional Contest Information
Who is Eligible?
Poets of all ages are eligible and all styles of poetry are acceptable.
How and When to Submit?
We ask that you submit your writings by November 30, 2011. Submissions are accepted via email to seekingpoem@yahoo.com
Submission Requirements
Poems must be original works.
Poems should be submitted in English, or the English translation should accompany the original
The poet’s full name and email address must be provided.
The poet must be able to be notified via email if their poem has been selected for publication.
Guidelines
The judges will be looking for originality, rhythm, rhymes, and audience appeal.
The judges will be looking for poet’s passion about the subject topic of the poem or a novel approach to every day topics.

http://diogen.weebly.com
https://stanzadelpoeta.wordpress.com/

Just like a woman – il viaggio di Raffaela

maggio 15, 2011

 

Il taglio (convincente) del libro è quello di un viaggio (coinvolgente) di formazione: qui però non c’è un giovinetto alle prese con un futuro da costruirsi attraverso prove iniziatiche; ma l’autrice – matura e appagata come donna e consapevole d’altronde delle proprie competenze professionali (affermata giornalista indagatrice dei fatti comuni) – si mette in gioco progressivamente, spinta da curiosità e non solo (dall’esigenza caratteriale di confrontarsi per comprendere e per comprendersi negli altri); finendo per viaggiare quasi per inerzia, di tappa in tappa, portata dagli eventi e dagli incontri ad incontrare altri eventi. È in definitiva la storia di una donna che cerca di conoscersi incontrando e conoscendo altre donne. Just like a woman, appunto, proprio come fa una donna e come fanno un po’ tutti, seguendo magari l’insegnamento del vecchio Seneca: se vuoi conoscere gli altri, impara a guardare dentro te stesso; ma per capire te stesso devi imparare a conoscere gli altri…
Così l’inquieta Raffaela parte dalla sua New York in carta patinata (un ambiente umano a metà fra Woody Allen e “9 settimane e mezza”) ma con l’aggiunta del dramma psicologico provocato dall’11 settembre, e si trasferisce in Australia, quindi in Asia. Deliberatamente si mette in cerca di donne per completare un quadro appena abbozzato già a New York: una indagine al femminile su come le donne riescano a sopportare la propria femminilità (sopportare, perché spesso, ancora, malgrado la globalizzazione e l’apparente uniformità dei costumi, persistono pregiudizi e prevaricazioni). Si potrebbe dire che è proprio la globalizzazione a farci toccare con mano quel che prima potevamo pensare di immaginare soltanto.
Competere con se stessi: è questa la chiave più decisa nella ricerca di sé alla quale la maggior parte delle protagoniste di questo corale libro affidano la propria esistenza – cercarsi per affermarsi, e per affermarsi lottare, soprattutto con(tro) se stesse, per eliminare paure ataviche e sensi di colpa indotti, superando ipocrisie e limiti sociali, per toccare non il paradiso in terra, ma un posto che sulla terra faccia dimenticare il paradiso (quello, si sa, può anche attendere).
Ha lavorato per la televisione, Raffaela, e sa bene come si usa una videocamera: il suo libro è una continua “soggettiva”, una ripresa (si potrebbe dire in “piano americano”) che mette il personaggio narrante, l’autrice/ricercatrice, di fronte ai fatti, sempre con gli occhi aperti sul mondo e in condizione di far immedesimare il lettore come appunto si immedesima lo spettatore in una ripresa in soggettiva: qui siamo continuamente stimolati a condividere con lei le sue conoscenze, le sue scoperte, le sue sensazioni. Siamo lei stessa a colloquio con le sue amiche, le tante donne entrate nella sua vita (sempre con discrezione, in verità, quasi non aspettassero altro che una compagna pronta a registrare le loro storie) e queste donne ci chiedono di entrare nella nostra vita – di parlare con noi e metterci in discussione come loro stesse fanno davanti all’occhio della videocamera – che è il nostro sguardo, ormai…
A un certo punto si è costretti a prendere l’atlante – non si vorrebbe, all’inizio… tanto, tutto il mondo è paese e si capisce subito che Raffaela Acampora proprio questo vuol farci capire: le sue storie vere sono raccolte intorno al mondo che è un solo girotondo, una giostra omogenea pur con le sfaccettature caleidoscopiche caratteristiche dei vari Paesi. Ma bisogna prendere l’atlante poiché Raffaela ci costringe a seguirla lungo rotte aeree e ferroviarie (fra Indonesia, Australia, India) sulle quali ci si confonde e ci si perde. Il piglio del viaggiatore (inviato speciale, ma più Chatwin che Terzani, o tutti e due) anima e vivacizza il diario della ricercatrice che – volutamente – tiene basso il livello letterario ma lo nobilita qua e là con intensi lacerti di storia e con descrizioni di toccante umanità, quando non riesce a trattenere l’irritazione e lo sconforto di fronte a certe scene violente, di ordinaria povertà e aberrazione.
Gli spunti offerti all’analisi del lettore attento sono innumerevoli: il libro si coordina intorno a personaggi chiave che ritornano a fare spesso da cerniera fra episodi diversi, si apre in uno scoppiettante campionario di figure indimenticabili, si chiude infine con l’unico capitolo italiano, l’ennesima storia – in realtà piuttosto staccata dal resto del volume (è l’unica di sapore politico) – nella quale probabilmente si vuole sintetizzare la sofferenza e insieme il coraggio della donna che sa rimanere legata a un suo ideale, costruendosi una nicchia nel mondo, malgrado il mondo sembri congiurare contro di lei.