Just like a woman – il viaggio di Raffaela

 

Il taglio (convincente) del libro è quello di un viaggio (coinvolgente) di formazione: qui però non c’è un giovinetto alle prese con un futuro da costruirsi attraverso prove iniziatiche; ma l’autrice – matura e appagata come donna e consapevole d’altronde delle proprie competenze professionali (affermata giornalista indagatrice dei fatti comuni) – si mette in gioco progressivamente, spinta da curiosità e non solo (dall’esigenza caratteriale di confrontarsi per comprendere e per comprendersi negli altri); finendo per viaggiare quasi per inerzia, di tappa in tappa, portata dagli eventi e dagli incontri ad incontrare altri eventi. È in definitiva la storia di una donna che cerca di conoscersi incontrando e conoscendo altre donne. Just like a woman, appunto, proprio come fa una donna e come fanno un po’ tutti, seguendo magari l’insegnamento del vecchio Seneca: se vuoi conoscere gli altri, impara a guardare dentro te stesso; ma per capire te stesso devi imparare a conoscere gli altri…
Così l’inquieta Raffaela parte dalla sua New York in carta patinata (un ambiente umano a metà fra Woody Allen e “9 settimane e mezza”) ma con l’aggiunta del dramma psicologico provocato dall’11 settembre, e si trasferisce in Australia, quindi in Asia. Deliberatamente si mette in cerca di donne per completare un quadro appena abbozzato già a New York: una indagine al femminile su come le donne riescano a sopportare la propria femminilità (sopportare, perché spesso, ancora, malgrado la globalizzazione e l’apparente uniformità dei costumi, persistono pregiudizi e prevaricazioni). Si potrebbe dire che è proprio la globalizzazione a farci toccare con mano quel che prima potevamo pensare di immaginare soltanto.
Competere con se stessi: è questa la chiave più decisa nella ricerca di sé alla quale la maggior parte delle protagoniste di questo corale libro affidano la propria esistenza – cercarsi per affermarsi, e per affermarsi lottare, soprattutto con(tro) se stesse, per eliminare paure ataviche e sensi di colpa indotti, superando ipocrisie e limiti sociali, per toccare non il paradiso in terra, ma un posto che sulla terra faccia dimenticare il paradiso (quello, si sa, può anche attendere).
Ha lavorato per la televisione, Raffaela, e sa bene come si usa una videocamera: il suo libro è una continua “soggettiva”, una ripresa (si potrebbe dire in “piano americano”) che mette il personaggio narrante, l’autrice/ricercatrice, di fronte ai fatti, sempre con gli occhi aperti sul mondo e in condizione di far immedesimare il lettore come appunto si immedesima lo spettatore in una ripresa in soggettiva: qui siamo continuamente stimolati a condividere con lei le sue conoscenze, le sue scoperte, le sue sensazioni. Siamo lei stessa a colloquio con le sue amiche, le tante donne entrate nella sua vita (sempre con discrezione, in verità, quasi non aspettassero altro che una compagna pronta a registrare le loro storie) e queste donne ci chiedono di entrare nella nostra vita – di parlare con noi e metterci in discussione come loro stesse fanno davanti all’occhio della videocamera – che è il nostro sguardo, ormai…
A un certo punto si è costretti a prendere l’atlante – non si vorrebbe, all’inizio… tanto, tutto il mondo è paese e si capisce subito che Raffaela Acampora proprio questo vuol farci capire: le sue storie vere sono raccolte intorno al mondo che è un solo girotondo, una giostra omogenea pur con le sfaccettature caleidoscopiche caratteristiche dei vari Paesi. Ma bisogna prendere l’atlante poiché Raffaela ci costringe a seguirla lungo rotte aeree e ferroviarie (fra Indonesia, Australia, India) sulle quali ci si confonde e ci si perde. Il piglio del viaggiatore (inviato speciale, ma più Chatwin che Terzani, o tutti e due) anima e vivacizza il diario della ricercatrice che – volutamente – tiene basso il livello letterario ma lo nobilita qua e là con intensi lacerti di storia e con descrizioni di toccante umanità, quando non riesce a trattenere l’irritazione e lo sconforto di fronte a certe scene violente, di ordinaria povertà e aberrazione.
Gli spunti offerti all’analisi del lettore attento sono innumerevoli: il libro si coordina intorno a personaggi chiave che ritornano a fare spesso da cerniera fra episodi diversi, si apre in uno scoppiettante campionario di figure indimenticabili, si chiude infine con l’unico capitolo italiano, l’ennesima storia – in realtà piuttosto staccata dal resto del volume (è l’unica di sapore politico) – nella quale probabilmente si vuole sintetizzare la sofferenza e insieme il coraggio della donna che sa rimanere legata a un suo ideale, costruendosi una nicchia nel mondo, malgrado il mondo sembri congiurare contro di lei.

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