Archive for giugno 2011

UNA AMICIZIA EPISTOLARE

giugno 22, 2011

DEFELICE – NAPOLITANO in punta di penna…

 

 

È uno di quei libri che una volta si sarebbe potuto scrivere con facilità, un epistolario fra intellettuali… una cosa che ormai è sempre più rara. Invece Domenico Defelice ha sempre conservato le lettere che gli inviava Nicola Napolitano (purtroppo non tutte le proprie)… e qualche anno dopo la morte dell’amico ha deciso di farne un libro.
Quella tra Defelice e Napolitano fu un’amicizia trentennale, vera, fraterna, malgrado la differenza di età. Ricca di scambi epistolari, di reciproche recensioni, di profonda stima per il lavoro altrui. Rispettando una promessa fatta in realtà a se stesso, ma certo di interpretare i sentimenti dello scomparso, l’autore di questo commovente ricordo pubblicato nella collana “Il Croco (i quaderni letterari di Pomezia-notizie)” compie in effetti un’opera altamente meritoria. Non solo per l’affetto nei confronti dell’amico, del quale fa riascoltare la voce (alcune lettere di quelle qui proposte sono poco più che biglietti privati), ma perché nel corpus epistolare di Nicola Napolitano si può cogliere un vero saggio critico sul costume del tempo.
Sparse nelle varie lettere, si trovano considerazioni sociologiche (e pedagogiche, in senso lato), riflessioni sul fare poesia e sulla vanità della speranza di potere con quella cambiare il corso delle cose… C’è, spesso, e più nelle ultime, la consapevolezza di trovarsi ai margini della società, che mal sopporta gli spiriti liberi. E qui il discorso ovviamente è ancora attuale, e bene ha fatto dunque Defelice a riproporcelo nelle parole accorate del professore-poeta Nicola Napolitano, attento a quel che gli succedeva intorno eppure distaccato nel formulare giudizi mai di parte, piuttosto ispirato ad un superiore spirito di umana fratellanza.
Il “quaderno” curato da Defelice comprende una sua doppia introduzione: “Poeta e scrittore innamorato della terra” (breve raccolta di scritti già apparsi in rivista) e “Sette brani tra natura e sociale” (analisi di testi esemplari). In definitiva, un atto d’amore, nato dalla riconoscenza per il continuo supporto affettivo che appunto emerge dalle lettere qui raccolte: l’anziano scrittore non perde occasione per incitare il più giovane ad avere fiducia in se stesso, prima che negli altri (fiducia che a lui personalmente comincia a venir meno), a scrivere e testimoniare come sa fare (come egli stesso è sicuro di aver sempre fatto) – quasi uno specchiarsi di due personalità (provenienti da un ambiente simile, con esperienze esistenziali sofferte entrambi), in cerca di una risposta difficile alla inevitabile domanda: cui proderit? Tanto cercare, affannarsi, donarsi… a chi?
Defelice almeno pensa che pubblicare queste lettere contribuisca a rilanciare una sfida – bisogna sperare che altri la raccolgano: credere in sé non sempre basta, ma continuare a crederci aiuta a vivere.

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FARE POESIA INSIEME

giugno 14, 2011

Daniele Giancane
Scrivere poesia. Essere poeti

Il libro del paradosso

Essenziale vademecum per operatori e neofiti, questo lavoro di Daniele Giancane (ultimo suo, certo provvisoriamente, considerata la convinta esigenza che egli ha di partecipare la sua scrittura) andrebbe letto e studiato, tenuto sul comodino, sfogliato ogni tanto per riflettere e magari addormentarsi più sereni e fiduciosi: c’è ancora speranza che, parlando, scrivendo, comunicando, l’uomo si ritrovi, si riscopra appunto uomo, liberandosi dalle infinite sovra(o sotto)strutture verbali e mediatiche alle quali è ormai assuefatto – non tutti, per fortuna!
Paradossalmente, ha un titolo dicotomico, questo libro dedicato alla difficile e bistrattata arte poetica – in realtà, infatti, “Scrivere poesia” e “Essere poeti” non è la stessa cosa, come purtroppo molti sono portati a pensare, specie quelli che scrivono e – dice Giancane – “leggono (se pure) solo se stessi”…
Ben venga, allora, il professore-poeta con la testimonianza di esperienze vissute che lo hanno portato a verificare quanto la poesia possa essere e farsi non solo messaggio di sentimenti, non solo “riflessione sulla parola” (che è comunque la qualità fondamentale del dire poetico), ma addirittura ipotesi di salvezza per il mondo, certo per l’uomo d’oggi vittima di illusorie chimere espressive. Da professore e da poeta, Giancane ritiene di poter affermare che “il significato pedagogico di questa avventura cartacea” è profondo e vitale. Chi scrive sa, e chi vuole scrivere sappia, che “siamo davanti ad una scrittura che cerca un dialogo; ad una scrittura-mezzo, non ad una scrittura-fine”. È un concetto ripetuto, in questo libro che è una raccolta di saggi autonomi ma legati dal filo dell’impegno, alcuni già apparsi in riviste specializzate. Scrivere serve più a chi scrive di quanto ci si possa augurare che serva a chi legge.
Anche questo è un paradosso: Petrarca si augurava che la sua canzone potesse “gir infra la gente” a parlare dei suoi affanni; affidava alla scrittura poetica la sua invettiva politica lo stesso padre Dante, che nel ritratto di Signorelli orna in copertina Scrivere poesia. Essere poeti (pubblicato in bella veste da Genesi – peccato per certe buffe sviste tipografiche). Ma nella poesia bisogna mettere se stessi o fare in modo che il lettore si possa riconoscere? E questo è un cruccio eterno, forse irrisolvibile. A volte, scrivere di sé e comunicare ad altri chi si è, mette in crisi, fa scoprire, proprio mentre lo si comunica, un se stesso diverso, inquietante… come è avvenuto ai detenuti di Trani (ai quali Giancane e i suoi colleghi poeti del gruppo “la Vallisa” di Bari proposero un corso di poesia), che – dopo aver imparato a scrivere versi – si accorsero di essere diventati troppo “sentimentali” e pertanto “deboli” e quindi soggetti al ridicolo, una volta rientrati nella vita loro quotidiana… La poesia li aveva forse redenti ma non del tutto trasformati in nuovi esseri umani.
E con i bambini come ci si deve comportare? L’altra grande lezione che si ricava da questo Scrivere poesia. Essere poeti  riguarda infatti i più piccoli lettori e scrittori di versi. Daniele Giancane insegna proprio Letteratura per l’infanzia all’Università di Bari e sono illuminanti i saggi su “La scrittura bambina” e “Il mondo segreto dei bambini”. Non corriamo il rischio di carcerare i bambini nelle false e fuorvianti strutture della società massmediatica! È probabilmente l’assunto che muove la riflessione pedagogica sulla poesia per bambini e dei bambini. Abituiamoli dunque a riconoscere nei testi poetici, altrui e magari propri, la possibilità di crescere, di crescere insieme. Poiché – la parola “insieme” è la più bella del vocabolario, affermava il grande maestro Rodari – scrivere poesia non fa sempre essere poeti, ma uomini sì, consapevoli di un mondo interiore da partecipare, da migliorare confrontandosi, da testimoniare a chi verrà. “Chi scrive poesie è un io che cerca il tu”.

LA SFIDA DELLA LUCE

giugno 4, 2011

Giordano Bruno  di Carmen Moscariello – Guida, Lettere Italiane, 2011

Un azzardo, la sfida con Giordano Bruno? Forse, ma certamente Carmen Moscariello, autrice del dramma Giordano Bruno. Sorgente di fuoco, ha voluto affermare la sua necessità di testimoniare in favore del libero pensiero (e non è che sia una proposta inattuale!). La figura del Nolano è stata a lungo (ed è ancora) talmente raccontata e studiata, esaminata, discussa, che parrebbe non avere bisogno di nuove pagine, di nuovi interpreti… Ma queste appena pubblicate sono pagine diverse, sono pagine letterarie (si tratta formalmente di un dramma in versi, quasi un oratorio), e sono però dense di pungenti, nervose, intelligenti aperture sull’opera di Giordano Bruno. Era dunque opportuno che un lavoro simile vedesse la luce: per quanto azzardata, la sfida intellettuale di Carmen Moscariello si può dire vinta.

Va detto pure, poiché certo non guasta, che il libro – corredato di tre note critiche, di cui una a firma dell’illustre Aniello Montano – si presenta anche in bella veste. La copertina curata da Salvatore Bartolomeo è particolarmente suggestiva: la figura del monaco si staglia inquietante come deve, per ammonirci subito a guardarci intorno – non è più tempo di inquisizione, ma non è morta la paura della verità, specie se vuole dichiararsi diversa da quella imposta da qualcuno.

 

Dopo un “Proemio” in cui l’autrice stessa dialoga con il filosofo, rammaricandosi perché “il mio mondo è peggiore di quello che ti arse”, la prima sorpresa – non soltanto scenica – è la presenza di Circe. Perché la maga, ben altrimenti nota, qui veste i panni di chi “lotta contro la cecità dell’intelligenza”: nella sua grotta sono infatti puniti (simili ad asini e maiale) coloro che hanno fatto abuso e commercio del sesso, seduttori e ladri, ipocriti di ogni risma. E tutti loro – felice paradosso che va al di là della storia (oltre che dell’etica e di qualunque morale religiosa!) – odiano Bruno che ritengono più di loro stessi meritevole di punizione, per aver fatto professione di libera fede!

In questa “Sorgente di fuoco” il filosofo nolano è accompagnato al supplizio attraverso una serie di scontri con i suoi accusatori, in primis Bellarmino, ma pure un improbabile colloquio con il finto pazzo Campanella. Come sottolinea Ugo Piscopo nella sua penetrante (e documentata) nota di lettura, “quell’omino del Sud, così fragile e così intrepido, non volle intendere ragioni, suggerimenti, minacce”: Giordano Bruno si erge dunque nel suo tempo, e rimane a monito perenne, come “innocente vittima dell’autoritarismo e dell’arroganza della Curia romana”.

I miei seguaci / mai potranno vergognarsi del Maestro / ma orgoglioso il mio patire attraverserà la storia.

Così nelle parole di Carmen Moscariello si propone un ideale di insegnamento che va oltre la parola occasionale e provvisoria della predica, del libro… Sarà il tempo a fare giustizia, a dire se

Dio è in ogni cosa, in ogni fiore, in tutti i mari…

Giordano Bruno sa di non doversi curvare all’ignoranza funzionale che fa comodo alla Chiesa e – ben più dei grandi riformatori del suo tempo – spinge la sua speculazione al di là dei confini del conoscibile, accogliendo in sé il peso e insieme i limiti dell’universo.

Il mio pensiero ha le ali eterne.

A PROPOSITO DI SAFFO

giugno 4, 2011

Saffo di Gianluca Paolisso

 

“Io sono ciò che ho perso”, dice di sé la poetessa Saffo, sul finire di questo libro a lei dedicato dall’amore di uno studente davvero degno di questo nome (ce ne fossero, che perdono tempo addirittura a scrivere romanzi!). Ma forse le si potrebbe rispondere con le parole di Svevo: “ho vissuto solo nei momenti che ho fissato sulla pagina” – e rassicurare entrambi: siccome la poesia è di chi la usa, e l’autore di un testo vive in chi lo legge, entrambi (ma qui ci interessa l’ombrosa scrittrice di Lesbo) stanno bene in mezzo a noi. Avranno vita nelle nostre attenzioni di lettori, se – com’è vero – della loro esistenza non è andato perso il bene che ci hanno trasmesso.
L’idea di sviluppare, da pochi frammenti poetici, una biografia poetica di Saffo (nel senso che poeticamente l’autore se la cuce – dichiaratamente – addosso, e la presenta come probabile ma vera), l’idea di ricostruire un’esperienza esistenziale attraverso la sua resa poetica, della quale la protagonista della storia in realtà ci ha lasciato eredi, funziona, e attira più di altre biografie più o meno romanzate alle quale pure siamo abituati. Trattandosi di un’opera prima, non è dato sapere se e quanto l’autore abbia agito con sola passione o con un pizzico di scaltrezza, ma gli si può certo riconoscere una buona disposizione tecnica (e l’evidente partecipazione umana).
La Saffo del libro di Paolisso, pur somigliandole molto, non è quella che conoscevamo – è molto di più, ed è forse proprio per questo di più che ci incuriosisce: noi che la conoscevamo – gli altri, attenti o meno che siano alle rispondenze con quel po’ che si sa, coglieranno l’immagine e la vicenda di una donna eccezionale, “diversa” a tutti i costi. Qui, comunque, volutamente più donna che poetessa, e fremente di amore più che sacerdotessa di Eros. Ma, si fosse intitolata Margherita, o Storia di un’anima, la storia narrata dal giovane liceale Gianluca Paolisso (anche se fosse dedicata ad una qualsiasi altra donna di quel tempo) sarebbe egualmente gradevole da leggere, commovente in certi punti, stimolante alla riflessione storico sociologica e non solo culturale. È questo il suo pregio: la forzatura biografica, la costruzione arbitraria di certi episodi, il rigetto di parte della tradizione hanno necessità che all’autore vanno perdonate, poiché lo spingono a inventare in modo coerente…
La lezione di Assiotea, un’altra donna contro – come viene presentata in un recente libro di Adriano Petta che ne ricostruisce la vicenda a confronto con la società ateniese dominata dalla figura e dalle idee di Platone – è accolta nell’episodio (tra i più vivi e originali) nel quale Saffo libera la schiava Gongila… E ci sono altre riconoscibili reminiscenze: l’autore, malgrado la verde età, è lettore di molti libri (nonché avvezzo all’arte del narrare) – e certe aperture liriche nella sua scrittura lo stanno a testimoniare. Questa sua prova di esordio, coraggiosa nella scelta del tema e nel modo di affrontarlo, dice di lui che ha preso la strada giusta: affinerà senz’altro i suoi mezzi espressivi e scenderà più a fondo nelle storie, ma la narrativa è già nelle sue corde, ne possiede le redini e sa come gestirne la corsa.