UNA AMICIZIA EPISTOLARE

DEFELICE – NAPOLITANO in punta di penna…

 

 

È uno di quei libri che una volta si sarebbe potuto scrivere con facilità, un epistolario fra intellettuali… una cosa che ormai è sempre più rara. Invece Domenico Defelice ha sempre conservato le lettere che gli inviava Nicola Napolitano (purtroppo non tutte le proprie)… e qualche anno dopo la morte dell’amico ha deciso di farne un libro.
Quella tra Defelice e Napolitano fu un’amicizia trentennale, vera, fraterna, malgrado la differenza di età. Ricca di scambi epistolari, di reciproche recensioni, di profonda stima per il lavoro altrui. Rispettando una promessa fatta in realtà a se stesso, ma certo di interpretare i sentimenti dello scomparso, l’autore di questo commovente ricordo pubblicato nella collana “Il Croco (i quaderni letterari di Pomezia-notizie)” compie in effetti un’opera altamente meritoria. Non solo per l’affetto nei confronti dell’amico, del quale fa riascoltare la voce (alcune lettere di quelle qui proposte sono poco più che biglietti privati), ma perché nel corpus epistolare di Nicola Napolitano si può cogliere un vero saggio critico sul costume del tempo.
Sparse nelle varie lettere, si trovano considerazioni sociologiche (e pedagogiche, in senso lato), riflessioni sul fare poesia e sulla vanità della speranza di potere con quella cambiare il corso delle cose… C’è, spesso, e più nelle ultime, la consapevolezza di trovarsi ai margini della società, che mal sopporta gli spiriti liberi. E qui il discorso ovviamente è ancora attuale, e bene ha fatto dunque Defelice a riproporcelo nelle parole accorate del professore-poeta Nicola Napolitano, attento a quel che gli succedeva intorno eppure distaccato nel formulare giudizi mai di parte, piuttosto ispirato ad un superiore spirito di umana fratellanza.
Il “quaderno” curato da Defelice comprende una sua doppia introduzione: “Poeta e scrittore innamorato della terra” (breve raccolta di scritti già apparsi in rivista) e “Sette brani tra natura e sociale” (analisi di testi esemplari). In definitiva, un atto d’amore, nato dalla riconoscenza per il continuo supporto affettivo che appunto emerge dalle lettere qui raccolte: l’anziano scrittore non perde occasione per incitare il più giovane ad avere fiducia in se stesso, prima che negli altri (fiducia che a lui personalmente comincia a venir meno), a scrivere e testimoniare come sa fare (come egli stesso è sicuro di aver sempre fatto) – quasi uno specchiarsi di due personalità (provenienti da un ambiente simile, con esperienze esistenziali sofferte entrambi), in cerca di una risposta difficile alla inevitabile domanda: cui proderit? Tanto cercare, affannarsi, donarsi… a chi?
Defelice almeno pensa che pubblicare queste lettere contribuisca a rilanciare una sfida – bisogna sperare che altri la raccolgano: credere in sé non sempre basta, ma continuare a crederci aiuta a vivere.

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