Archive for febbraio 2010

Ambra cattiva

febbraio 20, 2010

Lingue catttive di Ambra Simeone

primo libro di una collana dell’Editore Perrone curata da Sandra Cervone

È illuminante, oltre che affettuosamente maieutica, la premessa di Sandra Cervone a queste Lingue cattive: “la scelta meticolosa degli interrogativi da cui lasciarsi stimolare e interpellare, sono propri della poetica di Ambra Simeone che, con innegabile abilità ed una punta di sorprendente disincanto”… Certo, è una sorpresa che alla sua tenera età (ma è alla quarta pubblicazione: due quaderni di versi da “liceale” stampati in proprio, poi l’esordio nella collana “la stanza del poeta” con StraneStrade due anni fa), a nemmeno trent’anni sorprende un po’ che Ambra manifesti già tanta scaltrezza artistica, “abilità” – che potrebbe essere un dono di natura – e “disincanto” – cui si arriva dopo un “incanto” e quindi è segno di maturità, anche umana.
Si parlò di “grado zero della poesia” a proposito dei Crepuscolari: qui c’è un crepuscolo aggiornato, cattivo più che amaro, ma l’aria è quella: “Ci siamo mangiati la voglia di crescere”… “Siamo in pensione a vita”… “Non chiedeteci altro / siamo rimasti nella pancia della parola”. In fin dei conti è il crepuscolo al quale ammise di risalire lo stesso Montale, che poi si disse ermetico… E infatti quel “non chiedeteci” è proprio un’espressione sua. Usarla ancora può sapere di artificiosa umiltà ma pure di sberleffo giocoso; potrebbe insieme significare: non ne possiamo più di non sapere, anzi, siamo contenti di non sapere altro che quel che ci fa comodo sapere (e “nella pancia della parola” si sta un po’ come nella pancia del cavallo di Troia, pronti a saltare addosso al malcapitato lettore). “Sanguinanti noia” pare infine un eccesso anti narcisistico, come a voler apparire – tipico di certo crepuscolarismo gotico minore – peggiori di quel che si è. Potrebbe essere un vezzo pericoloso, diventare perfino un vizio nel quale ci si compiace.
Studiosa di italianistica, laureata con una tesi su un poeta vivente, Ambra conosce l’arte della retorica letteraria, sa quando usare – o le viene ormai spontaneo usare – una figura di significato o una struttura significante che le serva non a dimostrare che la conosce, ma appunto per dare alle parole, al verso, al testo un carattere personale. Una delle figure ricorrenti, manco a dirlo, essendo da qualche anno avviata su “strade strane”, e “sapendo rinchiudere in versi contraddizioni di cuori”, è l’ossimoro. Così troviamo “macchine del futuro passate di moda”; così, ma solo per fare qualche esempio, ci si trova “Scampati dal branco degli amici” (qui però c’è anche Leopardi col suo “assedio del borgo”)… L’ossimoro caratterizza la poesia inquieta, ricca di domande più o meno espresse, quegli “interrogativi da cui lasciarsi stimolare” dei quali Sandra Cervone dice in prefazione.
D’altra parte, Ambra è una che confessa (con sincerità “perfino sconcertante”): “Non so come mi sento / e così non so che scrivo”… Siamo ancora su un versante che gioca con se stesso, non si può essere convinti che il poeta sia davvero “un animale malinconico” (anche se, subito dopo, c’è la “finta malinconia di poeta”): qui sorride ambiguo Palazzeschi; ma perché allora insistere a fare il poeta? È vero: “La Poesia sorprende finanche chi intende donarle il proprio sentire” (scrive ancora Sandra Cervone), allora perché avere sempre paura di qualcuno che “calpesta la mia anima”? Al poeta non deve importare poi molto che l’anima gli venga calpestata, purché il sacrificio comporti acquisto di nuove anime sodali. Un incauto lettore a volte non coglie agevolmente i sensi che gli vengono trasmessi e finisce per muoversi come il classico elefante nel salotto: ci vuole pazienza.
Come si legge questo libro? È un libro che si legge da sé, tante essendo le chiavi proposte, le varie dichiarazioni di poetica più o meno esplicite; come il paradigmatico testo di apertura, e diversi altri nei quali si potrebbe tirar fuori una ministoria del farsi poeta che è la storia della piccola Ambra che cresce, e cresce poiché ne ha voglia, e ne ha voglia poiché ha capito che non è una voglia facile da appagare e le cose semplici le danno un po’ noia (perciò il grigio ritorna più volte, nel cielo e sulla pagina, a segnare l’impotenza di “seminare” parole, la momentanea afasia che opprime: “ho perduto le sillabe perfette”, “ho scordato l’abc della poesia”). La strada però è segnata e porta lontano (speriamo che non le sembri più tanto strana!): Ambra si espone in tutta coscienza, generosa di sé.

Annunci

Follia d’amore

febbraio 19, 2010

Vittorio Nocella

L’amore dall’inizio
Servitium, Milano 2010

Un pazzo, solo un pazzo poteva concepire un’impresa titanica e messianica com’è questo libro straordinario di Vittorio Nocella… un poeta d’altronde un po’ pazzo lo è, e Nocella è poeta, anche se di non molti libri. Ed è anche pazzo d’amore, come si dichiara in L’amore dall’inizio.
Questo suo libro è uno di quelli che qualcuno definirebbe necessario: lo è poiché l’autore doveva esporsi al rischio del banale, esemplificando il Prologo del Vangelo di Giovanni in riflessioni liriche (“osservazioni in forma di poesia” le chiama lui), doveva farlo per convincersi di poter superare la prova (con l’aiuto dell’Altissimo di cui canta le lodi insieme a Giovanni), come riconosce – dopo l’iniziale perplessità – lo stesso padre Sorge nella lettera che introduce alla lettura dell’opera.
La follia dell’amore per la verità, quella a lungo cercata – nello studio, nel lavoro, negli affetti, nella scrittura – e infine trovata in sé (Agostino pure avrebbe indicato questa via), l’amore della verità consente di trasformare il genitivo da soggettivo a oggettivo: è la verità infine che ama chi la cerca, proprio perché si fa trovare dove era sempre stata – in sé.
“Quando ama nessuno sta più solo” – ecco dunque il senso di questa ricerca affannosa all’inizio e soddisfatta al termine dall’appagamento completo e convincente. Il poeta lo dice e lo ripete: “ho scoperto che il viaggio dentro me stesso era finito / che da sempre mi avevi preso per mano / e che non ero più lo stesso”: il finale di “Ma le tenebre non l’hanno accolta” può prendersi a logo dell’intera silloge. È l’amore la forza guida, nell’amore ci si ritrova in compagnia, prima di se stessi, poi del prossimo, poi del mondo e infine della verità.
Certo, è la verità cui si arriva per fede, non ha pretese scientifiche, ma nemmeno le importa. È lei la rivelazione che ci si aspetta, ed è quella che si trova in fondo al tunnel, nella luce accogliente che è “una tenera carezza di madre”… Sorprendente ma non tanto che Dio sia “madre” – anche il Papa lo disse: principio vitale totale, non può considerarsi soltanto “padre”. L’operazione letteraria di Vittorio sa d’altronde anche di maieutica socratica: di scavo accorto nell’essenza dell’uomo. Le sue riflessioni girano intorno alle parole dell’evangelista in cerca di altre parole che dicano di quel miracolo che è la vita regalata al prossimo, ed è il miracolo del poeta che analizza gli eventi dell’esistenza perché altri ne sappiano il gioco (e le regole) e ne preparino (pronti a tutto) gli esiti.
Ha ragione Walter Mauro che nella prefazione a L’amore dall’inizio sostiene: “Il binomio e l’equazione Amore/Parola tendono a configurare un progetto di lavoro poetico totalizzante”. È vero: qui tutto riesce poiché Vittorio Nocella si è messo al lavoro con la convinzione profonda di avere a portata di mano l’appiglio giusto, partendo dalla sua formazione ideologica ed estetica, mettendo in gioco totalmente la sua umanità di credente e di scrittore. Ed ecco perché ha potuto prendere “il volo senza più paura”.

La poesia di Jeton

febbraio 5, 2010

Jeton Kelmendi è un giovane poeta del Kosovo (nato a Peje nel 1978), conosciuto al Festival DITET E NAIMIT a Tetova lo scorso ottobre. Due poesie tradotte in italiano

Jeton fra Meri Dishnica e Jim Warner

DIFFIDENZA

Se invecchio
senza più scrivere un po’ di versi d’amore
“vecchio di pietra” chiamatemi

Forza di pietra – diranno – aveva

Se invecchio
senza cantare canzoni d’amore
nel fuoco del silenzio
faccio fuoco

Amore
la bellezza e i versi insieme sorgono
per te e la patria

INSINUATË

N’u plakesha
Pa shkruar edhe ca vargje dashurie
Plak prej guri quamëni

Fortësi guri do të thonë kishte

N’u plakesha
Pa kënduar këngë dashurie
Në zjarrin e heshtjes
Zjarr bëj

Dashuri
Bukuria e vargjet bashkë rrjedhin
Për ty e atdheun

NUDO

Con nessuno cambierei
la lingua
Stasera con te sì
Un’ora
due
tre
Finché tocco la fine della parola
tutto direi
Nudo
cosi il primo bacio

Mi sei giaciuta negli occhi
fuoco dentro

Nudo
con nessuno ti cambierei

NUDO

Me askënd s’do ta ndërroja
Gjuhën
Sonte me ty po
Një orë
Dy
Tri
Sa ta preki fundin e fjalës
Të gjitha do t’i thoja
Nudo
Ashtu se puthjen e parë

Më je e akullt në sy
Zjarr brendi

Nudo
Me askënd s’do të ndërroja