A PROPOSITO DI SAFFO

Saffo di Gianluca Paolisso

 

“Io sono ciò che ho perso”, dice di sé la poetessa Saffo, sul finire di questo libro a lei dedicato dall’amore di uno studente davvero degno di questo nome (ce ne fossero, che perdono tempo addirittura a scrivere romanzi!). Ma forse le si potrebbe rispondere con le parole di Svevo: “ho vissuto solo nei momenti che ho fissato sulla pagina” – e rassicurare entrambi: siccome la poesia è di chi la usa, e l’autore di un testo vive in chi lo legge, entrambi (ma qui ci interessa l’ombrosa scrittrice di Lesbo) stanno bene in mezzo a noi. Avranno vita nelle nostre attenzioni di lettori, se – com’è vero – della loro esistenza non è andato perso il bene che ci hanno trasmesso.
L’idea di sviluppare, da pochi frammenti poetici, una biografia poetica di Saffo (nel senso che poeticamente l’autore se la cuce – dichiaratamente – addosso, e la presenta come probabile ma vera), l’idea di ricostruire un’esperienza esistenziale attraverso la sua resa poetica, della quale la protagonista della storia in realtà ci ha lasciato eredi, funziona, e attira più di altre biografie più o meno romanzate alle quale pure siamo abituati. Trattandosi di un’opera prima, non è dato sapere se e quanto l’autore abbia agito con sola passione o con un pizzico di scaltrezza, ma gli si può certo riconoscere una buona disposizione tecnica (e l’evidente partecipazione umana).
La Saffo del libro di Paolisso, pur somigliandole molto, non è quella che conoscevamo – è molto di più, ed è forse proprio per questo di più che ci incuriosisce: noi che la conoscevamo – gli altri, attenti o meno che siano alle rispondenze con quel po’ che si sa, coglieranno l’immagine e la vicenda di una donna eccezionale, “diversa” a tutti i costi. Qui, comunque, volutamente più donna che poetessa, e fremente di amore più che sacerdotessa di Eros. Ma, si fosse intitolata Margherita, o Storia di un’anima, la storia narrata dal giovane liceale Gianluca Paolisso (anche se fosse dedicata ad una qualsiasi altra donna di quel tempo) sarebbe egualmente gradevole da leggere, commovente in certi punti, stimolante alla riflessione storico sociologica e non solo culturale. È questo il suo pregio: la forzatura biografica, la costruzione arbitraria di certi episodi, il rigetto di parte della tradizione hanno necessità che all’autore vanno perdonate, poiché lo spingono a inventare in modo coerente…
La lezione di Assiotea, un’altra donna contro – come viene presentata in un recente libro di Adriano Petta che ne ricostruisce la vicenda a confronto con la società ateniese dominata dalla figura e dalle idee di Platone – è accolta nell’episodio (tra i più vivi e originali) nel quale Saffo libera la schiava Gongila… E ci sono altre riconoscibili reminiscenze: l’autore, malgrado la verde età, è lettore di molti libri (nonché avvezzo all’arte del narrare) – e certe aperture liriche nella sua scrittura lo stanno a testimoniare. Questa sua prova di esordio, coraggiosa nella scelta del tema e nel modo di affrontarlo, dice di lui che ha preso la strada giusta: affinerà senz’altro i suoi mezzi espressivi e scenderà più a fondo nelle storie, ma la narrativa è già nelle sue corde, ne possiede le redini e sa come gestirne la corsa.

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