Archive for luglio 2010

Antonio G. Miele: pitture e inchiostri

luglio 30, 2010

Sorprende ancora il Maestro Miele, sorprende anche chi da tempo lo conosce, lo segue, lo stima.
Non è un artista dal tocco rivoluzionario, non ama certo le sperimentazioni che a volte caratterizzano coloro che meno sono sicuri di sé, ma compie continuamente nuovi passi verso una personale acquisizione di strumenti espressivi adatti alle esigenze del suo fare pittorico.
La mostra in corso nella Libreria di Margherita a Formia è la prova dell’accresciuta forza e consapevolezza di Antonio G. Miele. Appena una trentina le opere esposte, ma più che sufficienti per cogliere le novità nella continuità. Miele presenta acquerelli e disegni, scorci urbani (la vecchia Formia di Castellone, abituale sua palestra di ispirazione), paesaggi e ritratti, singoli e in gruppo: la versatilità della sua tecnica è evidente proprio nel modo di trattare la figura umana. Dalla precisa figura infantile (esemplare il ritratto dell’imbronciato “Leonardo”, ad esempio, uno dei nipoti), e pure “La moglie” e “Nonna Cristina”, si passa alla indeterminatezza di certe figure femminili (come “Le tre Marie al sepolcro”), acquerelli lasciati volutamente imprecisi nel tratto descrittivo, quasi a dare al fruitore dell’immagine la possibilità di interpretare, definire, completare secondo la propria sensibilità.
Accortamente la libraia Margherita Agresti ha disposto i quadri di Miele non solo al centro tra gli scaffali della sua libreria, ma negli stessi scaffali laterali, secondo i nuclei tematici ben riconoscibili, assicurando a tutti i lavori esposti visibilità e leggibilità in progressione. Già detto degli acquerelli (alcuni già esposti in altre occasioni) e dei disegni di Castellone, e dei ritratti domestici, un’ultima notazione meritano un trittico di quadri di soggetto religioso, dedicati alla Madonna (“Annunciazione”, “Madonna con il bambino” e “Sant’Anna con il bambino e la Madonna”). Qui l’artista formiano ha offerto una particolarissima lettura del tema sacro, nella disposizione delle figure, nella scelta stessa della figura (come la Madonna di ispirazione, si sarebbe detto una volta, “popolana”, ma per questo ancora più vicina all’occhio dello spettatore).
In definitiva, un’occasione per apprezzare come lavora un artista discreto ma sicuro, certo meritevole di attenzione nel panorama locale e non solo.

Festival della Satira a Spigno

luglio 24, 2010

 

23 agosto: Gaeta

 

Pinacoteca comunale “G. da Gaeta”

Via De Lieto

 

 

ore 19. IV^ edizione

Gaeta-Poesia-Mediterraneo

 

 

Enán Burgos incontra

i poeti della “stanza”

 

Letture:

Eufrasio Burzi

Roberto Martone

Stelvio Di Spigno

Carlantonio Ciufo

Antonio Villa

 

Intervento musicale: Cosmo Di Florio

 

  

 

 

 

24 agosto: Spigno Saturnia

Spazio comunale di Via Manzoni

 

 

Ore 19. Festival della Satira

 

Introduzione:

Giuseppe Napolitano e Enán Burgos

 

Intervento del prof. Paolo De Paolis

(Università di Cassino)

Come facevano satira gli antichi”

 

L’epigramma moderno: Amerigo Iannacone

L’apologo fantapolitico: Pasquale Cominale

 

 

Ore 20. Premiazione del Concorso gastronomico

dedicato al pomodoro

 

 

Ore 21. “La Satira del Pomodoro”

Lettura teatralizzata

del testo di Enán Burgos tradotto da Loredana Arru

(Attori della “Compagnia Sulle Nuvole”

con la regia di Cosmo Di Mille)

 

 

Ore 21.30 “I Maramaldi” – spettacolo di satira

di Danilo Paparelli (vignettista satirico)

con Simona Colonna (violoncello)

 

 

 

 

 

 

 

 

27 agosto: Scauri

 

 Darsena – Lungomare

 

 

ore 21 Enán Burgos saluta il Golfo dei poeti

 

Introduzione: Grazia Sotis

 

Letture:

 

 

Claudio Carbone

Riccardo Pampena

Fabio Simeone

Daniela Sannipoli

Rossella Tempesta

Il chimico poeta

luglio 7, 2010

Nicola Accettura

Poesie con spin discorde

Il chimico Nicola Accettura, il quale, “colto da crisi etica”, decide di fare il professore e “come la maggior parte degli italiani scrive poesie da sempre” è un autore straordinario: il suo libro è come scritto a due voci, quella appunto del chimico professore e quella del professore poeta… ma il professore qui si nasconde dietro le altre sue facce e con quelle si diverte a costruire un itinerario lirico di altissima spiritualità, pur misurandosi costantemente (nella pagina a fronte) con una serie di accurate definizioni scientifiche. In definitiva, è come leggere due libri: uno che è un ripasso agile e sorprendente della materia trattata (chimica, fisica, matematica…), e l’altro, la raccolta di poesie vera e propria, che di quella materia è la sublimazione in parola, una parola distillata e curata anch’essa, una rivelazione di sentire e pensare, un sottilissimo intreccio intellettuale che si fa messaggio di umanità. Nella sua “premessa” al libro, infatti, Accettura dichiara di non amare “la compiutezza. Adoro le cose imperfette…” e la prefatrice Mastrototaro da parte sua avverte che “il nostro professore è un uomo consapevole della propria consapevolezza di essere parte di ciò che dovremmo temere di essere”. Un doppio gioco, quindi, a gatto e topo, ma il topo è l’autore stesso che finge di fare il gatto con noi… e al massimo si morde la coda!

È più che un ossimoro, accostare scienza e poesia sembrerebbe una forzatura, un gioco estremo del dire che cerca appigli per dirsi in altre forme. Più ancora che l’improbabile forzatura dell’intesa poesia-filosofia (poiché il poeta è già filo-sofo, per natura, nel porsi e porre domande, ma soprattutto nel proporre le sue risposte, sui grandi temi dell’uomo), il rapporto scienza-poesia – “la scienza senza poesia è nulla, la poesia senza scienza è arida (come scrive Giancane in copertina)” – è più un paradosso che invita a riflettere comunque sull’evidente capacità che Accettura mostra nel coniugare – in sé – le due culture diventate nella sua espressione un solo codice, una sola voce.

Qui, comunque, il gioco funziona poiché le regole sono chiare: la neutralità rmotiva del chimico è l’alibi per mascherare una finta nonchalance, che invece è maschera di sofferenza, dissimulata a fatica nello specchio della riflessione. “Elettrone spaiato” e “Il tuo passo lieve”, coppia presa a caso, sono esempi di come lavora Nicola Accettura: “Un elettrone spaiato rappresenta una situazione di instabilità”… “A seconda dell’osservatore, il tempo trascorre con velocità diversa…” – ce le ricordiamo queste definizioni scientifiche: non pensavamo potessero ispirare alte meditazioni liriche (“Avido d’amore e spinto / dalla mia incompiutezza / cerco legami / anche poco stabili…”). Più efficace ancora, l’esempio di accordo totale in “Carezza”, che è il primo testo del libro: “Ben più di un grammo di elettroni stanno in una guancia e in una mano che la sfiora con una carezza. Quanto tempo occorrerà per contarli tutti?”, e, nella risposta poetica a questa premessa fisica: “Quante parole devo dirti / per pareggiare il peso / di un pensiero?”.

La poesia metafisica di Giancane

luglio 4, 2010

Daniele Giancane

21 poesie metafisiche (La Vallisa, 2009)

 

21 poesie metafisiche è un titolo volutamente provocatorio, anche se l’autore cerca di spiegarlo a modo suo: “In particolare io sono andato sempre più dal sociale (che sempre mi attira, però) al metafisico; non direi intimistico, ma proprio metafisico, ovvero non ripiegamento ma ricerca di verità, sorta di cammino di auto chiarimento di me a me” – excusatio non petita… con quel che segue! Ma questo voler andare “oltre” è semplicemente poesia, senza aggettivi, senza meta-fisica (il rischio di equivocare è forte: se si punta a sé, si rischia, se non l’intimismo, il realismo, il minimalismo, e qui per buona sorte non c’è… ora però non è il momento di affrontare simili pericolose disquisizioni).
Leggiamo queste 21 poesie metafisiche cercandovi l’uomo che le ha scritte, per quel che è – per quel che, come appare, vale. E non è poco, se è vero, come pure scrive Giancane in “Quando muore un poeta, non muore”, che “Quando muore un poeta, / muore magari / il fatto che correva dietro a ogni sottana / e s’ubriacava di prima mattina / e piagnucolava per una recensione // ma non dimentichiamo la divina poesia / che ci lesse tremante / ai giardini pubblici / e ci fece salire per un attimo / in un altro mondo”.
Che desiderare di più? Poeta è chi non si accontenta di raccontarsi, analizzandosi e presentandosi nelle sue parole come fosse un modello… poeta è chi crede che le sue parole possano costruire un modello e costituire un modello per chi le legge. Diventare altro da sé: questo è poesia (“io stesso trasformato nell’altrove”: così lo stesso Giancane mostra di essere d’accordo, in “È tornata la poesia”). Poeta è chi non fa domande, non troppe, non di quelle esistenziali alle quali troppe risposte ciascuno potrebbe dare, se non vuole poi affidarsi alla logica della mistica religiosa, panacea di ogni “incertezza” (“Il problema è l’incertezza”: scrive infatti Giancane)… “Se io sapessi…” – ma basta essere chi si è avuta la ventura di nascere; ed al poeta questo basta. La poesia è tale se offre risposte.
Allora perché l’uomo Daniele si fa tante domande e gioca con la metafisica di se stesso? Ma appunto perché, per fortuna sua e nostra – di tutti noi che lo leggiamo e lo sentiamo amico nella sua umanità che tanto somiglia alla nostra –, per fortuna l’uomo Daniele è il poeta Daniele Giancane, attivo ricercatore di sé da quarant’anni, per essere nostro compagno di viaggio indicandoci il suo, proponendoci anzi il suo come possibile viaggio di conoscenza. Cogliamolo infine nella profonda onestà intellettuale che dichiara – e ci regala – a proposito del “Pout-pourri” che secondo lui potrebbe sembrare la sua poesia intrisa di tanti amori poetici (e cita Neruda e Jimenez, la Dickinson e la Szimborska…): “Sia il lettore a porvi mente”, sia cioè il destinatario a sciogliere i dubbi che lo stesso mittente gli confida. Ed è l’unica salvezza della poesia, quella vera, che è viva in sé e non dev’essere troppo spiegata, definita, chiarita, chiosata… la poesia che dice di sé: eccomi a te, prendimi e sii, nelle mie parole, la tua poesia!