Archive for giugno 2010

Il “transito” di Anna Maria Guidi

giugno 27, 2010

Il vizio di regalarsi

 

Già, il titolo… Siamo di passaggio e lo sappiamo, anche se spesso ce ne dimentichiamo e confondiamo il transito per questa via segnata che è l’esistenza con la possibilità di durare… e ci proponiamo a modello. Vizio d’artista, necessità di testimone, comunque un bisogno di non passare inosservati (che per di più costa fatica, e coraggio, non poco). Ecco infatti “Il vizio”: “Se fossi / se avessi / se volessi / se potessi / se… / Costoso vizio il se / che sognando le perle / coltiva ostriche chiuse / al vezzo della vita”…
Così è scusata e giustificata anche Anna Maria Guidi, che nel suo volume poetico di qualche anno fa appunto raccontava come fosse “In transito” e come a quel transitare qui con noi volesse dare un significato particolare… peraltro ponendo, come chiari segnali del suo transitare qui tra di noi, esplicite dichiarazioni di poetica. Insomma, una specie di navigatore (oggi di moda, al poeta inutile) che aiutasse il prossimo a seguire il percorso accidentato che gli viene proposto. Anche se il poeta sa bene di non essere sempre il miglior navigatore per gli altri, finché non impara ad esserlo per se stesso: “Apprendista vampiro / che non ha mai imparato / il trucco per succhiare / la linfa dell’esistere ” (“L’abuso”).
I segnali sono dunque tanti e disseminati – specie negli esergo delle varie sezioni in cui si articola il sostanzioso volume: “buona ispirazione / ma io non mi ispiro / aspiro / l’incenso sottile della vita…” – partiamo di qui, una delle chiavi più efficaci per forzare la facile difesa dell’autrice, che fa poco per rimanere protetta, ed anzi con naturalezza si sveste di sé perché più facilmente la si possa scoprire, e di lei si possa cogliere ogni movenza espressiva che è espressione di vita.
“La mensa del poeta / è un’allucinazione di parole” (“Il sale delle briciole”); “È un acrobata / al trapezio il poeta / Volteggia di parole / e non usa la rete / Regala segni / labili tracce / in punta di pensiero…” (“The show must go on”); “Stanotte / avevo in mente un bel verso / Stava attaccato / come un passerotto / a un ramo di pensieri / Ma quando l’ho staccato / per pensarlo / è fuggito / via cinguettando / verso un nido di stelle” (“Nido di stelle”): sono solo esempi – la riflessione metapoetica è continua, pur non essendo ovviamente la sola e diverse anzi essendo le tematiche di questo transito nel quale Anna Maria Guidi chiede di accompagnarla. In tutta onestà di sperimentatrice, senza presunzione di guida infallibile: “molto ho visto / di tutto e il suo contrario / ma non ancora abbastanza”… e quindi, serenamente, per quanto possa sentirsi in grado di indicare percorsi, pure sente il bisogno di avvertire i lettori del rischio che si corre a starle dietro: “[…] Io rinuncio ad affliggervi / con ottave quinari settenari […] / Voi attaccate alla gruccia […] l’abito liso dei vostri giudizi ”– è l’ultimo testo del libro (ironico emblematico il titolo, quasi però apotropaico: “Stop”), e qui finisce In transito, ma si apre il privato transito del lettore attento, non solo intento a vivere… se vuole approfittare di questa messe ricca di sapori umani, da gustare per credere e crescere, in armonia di sentire.

Annunci

L’ANTOLOGIA a Firenze nelle parole di Marco Marchi

giugno 22, 2010

All’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze,

pubblico sceltissimo per la presentazione di ANTOLOGIA

curata dal prof. Marco Marchi dell’Università di Firenze

 

Scoprire il mondo, e cioè cercare di scoprire attraverso noi stessi e le nostre personali risorse, piccole o grandi che siano, la realtà: di coglierne tramite l’interrogazione di una parola inclusiva e rappresentativa come quella della poesia i significati umanamente più qualificanti, di offrirli senza pregiudizi e infingimenti al colloquio e al confronto. Derivano da qui, da questa implicita assunzione di responsabilità, le molte voci del poeta, le sue molte dizioni. Come ha scritto con efficacia Stelvio Di Spigno nella sua affiatata ed acuta prefazione all’Antologia, per il verso del poeta «andrebbe coniata una tipologia di pronuncia che chiameremo ”clownesca”, ovvero il continuo formarsi e deformarsi dei versi come se a declamarli fossero l’irridente pagliaccio di Böll in lotta con quello funebre e meditabondo di Schoenberg, il grillo parlante e la coscienza di Napolitano, il suo contiguo Pierrot lunaire». Una strategia còlta e verificata in atto, vorremmo precisare, che si rafforza proprio allorché alla base dell’esercizio poetico di Napolitano è ravvisabile una misura classica, limpida e discorsiva, predominante, anche se di continuo minacciata e spesso, per vari aspetti, sottoposta a ridimensionamenti e contestazioni interne.
La letteratura, la poesia aiutano da sempre a scoprire il mondo: ce lo rivelano, lo allargano, lo immaginano, lo discutono, lo denunciano, lo ipotizzano e lo trasformano, sempre partendo da noi e a noi ritornando. Le attestazioni di quanto segretamente avviene in chi avverte l’esigenza di scrivere non mancano: potranno essere le più disparate e diversamente motivate, sia dal punto di vista ideologico che da quello teorico-linguistico, ma alla fine su questa inscindibilità tra l’io e il mondo, tra l’io e gli altri, convergono. Così non possiamo non condividere la chiusa di una lirica di Parola di parole che, dedicata a Montale ed espressamente a Maria Luisa Spaziani (ma viene in mente anche il poeticissimo, fantastico e leggero uomo di fumo Perelà di Palazzeschi), racconta del viaggio di tutti i poeti e del viaggio, in compagnia dei «riottosi» poeti, dell’uomo: «Riottosi per mano ci accompagnano i poeti / misurando sui nostri esitanti / i loro agili passi di fumo / fino dove raggiungerli è possibile e fino / alle porte insuperabili per noi / della casa/tempio ove forgiano la vita / in forma di parola» (Il lauro di Montale – a Maria Luisa Spaziani).
Dichiara, al di là di un ricostruibile episodio polemico da storiografia letteraria intellettualmente sostenuta, Franco Fortini in due versi di una sua poesia: «Non conoscerò che me stesso / ma tutti in me stesso». Afferma con pari forza e plausibilità Carlo Betocchi, in margine alla sua splendida, creaturale, pauperistica eppur cólta opera in versi: «La poesia nasce dal rinnegamento di se stesso. Ho scritto una poesia dove si parla del cuore, dove si dice: dimentica te stesso, cerca di essere il cuore degli altri». E veniamo al nostro autore. Dicono nell’opera di Giuseppe Napolitano, abbastanza precocemente ed icasticamente, i versi di “Epigrafe” recuperabili in Maschera, la raccolta del 1978: «povere / le parole del poeta / se non leggono / cuori». Ed ecco, a ruota, alcuni versi recuperabili in “Traccia”, un componimento di molti anni più tardo, presente in Creatura, libro del 1993: «Imparando a fagocitare il male / del mondo insenibile al dolore // ho sorriso per conoscermi negli altri / sasso diventato a loro specchio».
Il «cuore», quel «cuore» singolare e plurale, resistente, di continuo instabile e cangiante, palpitante e addolorato, che anche le poesie di Napolitano «leggono», indagano ed esortano, a cui con rigore e insieme con confidenza si rivolgono. Ma è proprio così – al denso discrimine tra io e mondo, io e gli altri – che anche la poesia di Giuseppe Napolitano si è configurata nel corso degli anni e continua a donarsi: portando alla superficie, nell’individuale e irripetibile partecipazione ad una comune vicenda, un bisogno di libertà e conoscenza fattosi forma, espressione. Scoprire insieme il mondo, in poesia: secondo «una lunga – ininterrotta e mai tradita – fedeltà».
E vorremmo chiudere – all’insegna della speranza e del futuro che ancora in una incarnazione della parola, e quindi di vita vincente, tra rinnovate responsabilità e affetti, si realizza – con i versi di un testo del 2007: un testo dedicato e se volete davvero da «biblioteca del cuore», scritto con il cuore e «leggendo cuori», in cui è ancora la parola a stagliarsi protagonista, a riaffermarsi in altre voci: «La parola ormai – La parola ormai ti possiede / né perdere vorrà sull’onda immobile / del tempo il suono morbido di un nome // e invano accarezzato il tuo viso / senz’armi estenuandosi all’assedio // ma in sé un nido ha costruito in cui / protetta prigioniera potrai crescere / in attesa di un incontro a te decidere».

La presentazione è stata organizzata dalla CAMERATA DEI POETI, presieduta da Lia Bronzi

L’infinito percepire di Artone

giugno 21, 2010

Dino Artone
Histoire d’I

ilmiolibro, 2009

Frammenti di infinito

Cominciare dal fondo aiuta, e si può cominciare dall’ultimo di questi brevissimi trecento “epigrammi” (ma non sono soltanto epigrammi), per cercare una chiave di interpretazione al libro: questo Histoire d’I è un libro di poesia che dietro i versi cela mille riflessioni… “Troppo tardi ho capito / che per essere infelici / si deve amare”. È una affermazione che si potrebbe anche rovesciare e non perderebbe senso (amando, si comprende il valore della felicità), come non si perde l’intensità della raccolta di Artone ricominciando a leggerla dall’inizio: “Le verità più profonde vanno indagate / col cuore, non con la mente”. Ed è proprio vero, spiluzzicando a caso qua e là, che “Spesso un sorriso / cela radiosamente / un cupo inganno”… Sono tutte affermazioni – e tante altre se ne potrebbero citare –, sebbene formulate in maniera poetica (in forma aforistica o nella misura dell’haiku), nelle quali ci si può comunque riconoscere e che forse proprio per questo non pronunceremmo facilmente – e invece il poeta osa addirittura il banale (l’apparente banalità del semplicemente detto) per convincere che dietro le parole c’è sempre qualcosa di diverso da leggere.
Dino Artone racconta l’amore con tutte le sue facce, in modo ironico e assiomatico, giocando a nascondino con se stesso, fingendo, cioè costruendo mille immagini di un sé possibile… fragile e forte, delicato e diabolico: l’uomo d’altronde è tale se riconosce la sua debolezza e la sua fantasia. In questa Histoire d’I si dipana un vero manuale dei sentimenti espresso nelle minime sfaccettature di un caleidoscopico mondo in cui – cogliendo fior da fiore – costruire un mondo privato (a incastri, come un arduo puzzle, o un castello di carte perennemente da rifare), ove immaginare la propria storia, una ideale storia d’amore che potrebbe essere e forse è, basta cercarla.
Citare ancora versi toglierebbe il piacere della sorpresa, poiché in ogni pagina vive un frammento narrativo a tre voci, un pezzo del puzzle o una carta da gioco, da comporre e scomporre a piacere. L’autore offre chiavi numerose e chiaramente leggibili, ma pure sottilmente ambigue (e compiaciute) – specie nella forma piuttosto insolita della parodia; offre parole e parole per imparare a parlare, e infiniti appigli per poter scalare agevolmente la montagna dell’esistenza: ogni pagina del libro (tripartita in aforisma, haiku e parodia) scrive e compone originalissimi quadretti di vita quotidiana che assumono valore di exemplum, da soli o coordinati. Non poche volte capita infatti di ritrovare temi e stilemi ripetuti, certo a bella posta: qui niente sembra lasciato al caso, anzi, tutto pare premeditato.
Finissimo conoscitore dello spirito umano, e di se stesso, quindi – o viceversa (Seneca docet)! – Artone spazia, acrobatico cercatore di immagini, pennellando e schiaffeggiando, punzecchiando e descrivendo con pochi tratti (magistrale la sintesi di certi haiku, peraltro raramente fedeli al rigore del modello giapponese, essendo l’autore più interessato alla sostanza che al rispetto canonico). Il clownesco gioco dello specchio è un motivo ricorrente, ma giocato anch’esso in modo personale, divertito e autoironico: “Guardo lo specchio / anche l’altro mi guarda / ci conosciamo?”. È un modo per dire di altri, proponendosi a scherzoso modello da non imitare, ma è pure il modo più diretto – ed elegante – per mandare chiari messaggi a futura memoria. E a proposito di futuro… “Se solo ci convincessimo che noi siamo / la prima fabbrica dei nostri futuri ricordi”…

Diario di luce: Angela Giannelli

giugno 21, 2010

Angela Giannelli
No(t)te di congedo
Besa, La vallisa

“Abito il dubbio e gioco con il relativo. Coniugo inevitabilmente il paradosso e l’assoluto” – così Angela Giannelli si presenta in un personale esergo al libro No(t)te di congedo, dichiarando ambigui intenti, almeno come alibi di sicurezza. E Daniele Giancane, nelle sue conclusive “Note critiche”, sentenzia che “il bel testo di Angela Giannelli vive di queste formidabili tensioni, si muove come sull’onda di un crepaccio, cercando luci e lottando contro l’oscurità”. Un libro quindi, nel quale si può trovare quel che si cerca, se si sa come cercare.
Peraltro, già il titolo è un gioco linguistico – in cui si finge di prendere appunti per un’ultima notte d’amore… e l’amore è uno dei motivi conduttori di questo libro composito e compatto. Composito poiché l’autrice costruisce una serie di storie (non) sue, raccontando e facendo raccontare frammenti di esistenze altre che comunque la toccano e pertanto ci toccano. Compatto il libro lo è nello stile, nella padronanza stilistica che lo sorregge tutto, anche nelle diverse strutture metriche in cui si presenta; per lo più, i testi hanno però un andamento morbido, ampio, a volte quasi cantabile – ma è la canzone triste del blues, l’intimo canto che erompe a sfogarsi in un colloquio necessario. Esempio, “Partenza”, con le sei strofe di sette versi quasi tutti ipermetri: un poemetto a lasse lente e intense, dal patos circolare e irrisolvibile, intorno al “nostro essere stati ieri sulla pagina” che diventa la “nostra infame fuga dalle pagine”. Poesia metapoetica per dire quanto sia difficile credere di poter fissare nelle parole una storia e farne una storia.
Un altro esempio, la coppia speculare “Chiaroscuri” e “Destini”: come è facile raggiungere il destino semplicemente andandogli incontro con fiducia! senza tentare l’oroscopo (direbbe Orazio: “ne temptaris numeros!”), forse però “leggeremo di noi chiaroscuri destini”, scritti “in un saggio” malgrado l’impegno a non scrivere, perché il poeta comunque non può evitare di scrivere, e scrivere è il suo destino. “Sulle ali immortali salpiamo dalle rare / preziose parole / vive / scampate alle raffiche empie del tempo” – in un testo che si intitola “L’ultima poesia” e inizia con l’accorato appello (sfacciatamente retorico): “Andiamo via, ti prego, anima mia, / da tutta questa assurda inutile poesia”. Gioca finanche a farsi male, il poeta, rischiando di farsi credere sincero. Perché No(t)te di congedo è anche un omaggio più o meno esplicito – e con tante citazioni implicite ma riconoscibili – alla grande poesia di sempre, ai luoghi dell’anima, alle figure del mito.
Angela Giannelli mostra in queste sue note di notte, quanto consapevolmente non è dato conoscere, di avere una scaltra, scaltrita abitudine alla tessitura di trame liriche quasi automatiche. Le si dipana intorno – e lei vi si avviluppa – una serie di vicende ideali che diventano verso e verso, e costruiscono un “volo d’amore” che riappacifica persino con il dolore del mondo. Perciò giustamente il testo emblematico del libro è posto anche nel risvolto di copertina: “Canto V” si intitola ed è ovviamente una liberissima rilettura dantesca – ma si chiude con la folle brezza (specchio della infernale “bufera”) e un “fosco velo dei pensieri” di Francesca, che si “gela” nella domanda senza risposta: “di quali amori tu ancora m’ami?”.
In questo suo libro di totale coinvolgente passione, Angela invece lo sa, di quanti e quali amori… lei ama incondizionatamente.

Lo sguardo di Agnisola

giugno 18, 2010

 

Avvertimento del divino

 

Spiritualità, in arte, è parola da far tremare il critico (chi non abbia dimestichezza davvero con le radici dello spirito e sappia insieme leggere l’opera d’arte come emanazione dello spirito e non solo come esercizio di espressione), non è comunque il caso di un critico avveduto, e profondamente consapevole dei suoi mezzi (e insieme peraltro convinto della propria ideologia, della missione militante del critico), come può ritenersi Giorgio Agnisola. Al quale dunque non tremano i polsi, se scrive del sacro, se discetta di appartenenza artistica come risposta alle istanze profonde dell’animo. “L’artista palesa una sorta di intento missionario – scrive a proposito di Friedrich – che si specchia nella stessa concezione dell’arte”; e aggiunge: “L’oltre è innanzi tutto in noi, nel nostro intimo, nel cuore dell’artista e dello spettatore” – con ciò rimandando appunto al legame spirituale che deve crearsi, e verificarsi, tra produttore e fruitore dell’arte, affinché ci sia espressione e comunicazione, ricerca interiore che si fa dialogo e produce nuova spiritualità.

L’oltranza dello sguardo (in Friedrich, Monet, Cezanne) è uno di quei piccoli libri da usare come un vademecum, ogni volta che si avverta il bisogno di capire un po’ meglio come ci si debba comportare di fronte ad un quadro – ma per estensione si potrebbe riferire la tipologia dell’indagine di Agnisola anche ad altre forme artistiche. La sua proposta infatti, è più un metodo, è uno stimolo a guardare dentro (e non soltanto oltre, come dice lui).

In questo libretto critico – che si pone come un maestro privato, disposto a dare chiarimenti in merito a…  –  Agnisola raccoglie tre brevi saggi dedicati ai grandi dello spirito che gli sono congeniali: il romantico visionario Caspar Friedrich (di cui opportunamente, come emblema del libro stesso, si riporta in copertina il “Viandante sul mare di nebbia”, famosissima opera per il suo “avvertimento quasi panico dell’infinito”) in cui si avvertono un senso di incompletezza, una “indeterminatezza” di tipo leopardiano; poi Claude Monet, “l’occhio”, come venne definito, il maestro della luce, l’impressionista appassionato della “capacità trasfiguratrice che emana dalla nostra stessa vita e che lega l’interiore all’esteriore”; e infine Paul Cézanne, il cantore della Provenza, per il quale “il visibile non era lo spazio di un mistero in sé, ma il luogo dell’esplorazione di un oltre dominante e assolutamente imprescindibile”. 

I tre artisti esaminati hanno un carattere comune, che è lo sguardo sul mondo che si fa indagine per entrare nell’oltre-mondo, un “avvertimento del divino” (variamente inteso ed espresso, ma convinto senz’altro e perseguito come scopo creativo), che si fa specchio del reale in una dimensione quasi mistica: “porto in me tutte le bellezze che il mondo ignora o disconosce”… presunto epitaffio di Cézanne, questa frase potrebbe anche porsi come esergo del libro di Agnisola. “L’oltranza dello sguardo” potendosi intendersi proprio come la capacità di portare la vista oltre la materia che ci circonda, a vedere quello che abitualmente i più non sanno scorgere. Al tempo stesso, si può guardarsi dentro, e rifarsi così al pensiero classico, senecano e agostiniano insieme (insieme cercando e toccando il sé e il divino che si trasforma in “verità”, relativa o assoluta che sia).

Piccolo ma presentato in una pregevole veste tipografica, il libro che Agnisola pubblica con Il pozzo di Giacobbe (nella collana “Le forme e la luce”, in cui peraltro sta benissimo collocato per l’intento che lo anima e gli esiti cui giunge), è corredato da un prezioso – ancorché necessariamente limitato – album iconografico. Vi sono i quadri ai quali nella trattazione si fa riferimento, e costituisce uno strumento non secondario di conoscenza, uno stimolo a vedersi dentro, in chiave dichiaratamente religiosa (ma la posizione ideologica di Giorgio Agnisola è fin dall’inizio esplicita e chiude pertanto il suo libro in coerenza di sentire ed esporre): “L’occhio si collega con la mente, con la logica della visione, ma contemporaneamente si collega con l’anima, col modo di sentire la realtà, con il suo orizzonte di senso, approda a una ricognizione estetico-religiosa”.