Archive for maggio 2010

I “fiori” di Jeph

maggio 31, 2010

Fiori d’amore, Manni 2009

Importa poco sapere se Jeph Anelli è davvero così esperto di fiori, se le centinaia di specie elencate, nominate e coltivate nelle sue immagini poetiche le conosce davvero… Ho pensato, leggendo e rileggendo il suo libro, colpito accarezzato sfiorato da tanti fiori, ho pensato, sollecitato solleticato dalla dolcezza dei tanti nomi, che appunto sia stata la sonorità, la musicalità dei nomi di tante specie floreali a dargli modo, oltre l’ispirazione, di costruire questo suo catalogo di Fiori d’amore: una specie di botanica per dongiovanni… Chissà, poiché Jeph è stato sempre impegnato nel sociale e pure attivamente in politica, nell’amministrazione della sua Maenza, chissà forse cercava – e ha trovato nel fresco profumo dei fiori – un mondo altro in cui rifugiarsi, una più raccolta intimità, in cui trovare più consone soddisfacenti dimensioni esistenziali e farne dono prima di tutti a se stesso. Ma chi legge di questi fiori se ne innamora. Si scrive sempre per gli altri, per lettori sconosciuti ai quali si dà testimonianza di sé, ma se si colgono fiori, tenerli solo per sé saprebbe di sterile narcisismo, una forma quasi di onanismo intellettuale.
Questa premessa serve a comprendere come sia facile entrare nella testa di un poeta e trovarvi qualcosa che ci appartiene, che è di noi lettori, più che sua. E i critici, militanti o storici che siano, a volte non sanno pensare semplicemente con la loro testa e argomentano secondo categorie generali facili da affibiare a chiunque. In questo caso, di fronte ad un’opera fuori dal comune, ben altre categorie di pensiero e di analisi sono necessarie; soprattutto, ben altra testa – Jeph impone una attenzione superiore, una disponibilità ai limiti dell’eccesso, chi voglia realmente godere della sua proposta poetica, quanto diversa dalle sue prove precedenti! Si pensi almeno allo sperimentalismo nichilista di un libro come Finitudini (che è del 2001).
Né storia né scienza: vorrei subito contraddire l’autorevole professore che firma la nota in copertina dei Fiori d’amore. Caputo sintetizza radicalmente un pensiero e per amor di sintesi rischia di fuorviare dal punto di vista sotto il quale conviene invece guardare questo libro straordinario di Jeph Anelli. Straordinario sì, perché scritto in modo inusuale, come ogni libro di poesia degno di questo nome, ma normalissimo – sempre com’è ogni libro di poesia – perché, semplicemente, è un libro di vita, e la vita, si sa, è semplicissima da raccontare, per chi sappia come viverla (che poi non significa saperla vivere – ma proporla a modello sì, e per questo appunto è poesia).
Ho cominciato a leggere Fiori d’amore spigolando in quel giardino rigoglioso in cerca di fiori conosciuti e curioso di conoscerne altri – in verità all’inizio pensavo proprio di trovare dei fiori ispirati o che ispirassero amore. Ma questo libro non è un catalogo, una sistemazione floreale, nel senso che ci si possano trovare classificati tanti fiori (a parte l’inganno dell’ordine alfabetico). Qui piuttosto si respira profumo di parole, qui sono le parole che si fanno immagine e – poiché comunque si allude ai fiori – le parole/immagine si fanno anche odore, finiscono per emanare profumi. Ed è il profumo della vita, ciascun testo essendo un frammento di vita messo quasi sottovetro o custodito fra le pagine – come una volta si faceva con una foglia, o un fiore, qualche petalo/frammento di memoria… Il senso dell’operazione poetica di Jeph Anelli potrebbe essere questo – certo è una delle più probabili chiavi di lettura del suo libro.

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E’ morto Renato Filippelli

maggio 20, 2010

Dai fatti alle parole è una delle ultime pubblicazioni di Renato Filippelli, uno scrittore totale, che ha dedicato la vita alla parola scritta, non solo scrivendola, ma curandola, raccontandola, promuovendola, insegnandola… Sempre. È stato fra i primi poeti che ho conosciuto, poiché frequentava mio padre quando ero ancora un bambino. E ho sempre seguito le sue vicende letterarie, fin quando ho adottato il suo ultimo imponente lavoro scolastico, la Letteratura in sette tomi pubblicata da Simone.
Lo ricorderò per l’ampia capacità di affabulazione lirica, la maestria di un letterato che fa della poesia un cammino – il suo cammino naturale nell’uso della lingua (che peraltro ha insegnato per decenni: è stato un professore-poeta che sa bene come si scrive, come conviene dire quel che ditta dentro e va comunicato perché altri si possa sedere al banchetto della parola capace e consapevole di potersene servire.
Dai fatti alle parole è un titolo emblema, un manifesto di poetica: per uno che ha esordito e ha continuato sempre con la stessa attenzione alle cose e alla natura, all’uomo… che si è affidato anche al soprannaturale ma ha sempre fatto professione di fede nei valori dell’umanità figlia della terra, della famiglia e dei suoi affetti più veri. E alla parola ha dato il giusto valore di veicolo dei sentimenti e la ha custodita pertanto pura malgrado il rischio – da studioso e frequentatore delle più diverse forme espressive – di cadere nel cerebrale, nel gratuito sperimentale.
Infine, le parole “Di un tardivo cultore del silenzio” si rivolgono a Dio: “Tu che sai quasi adempiuta la mia storia, svezzami dalle parole, futile mia gloria; dammi il silenzio che precede e segue la vita, e veste di mistero lene gli approdi all’ultima deriva”.
Voglio augurare al poeta Renato Filippelli – che muore a due giorni di distanza da Edoardo Sanguineti (uno di quelli che più non poteva sopportare) – voglio augurare al vecchio compagno di viaggio un “dopo” nella memoria più viva dei tanti lettori che ha meritato e meriterà ancora di trovare.

La luce di Pasquale Di Ciaccio

maggio 12, 2010

Una geografia dell’anima

La luce blu è uno di quei libri in cui la trama finisce per interessare poco, la trama come successione di grandi fatti e intersecazione di fatterelli di contorno: qui è tutto di contorno e tutto diventa grande (la nitidezza di certi episodi li scolpisce nella pagina cesellandone i particolari). I personaggi principali sono sommersi da una pletora di figuranti, da un vero coro di compaesani che ne scandiscono i giorni, impotenti ad impicciarsi dei fatti propri – tipico di certi paesi, o di certi rioni di città anche grandi. Nella Gaeta “d’altri tempi”, che Di Ciaccio racconta con abilità estrema di conoscitore disincantato e testimone addolorato (ricordiamo che è stato anche giornalista pungente, elzevirista di taglio classico), in quella Gaeta di Via Indipendenza che della città è rimasta forse la parte meno contaminata dalle successive trasformazioni urbanistiche, l’esistenza ha ritmi lenti e si svolge in attesa di scadenze ineluttabili, come il mutare delle stagioni, e le feste religiose.
La storia minima di un borgo del secolo scorso (qui siamo tra le due Guerre, negli anni Venti ricchi di contraddizioni sociali) si snoda e si riannoda continuamente attraverso i racconti di Lorenzino e Nunziatina, di Giannetta e don Diego, e Rosetta e Nanninella e Pietruccio… È passato quasi un secolo, adesso, da quei racconti, eppure sono vivi e balzano prepotenti sulla scena quei protagonisti con tutte le loro vicende variamente intrecciate, consegnati alla memoria custode che illumina quei vicoli di Via Indipendenza, cuore del vecchio Borgo. Solo sullo sfondo si avverte l’eco delle trasformazioni in corso: le ferite della guerra, l’emigrazione, l’affermarsi del fascismo; i problemi della pesca, il commercio, l’apertura della direttissima Roma-Napoli.
Di Ciaccio appare in un cantuccio a suggerire, orchestrare, fa finta di non esserci, vorrebbe fare il narratore onnisciente alla maniera verista, e finisce un po’ per somigliare al Bernari di Speranzella (tanto per trovare affinità caratterizzanti), ma poi non è necessario cercare archetipi o modelli – il suo stile è il suo, fluido, sapido, essenziale. Quasi un limite, secondo una certa critica; un pregio, secondo altri, proprio per la capacità di affrescare immagini a tinte forti e con tratti decisi, o (se l’episodio ha i toni dimessi del sentimento meno esibito) con i tenui pastelli di un acquarello alla Mario Magliozzi.
La luce blu che dà il titolo al libro è quella di un abat-jour, di un civettuolo abat-jour tanto desiderato da Giannetta (eternato in una canzone allora di moda). Egregiamente rappresentativo, questo titolo, della volontà dell’autore: Di Ciaccio avrebbe potuto anche puntare su un effetto diverso, sulla storia di Saverio e Nunziatina, ad esempio, che in effetti chiude la narrazione e diventa emblematica di una salvezza meritata dopo tempi duri e sofferti con dignità. C’è in questa conclusione “un senso di sconfinato perdono per tutte le debolezze umane che hanno travolto uomini e cose…” (anche se forse non c’è la “venatura di religiosa accettazione” che ci vedeva Nicola Napolitano – Di Ciaccio è più vicino a Verga, a Dickens, magari).
Per raggiungere il suo scopo, Pasquale Di Ciaccio adopera strumenti espressivi e linguistici da “maestro”, specie nell’arte della similitudine, rischiosa ma risolta e tratteggiata con eleganza e semplicità. Il linguaggio sa di evidenti prestiti gergali, comunque opportuni nella descrizione di ambienti e situazioni dei vichi gaetani (si potrebbe estrapolare un piccolo trattato di glottosociologia); ma sa pure di alte frequentazioni letterarie – e il nostro autore, anglista di spessore, non certo nasconde le proprie conoscenze.
La Gaeta raffigurata in La luce blu è quella di cui Di Ciaccio ha sempre parlato, raccontandone la storia – civile, sociale, antropologica, culturale – nelle sue varie pubblicazioni (narrative e giornalistiche): è la Gaeta un po’ accidiosa che non riesce a scuotersi di dosso il peso di una storia gloriosa che l’ha resa famosa ma non le appartiene più, e fatica ad entrare in una storia nuova dalla quale viene invece progressivamente emarginata.
Lacerti di vitalissima umanità costituiscono il connettivo da cui La luce blu è sorretto, le nervature di un discorso esistenziale al quale possiamo affidarci, sicuri di trovarvi intatta la dimensione umana che ci appartiene: qui siamo vivi anche noi, tutti interi con le nostre debolezze e le nostre illusioni, le nostre magagne e le pene che a quelle conseguono; ci siamo noi, aggrappati allo scoglio, sospesi sul dirupo… una mano ci salverà, quella del nostro simile che saprà riconoscere nei suoi problemi i nostri e ci aiuterà a risolverli, insieme. Perché è la solidarietà la molla che ci spingerà oltre, oltre la banalità del male, oltre la precarietà del quotidiano.

Un itinerario fuori per leggersi dentro

maggio 7, 2010

Un itinerario fuori per stare meglio dentro
Riflessioni su Inventari apocrifi

Questo piccolo ma corposo libro di Giuseppe Vetromile è (sono parole sue) “un inventario necessario, almeno per tentare di capire dove potrebbero stare le mie vere cose nascoste sotto la polvere del mondo”. Come se poi davvero servisse a qualcosa cercarsi “sotto la polvere” e non bastasse e non fosse anche soverchio quanto c’è sopra la polvere del mondo, cioè alla luce (e cioè noi), che a volte è già insopportabile da essere, o semplicemente da vedere, da descrivere e denunciare!
Questi Inventari apocrifi sono costati certo all’autore un impegno inconsueto e supplementare, per cercare – scavando in una sua “vita parallela” – di mettere ordine nel “palinsesto segreto” nel quale il tempo ha depositato le scorie di sogni e lusinghe, idee private e domande senza risposta. Fatica infine inutile – come appunto confessa l’autore stesso – poiché alla fine si accorge di essere sempre all’inizio (le grandi domande sulla vita e sulla morte, purtroppo, rischiano di portare a grosse delusioni, se non ci si affida più o meno consapevolmente alla dimensione divina – e rivolgendosi continuamente ad una “mia cara” interlocutrice, forse maschera o figura di un altro sé, di quella sua “vita parallela” oppure della sua anima, Vetromile chiama spesso in causa, apertamente, il Dio con la maiuscola); l’orizzonte di un’indagine in se stessi, la pretesa di inventariare l’essenza dell’esistenza spesa e da spendere ancora, è impossibile a delimitarsi.
Si riesce a malapena a scorgere l’angusto confine dei giorni, confusi come si è in un ambiente nel quale “in una nebbia anonima me stesso vado ricercando”, e lo sforzo appare deludente, inappagante.
È l’autore a dire nella presentazione quali intenti abbiano animato e quali modi abbiano condizionato la costruzione del suo libro. Che può essere inteso come un vasto poema composto di 13 poemetti (di varia composizione, da tre – per lo più – a sei testi – uno solo); soltanto quattro le poesie di misura diremmo normale. “Il verso di Giuseppe Vetromile si tende – scrive Rega nella sua nota – fino a lacerarsi per accogliere, raccogliere quanto più possibile della ridondanza del mondo che il poeta continua a investigare, a interrogare intrecciando la propria esistenza con quella della realtà che lo circonda e, in uno slancio disperatamente panico, dell’universo stesso”.
Chi ha conosciuto l’autore – premiato in tanti concorsi per la sua scrittura piana e densa, fluida ma ricca e articolata nella scansione classicheggiante, qui rimane un po’ perplesso e non trova subito l’orientamento (anche se certi stilemi, certe immagini, appartengono al Vetromile ben noto ai suoi lettori abituali: c’è il suo “vecchio cuore deluso”, c’è “un sorso di vita preso d’un fiato”, c’è pure una dannunziana “ora che s’annera” in un “lieve tocco della sera”… e si potrebbe citare ancora). Ma il disegno è chiaro: questa fluviale confessione di ricerca, lanciata nello spazio della coscienza e fuori di essa, ha bisogno di espandersi – anche fisicamente, visivamente – in un dettato che a volte rasenta e rischia la scrittura automatica… ma il controllo si avverte ed anzi a volte è scoperto; si capisce che l’autore ha tutto squadernato in sé e si adopera caparbiamente a sistemare, a inventariare ad uso e consumo di chi leggerà e – forse, se altrettanto caparbio – saprà poi leggere in se stesso alla ricerca, eccetera, eccetera…