Archive for novembre 2009

La ragazza senza età

novembre 26, 2009


Per aver dovuto sempre troppo comprendere – sempre pagando in proprio, in vita regalata (o sprecata, nella ricerca di affinità sempre sfuggenti) -, per aver dovuto aspettare tanto una carezza quando ne avvertiva il bisogno, la “ragazza” ormai donna – ma ancora bambina nell’animo, nei sentimenti e nei sensi stessi custoditi con ingenuo stupore – la figlia del sud che ha conosciuto del nord più le delusioni che la salvezza sperata, conserva comunque una straordinaria capacità (e volontà) di comunicare.
Se si decide, alla tenera età di ottant’anni (senza ironia perché con serena e distesa partecipazione Asoic Naie racconta le sue vicende – vere, purtroppo e dolorosamente ricordate, ma quasi con distacco, aiutata dalla lente dell’età che smorza i toni e asciuga l’espressione), se aspetta una vita per raccontare una vita, la ragione in definitiva è in quella piccola materna presunzione di poter essere utile… La funzione pedagogica della letteratura – specie quella memorialistica, fondata sulla credibilità dell’esempio – è una delle molle più forti, più della voglia di dire, dell’esigenza di scaricarsi, che hanno convinto una donna a liberarsi sulla pagina delle antiche paure, dello stesso pudore di una vita passata a nascondere ambizioni e pulsioni, a mascherare atteggiamenti di circostanza, ad essere – a dover essere – quel che conveniva più di quel che si sentiva.
Per aver avuto diversi cattivi insegnanti e per essersene fidata anche troppo, l’alunna modello del tempo che fu ha continuato a studiare ed ha continuato a credere nell’esempio che si fa insegnamento, poiché è credibile – e pertanto deve essere onesto, rigoroso. Al maestro si chiede onestà intellettuale, rispetto dell’allievo, disponibilità a mettersi in gioco in un processo formativo a due, non univoco, non impositivo. Così un genitore, e così pure uno scrittore che intenda (come un padre che insegna quel che sa) mostrare una via, indicare un percorso alternativo, suggerire mappe di orientamento.
Procede a salti, la narrazione (è la vita, del resto, che fa salti, e fa salti la storia che la fa rivivere): ci sono episodi che iniziano e sembrano terminare, poi sono ripresi in un altro capitolo, e sono come ripresi da un nuovo punto di vista – ed è il punto di vista dell’età che muta: la protagonista ragazzina diventa giovinetta, adulta, matura… e scrive dopo decenni dall’ultimo avvenimento narrato. Ci sono dunque almeno tre piani di scrittura, e di lettura, nel libro, segno dell’evoluzione affrontata dal personaggio e dall’autrice stessa che, nel ricordare e raccontare, si costringe a fare i conti con le esperienze vissute, con le diverse scelte sbagliate che si è trovata a compiere (a subire, per lo più, perché altri sceglieva per lei, ma era lei a pagare, a portarne il marchio).
Una ragazza del sud è una testimonianza, e un viatico: chi ha sopportato tanto, non può esimersi dal farne partecipi quelli che rischiano di subire altrettanto. C’è quindi il malcelato desiderio, anzi la chiara intenzione di offrire al lettore, e in particolare ai giovani (quelli di oggi, così lontani e ignari di cosa fosse un tempo l’educazione familiare), e alle donne, ancora probabilmente vittime e non sempre inconsapevoli dell’innata supponenza del maschio, di offrire a chi sappia ascoltare una proposta operativa, un vademecum per un’esistenza più dignitosa.
Ma questo libro è pure un apotropaico lasciapassare per la propria coscienza – ci si deve sentire in pace avendo tanto visto e tollerato (senza rancore nemmeno per chi ha guastato il bello dell’esistenza) e pronti al redde rationem ma soltanto con la propria persona, con la propria intelligenza e il proprio sentire. La scrittura di un libro così concepito, racconto autobiografico e insieme (chissà quanto involontariamente) analisi sociologica, antropologica, ideologica… un libro come questo ci raccomanda a noi stessi e ci tranquillizza: non lasciamo debiti, avendo anzi dato come andava dato il senso giusto alla nostra vita, che è tale se condivisa, se ne facciamo dono perché altre vite siano migliori.

La ragione di Assiotea

novembre 10, 2009

assiotea
Più che un romanzo a tema, è un romanzo a progetto. Forse, un progetto che diventa romanzo per essere diffuso e (meglio) compreso.
Lo si può condividere o meno (al di là dei meriti letterari, che pur vi sono), ma rimane un’operazione coraggiosa. Al limite del cielo: dove, invariabilmente, inguaribilmente lo spirito umano tende e non riesce a giungere se non in sogno, cavalcando l’Idea, la profonda angoscia di essere (stato) altro – di poter tornare ad essere altro, oltre… Non c’è bisogno di scomodare Platone: noi sentiamo di meritare una dimensione diversa da quella che ci costringe a sopravvivere qui dove siamo confinati.
Qui ed ora, senza speranza – ma è questo infine il senso della vita: qui e ora, questa e non altra abbiamo a disposizione – dobbiamo vivere e far vivere bene l’esistenza che ci troviamo assegnata dalla nostra natura. Pensare di rimanere è presunzione senza fondamento, credere che qualcuno possa aiutarci (dal di fuori?) è pura illusione – anche se i poeti lasciano eredità di affetti e di illusioni a volte si può anche vivere. Sempre rispettando, però, le eredità e le illusioni altrui, senza prevaricare o peggio cercare di imporre le proprie. O non si merita il diritto a vivere bene.
Adriano Petta continua a scavare nella storia e nell’umana avventura dell’uomo di scienza… ma la scienza – nella sua trasfigurazione letteraria – è il pensiero, la ragione, la volontà di affermarsi come creatura dominante proprio perché capace di riconoscersi limitata nella sua esperienza esistenziale, eppure capace di vivere a misura di leggi naturali riconoscibili, senza “aiuto” o “consolazione” che non siano appunto la propria forza di riflettere e comprendere.
La figura di Assiotea, “la donna che sfidò Platone” (parzialmente inventata, ovviamente, per la pochezza di fonti e documenti), è una di quelle che sconvolgono la “norma” degli uomini… ammesso che un uomo possa essere “normale” sempre, senza sconfinare nelle eccezioni che lo fanno diverso dagli altri animali. La forza della ragazza che osa contrapporre la semplicità del suo ragionamento alle pretese platoniche di legiferare su tutto lo scibile umano, senza ammettere contraddittorio, è la forza dell’intelligenza contro l’assopimento della ragione. Dovremmo tenerne conto, sempre – oggi più che mai: farebbe bene scernere il grano dal loglio che infesta il campo, ma il loglio a volte costringe a fare attenzione dove si mettono i piedi.