Archive for novembre 2010

Pagliara gioca con la nostra storia

novembre 17, 2010

Difficile da seguire ma intrigante certo nell’intricarsi dei mille sentieri percorsi dai suoi cento personaggi, questa verisimile storia sospesa tra sogno/romanzo e realtà/cronaca scuote a fondo la fantasia e l’attenzione del lettore – chi sappia farsi attento e non subisca soltanto l’affascinante lusinga della fantasia.
Uomo del Rinascimento (pubblicato dall’editore Book) è un lavoro composito e dichiaratamente apocrifo… per comprenderne le intime ragioni narrative si dovrebbe forse parafrasare Svevo: “è una autobiografia ma non la mia” – così infatti appare la vicenda del protagonista G, maschera nemmeno tanto nascosta dell’autore Giuseppe Pagliara, proiettata in un secolo remoto ma come a volersene plasmare per meglio illuminarsi nello studio del suo secolo, delle odierne macchinazioni politiche (forse con la speranza di meglio capirne o carpirne le apparentemente insensate logiche)! Si può avere qualche dubbio in proposito soltanto all’inizio, mentre si cerca di ricomporre il puzzle degli episodi nel tempo e nello spazio – e siamo ad Urbino e dintorni fra il 12 e il 27 giugno del 1502 (è precisato nel frontespizio, a scanso di equivoci) -; ma basta arrivare a pagina 107, a un quarto del libro, e ci si trova di fronte allo specchio: “ad angustiare l’uomo di pensiero è il disprezzo del potente e la meschinità dello sgherro, accomunati da invidiosa ignoranza. Tu chiedi libertà di agire, e ti appongono canoni, norme e dogmi montati da mediocri e repressi. Tu chiedi scuole da capaci e meritevoli e ti rifilano ciarpame dirigente, docente e discente…”.
Eccoci qui, eccoci noi, noi di oggi: inequivocabile ormai non più soltanto l’allusione ma la denuncia di un malcostume; ed ecco allora anche chiarita la figura ambiguamente presentata come anonima in copertina (ma sotto, proprio sotto a quella, vi è scritto il nome dell’autore del libro!): è Giuseppe Pagliara che si è proiettato nel Rinascimento, in un torbido momento storico al quale ha dato l’incarico di raffigurare il nostro momento, inquieto inquietante, del quale vorrebbe fare scempio, ma si trattiene con disdegnoso distacco, appunto come è solito atteggiarsi il personaggio G.
L’insistita esuberanza delle citazioni, classiche e non, incastonate nel linguaggio volutamente ricalcato su modelli riconoscibili, rende comunque scoperto il gioco: rapidamente si assiste ad una parata di nomi assunti come maestri o testimoni – e le parole di quelli servono a rafforzare l’idea che quanto si va dipanando nella storia che leggiamo è degno di attenta considerazione. Ma infine è l’atmosfera generale che si gonfia di parole, e si stempera nelle parole… I fatti sono squallidi o disdicevoli, ambigui o ridondanti, le azioni dei personaggi appaiono di volta in volta misurate a interessi narrativi che puntano ad un interesse superiore: dimostrare quanto marcio vi sia sempre in ogni Danimarca che si rispetti!
Il vero per soggetto, d’altronde, lo consigliava qualcuno che se ne intendeva, di romanzi storici, ma poi ci faceva la cucina che gli piaceva, che gli serviva… cercava l’utile. Così Pagliara scende (e l’aveva già fatto nella gialla invenzione ‘pompeiana’ di qualche anno fa) a cercare nel passato chiavi di lettura psicologica e sociale di una umanità che sembra quasi goda ad attorcigliarsi sulla propria coda… ma non è un gatto, e dovrebbe invece scattare in avanti facendo tesoro del passato. Così Uomo del Rinascimento è un godibile affresco verisimile nella finzione narrativa poiché possiamo riconoscere (molto più di quanto avveniva nel Giallo pompeiano) i veri protagonisti della storia, i politici del tempo che si pascevano dei loro simili come fossero stuzzichini a merenda. Ma è insieme una sventola sonora sulla nostra coscienza di lettori, di uomini del nostro tempo.

Giancane conosce la vita

novembre 17, 2010

“Cosa saremmo senza la poesia?” (si) chiede Raffaele Nigro (in un articolo su “La Gazzetta del Mezzogiorno” che si legge in postfazione): Daniele Giancane, da poeta, risponde che “la vita (sarebbe) inconoscibile”; non avremmo le coordinate (linguistiche, logiche, sociali, sentimentali) per conoscerla, apprezzarla, amarla, condividerla. La vita inconoscibile è appunto il titolo di un libro importante, fra i più significativi del professore poeta barese che da quarant’anni va analizzando non solo i rapporti fra uomo e società in chiave pedagogica, ma si interroga continuamente sul valore che può avere in quei rapporti la parola (scritta e non soltanto quella).
La vita inconoscibile è un libro denso, ricchissimo anche se all’apparenza scarno: raccoglie 55 testi brevi e brevissimi, costellati però di chiavi tematiche e sottilissime allusive oscurità che impegnano il lettore in una specie di gimkana intellettuale da risolvere con umana partecipazione.
Soprattutto il tempo la fa da padrone (e Giancane d’altronde è sempre in lotta con il tempo, anche se ne è scaltro conoscitore). Il quotidiano va preso con oraziana consapevolezza (“il senso [del quotidiano] è proprio ciò che facciamo”), e le pause, necessarie di tanto in tanto, vanno godute con pienezza. Così in “Estate”: “non ci sfiora l’idea del domani” è proprio la necessaria pausa oraziana (fuggi dal sapere perché…) nel vortice del fare, nell’ansia dell’attesa (di che? Godot?), nell’essere inquietamente chi non si sa di essere fino in fondo… Allora “il rapido rimorso del tempo” (in “Tramonto”) non farà male, se almeno avremo vissuto “con un sussulto” ogni momento che la vita ci dona.
La parola, il comunicare, la memoria lasciata come eredità sono altre frequenti suggestioni che Giancane propone a condividere fra mente e cuore… sospeso in effetti (apparentemente senza preoccuparsene) tra il sentire e riflettere sul proprio sentire. E dire sempre quel che sente. “Quasi da sola la penna scrive”, appunto perché mente e cuore si uniscono nel dire, e – quando la poesia arriva (“adesso lascio che la poesia arrivi”) – la scrittura è un fluire inevitabile: “io sono solo il suo scrivano”, il poeta non essendo altro che strumento del caso, in mano alla sorte benigna.
Mentre appare quasi una citazione leopardiana “L’asino e la luna”, sconfina (e appena un po’ stride) verso la scapigliata o futurista nonchalance “la divina frittata di cipolle” della pagina successiva: Giancane però non ha paura di rimanere nella sua vena espressiva, pur legato all’idea della poesia che si scrive in un certo modo, ma non alieno dall’azzardo linguistico, quando gli viene spontaneo e lo sente funzionale. Perché per lui, professore di letteratura per l’infanzia, la poesia ha sempre, sia pure in senso lato, un fine pedagogico. Pertanto, l’attenzione maggiore è rivolta ai “figli”, veri o ideali (allievi) che siano. Perciò, pur sentendosi ancora il “passerotto” della sua mamma (linea ascendente da rispettare sempre), vorrebbe (in “Figli”) essere capace (linea discendente che ci si augura all’altezza dell’eredità che riceve) di “consegnarvi un sogno prima che sia buio”. E al buio c’è rimedio nella luce della parola, che aiuta a conoscere, che rende conoscibile – e quindi godibile – la vita.