Archive for agosto 2011

L’Oratorio di Franco Arminio

agosto 17, 2011
Franco Arminio
Oratorio bizantino

“Senza volerlo, ogni giorno rischiamo di trasmettere un po’ del nostro futile disincanto agli innocenti, agli inermi”. La paura è che perpetuare il nostro sistema di “vanità”, la perdita della “sacralità” un tempo nostra e condivisa, faccia soprattutto male ai giovani, ai bambini…
Ma come si fa ad essere così sconsolati? Perché ormai si avverte che manca proprio quel cum che potrebbe appunto consolarci, se avessimo intono qualcuno con il quale dividere la pena! Invece intorno in genere si coglie indifferenza, se non è apatia, se non è la superiore atarassia dei vecchi greci… Intorno ormai c’è un senso diffuso di tanto chi me lo fa fare, non è che vada poi così male, ma perché te la prendi tanto…
“Ce ne sono in ogni luogo, cucitori dell’ovvio, idioti senza dolore. – scrive Franco Arminio nel suo dolente e forse inconsolabile Oratorio bizantino, in cui ha raccolto scritti di un decennio apparsi su vari giornali, scritti alla sua maniera, con la sofferta consapevolezza di isolato. – Vorrei che qualcuno di loro, una sola volta, si dicesse affranto o disonesto o consapevole della merda che ha messo in giro. E invece stanno qui a ronzare compiaciuti sul niente in cui sono affaccendati, quasi fieri di essere meschini e astuti”.
Questo non ci consola, perché a questo punto, ci sembra di essere una bestia rara, una di quelle in via di estinzione con tutto il suo abituale habitat, al quale più nessuno vuole interessarsi (se non, come appunto si fa con gli animali rari, con interventi palliativi spesso a fini spettacolari): ci si sente fuori dal mondo, prigionieri di un mondo nostro che è solo nostro, intriso di quel che sentivamo come nostro e possiamo tenerci come tale, dal momento che non importa ad altri, a quasi tutti gli altri!
È impossibile persino rimanere fedeli al piccolo quotidiano in cui si vorrebbe conservare un’identità non compromessa. I compagni di partito non ci sono più, perché nemmeno c’è il partito, non c’è più la sezione in cui si discuteva animatamente: ora si guarda la tv e si impara che “bisogna vedere, bisogna aspettare, bisogna capire”... Nel paese dal quale troppi sono emigrati e parecchi degli altri sono morti, ci si commuove sempre meno per la scomparsa di qualcuno, che sia il vecchio sacerdote (magari arriva il vescovo e tutto il clero in pompa magna – e la tv), o il bambino “scivolato in paradiso” per un incidente.
“Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più”.

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Jaime Rocha portoghese

agosto 15, 2011

Conosciuto grazie agli amici Georges e Nicole negli “Incontri del Sud” a Grabels e Frontignan, il poeta portoghese Jaime Rocha ha la mia età (e altre somiglianze: prima pubblicazione nel 1970…).
Propongo i primi due testi dal suo straordinario libro Extermination – pubblicato in occasione della sua partecipazione al Festival di Sète Voix vives. De Méditerranée en Méditerranée

1.
A cidade encontra um pássaro dentro do
espelho. E nessa visão o homem descobre um nervo,
um sentido. Debaixo de uma fonte apodrece
e estátua. A sua alma debate-se contra os muros.
Desfaz-se numa linha obscura entre rosas.
Também outras flores que o mundo cria
ao amanhecer. escondidas, de costas para uma
grande tela de plástico. E nesse abismo, na cratera
luminosa nasce outra vez a crime desse pássaro.

1.
La ville découvre un oiseau dans
le miroir. Et dans cette vision l’homme
trouve un nerf, un sens. La statue
pourrit sous une fontaine. Son âme
se débat contre les murs. Elle se défait,
ligne obscure parmi les roses.
Et bien d’autres fleurs que le monde
crée au petit matin. Elles se cachent,
le dos tourné à une grande toile
plastique. C’est dans un abime, dans
un cratère lumineux que le crime
de cet oiseau renait une fois encore.

1.
La città scopre un uccello in uno
specchio. E l’uomo trova un nervo in questa
visione, un senso. Sotto una fontana marcisce
una statua. La sua anima si batte sui muri.
Si disfà, oscura linea fra le rose. Come
i diversi fiori che all’alba il mondo
crea. Si nascondono dietro un ampio telo
di plastica. In quest’abisso, in un cratere
luminoso ancora nasce il crimine di quest’uccello.

 

2.
É de noite que ele dança, fulgurante
e ébrio, como uma espada de sangue
no deserto. A cidade esvazia-se nas casas,
inventa uma árvore morta, um sonho circular
que se escoa num novelo, entre os dedos.
E quando a noite finda e os homems ressuscitam,
ele transporta uma tábua dentro do peito
como um vírus roendo o seu proprio ninho.

2.
La nuit venue, il danse, fulgurant
et ivre, comme une épée de sang
dans le désert. La ville se vide dans les maisons,
elle invente un arbre mort, un rêve circulaire
qui se glisse dans une pelote, entre les doigts.
Et quand la nuit s’achève, quand les hommes ressuscitent
il porte une planche dans la poitrine
tel un virus rongeant son propre nid.

2.
Venuta la notte, quello danza folgorante
e ubriaco, come una spada di sangue
nel deserto. Si svuota la città nelle sue case
e inventa un albero morto, un sogno circolare
che si smorza in un gomitolo fra le dita.
E quando muore la notte e gli uomini resuscitano
lui porta una tavola nel suo petto
come un virus che rosicchia il suo stesso figlio.

Le Buste Gialle di Giuseppina Scotti

agosto 13, 2011

 

L’amore non ha tempo, non ha tempi, non ha età, non conta gli anni. Una “storia d’amore” è in se stessa un ossimoro, poiché appunto la si vuol chiamare storia ed assegnarle quindi tempi (di origine, svolgimento, fine: passato, presente, futuro), mentre all’amore compete la dimensione extratemporale, esulando il suo dominio dal comune intendere delle cose terrene che – esse sì, purtroppo – passano e finiscono.
Tutto questo lo sa, Giuseppina Scotti, autrice di un piccolo toccante libro d’amore, Le buste gialle (Editrice Innocenti), che a suo modo sviluppa una intesa d’amore vissuta (ci lascia credere di averla vissuta) eppure indefinibile. Un paradosso… ma bisogna crederle: a lei davvero l’amore ha dato spazi ultraterreni, davvero le ha parlato con voce oltremondana, le ha detto di cose invisibili, inconoscibili. Scrivendo lettere d’amore al compagno (quanto realmente accanto a lei o immaginato non è dato sapere e importa poco saperlo), al sogno che le ha fatto scoprire un risveglio nuovo nella sua esistenza – finalmente “donna” – Giuseppina ha intrecciato un rosario di perle, finissime nella politura, commoventi nella bellezza che emanano.
Prevale il sentimento, certo (all’amore non si comanda, si sa), ma in queste lettere spedite in buste gialle c’è pure più volte l’espressione di un’amara consapevolezza, latente e lancinante insieme. Poiché l’amore, scaturito e vissuto nel profondo, vorrebbe farsi storia, vorrebbe diventare vita reale, vorrebbe avere visibilità nel mondo comune e così perdere (per averla contaminata e sciupata nel contatto) la propria sublime aura di condizione dell’anima, felice e appagata per essere tale.
La scrittrice di queste lettere però (ossimoro o paradosso importa poco anche questo), malgrado potrebbe causare a quell’amore un pericoloso aumento di fisicità e quindi di corruttibilità, non commette un tale abuso: Giuseppina Scotti conserva un candore (di artista e di donna) e un’onestà si direbbe etica, che consentono al suo sogno di non svilirsi, e fissarsi invece come un prezioso gioiello incastonato in un diadema ancora più prezioso. E lei, custode accorta, ce lo mostra soltanto per farsi dire che è stata brava a non gualcire un così bel momento, mettendolo sulla carta e facendocene partecipi, un lungo momento fuori del tempo, in un mondo tutto suo – in cui potremmo accedere solo se capaci di far pulito il nostro animo, dimenticando la banalità del quotidiano.