Frammenti (im)previsti: una rassegna che (in)segna

maggio 1, 2011

(articolo n. 100 di questa bacheca letteraria)

Una vasta rassegna del fare poesia oggi nell’Italia letteraria che orbita fuori dai circuiti ufficiali. Potrebbe essere questo l’intento che ha mosso l’editore napoletano Kairos, e soprattutto il curatore Antonio Spagnuolo (operatore di lunghissimo corso nel campo delle antologie poetiche), decidendo di pubblicare il massiccio volume dei Frammenti imprevisti (Antologia della poesia italiana contemporanea). In poco più di 500 pagine sono raccolte brevi sillogi inedite di una cinquantina di autori, rappresentativi dell’Italia intera. Anche questa è una interessante novità: superare lo steccato regionalistico, aprendosi alle esperienze più lontane e significative. Così, accanto ai napoletani Piscopo, Piemontese, Urraro, Vetromile, Vitiello (e molti altri, ovviamente), ci sono i toscani (Manescalchi, Ugolini…) e i pugliesi, i piemontesi…
Un’antologia che si rispetti, oltre a raccogliere – come in questo caso – la freschezza del nuovo, deve proporre omogeneità nella diversità. Qui sono presenti i lavori in corso di autori molto diversi fra di loro, per ispirazione e stile, “i percorsi (come scrive Spagnuolo nella presentazione) di un policromo viaggio attraverso le varie esperienze di scrittura e di cultura”. La profondità del linguaggio poetico è la chiave che accomuna i cinquanta autori raccolti in questi “Frammenti imprevisti“: tra “significazione metafisica” e “costante ricerca”, in definitiva un gioco fatto di regole chiare, nel quale il lettore ha una sua parte non piccola, attento come gli si chiede a non tradire quelle regole pur facendo suo il gioco.
Non ce n’è mai abbastanza, di poesia, malgrado sia così tanto diffusa – se aiuta a riconoscersi in un verso, in un testo, in un cammino ideale che diventa nostro… È tale, dovrebbe essere tale il senso e lo scopo del fare poesia oggi, nell’età dell’immagine, quando però le immagini vengono imposte senza la possibilità di farle nostre: attraverso le parole della poesia riceviamo stimoli a farne di nostre e conservarle per averle riconosciute proprio in quelle parole, per aver saputo decodificare un messaggio che ci appartiene, in comunione di umanità.

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“La Via della seta/e” di Angela GIANNELLI

aprile 20, 2011

 

“Sono Poesia e narro la mia Storia”: si può leggere questo verso come il vero incipit del libro – più dell’epigrafe da Nelson (“l’uomo pensa per ipertesti e scrivere… costringe a trasformare l’albero del pensiero in uno steccato”). L’autrice dichiara subito il suo intento e al tempo stesso espone i suoi strumenti: io sono me stessa, poetessa, facitrice di poesia e pertanto della Poesia (con la maiuscola) umana personificazione, narratrice di una storia che, poiché è mia, cioè di poeta, si fa e diventa Storia (con la maiuscola), quindi altra, di altri. Chi mi vuole, mi segua, parrebbe aggiungere con un sorriso ambiguo e persino compiaciuto: armatevi di buona volontà e venite sui miei passi – troverete prima o poi le vostre impronte.
Ci dev’essere in poesia un sostanziale rispetto per il lettore (come per il fruitore di una qual-siasi espressione artistica): gli si può dire vieni con me o vengo da te, ma comunque il lettore è chiamato a collaborare (proprio nel senso – cum/laborare – di soffrire/sopportare insieme un peso). In questa circolarità del rapporto autore/lettore c’è apertura, non chiusura, non ci si può porre a esempio senza consentire che la propria esperienza, come pure i sogni, le illusioni, siano condivisibili. Il buco nella rete, la montaliana maglia spezzata (per la quale si va oltre o si entra… ) è l’immagine che forse meglio rende l’idea della possibilità di un passaggio a doppio senso; così una finestra permette di far uscire lo sguardo ma consente anche a chi è fuori di entrare col suo sguardo. La casa del poeta, in fin dei conti, è sempre la casa di cristallo immaginata da Palazzeschi (un secolo fa)…
C’è tanta storia, tanta cultura, tanto di tutto e tanta poesia che tutto lega e tutto è, in questo piccolo libro di Angela Giannelli fitto di parole, in questo diario di viaggio quasi onirico ma solidamente costruito di (frammenti di) concrete esperienze. Asimmetrico nella costruzione (il lungo poemetto di apertura, “Io sono dolore”, è seguito da un altro poemetto meno esteso, “Già scende la sera”, e da nove testi più brevi – che nemmeno messi insieme raggiungono la misura dei primi due), La via della seta/e  è volutamente tale: non vuol dare l’impressione di un volume costruito, offrendo/imponendo all’inizio una lettura fluente che cattura in un vortice di immagini (quasi una visione in più quadri, un mistero raccontato mostrando affascinanti pannelli); e poi si chiude come in una serie di singulti, di spasmi, che è difficile credere disposti casualmente – per cui tutta la silloge dà proprio l’impressione di essere costruita: sei testi di due pagine e gli ultimi tre di una sola pagina, a smorzare un impeto, addolcire un’enfasi che i due poemetti della prima parte avevano acceso, invitando al complesso gioco, un poetico amplesso di anime.
“Sono il dolore”, dice Angela all’inizio del suo viaggio in cui sembra voler rappresentare il dolore del mondo, ma subito aggiunge: “sono Osiride” e poi ancora “sono Caronte”… do sofferenza ma accompagno alla eterna dimora, all’altra riva, oltre il tempo, oltre questo tempo che ci dà dolore. E allora forse bisogna interpretare questo viaggio come un itinerario della mente in se stessa, un viaggio in interiore homine… E proprio attraverso il dolore, poiché dal dolore di vivere nasce l’uomo, riconoscendosi limitato e bisognoso di aiuto. Il poeta (ancora una memoria virgiliana) si fa guida e testimone, martire nel senso primigenio, e prende per mano chi sia disposto al viaggio, quasi un sacrificio liberatorio – ma ci vuole disposizione d’animo, pazienza e fiducia.
“Oh, le infinite strade del poeta!”… forse infinite no, ma tante e diverse, e portano ovunque si possa andare, dove si desidera e non si ha il coraggio di andare; ma a volte si deve correre il rischio di fare un brutto incontro, o di sbagliare e dover tornare indietro, perché la vita è “(una) giostra pazza di caduchi ardori”, è facile illudersi e rammaricarsi, anche pentirsi, ma comunque bisogna andare, da soli o in compagnia, fino a sentire quasi il morso dell’inanità (“e della mia follia scrivo e riscrivo”), e oltre ancora, fino a provare la noia e la nausea per l’usato soggiorno, fino all’ultima goccia dell’amaro calice. Il poeta è tale perché risale nella tempesta, non va a fondo nel maelström, maestoso albatro che lo scintillamento dell’alto azzurro non acceca.
La tautologica epifania della donna in poesia trova una sua esplicazione in una quartina e-semplare per la capacità di sintesi che offre nel dirsi (e ammirarsi come) poeta: “Si dispiegava casta sulla carta bianca / e riannodava con il tenue filo /la lunga strada della seta e della sete / Poi si rimirava – perfetta e luminosa”. Tautologia di poeta (ma anche di donna-poeta): nella consapevolezza – forse anche un tantino orgogliosa (ma proprio per essere tale, donna-poeta doppiamente esposta a curiosità non sempre gradevoli) – nella consapevolezza appunto di aver tanto camminato per arrivare a soddisfare una sete che pareva inestinguibile, per aver imparato come dissetarsi senza rinunciare però ad avere ancora sete… poiché solo chi ha sete ancora cer-ca e trova. E qui si trova, Angela Giannelli trova la seta preziosa di cui fasciarsi e invita noi let-tori a fasciarci di quella seta, che è la parola/bozzolo da cui si libra la farfalla/poesia, e si fa veste nuova e luminosa per offrirci a chi ci ama.
Infine, “io sono e v’amo e a tutti mi concedo”: Saffo, e poi Leopardi e Rilke… non a caso sono chiamati da Angela come compagni di viaggio nelle sue dediche, con altri ancora. Sono i grandi sognatori che hanno scritto nei loro versi le pagine dell’esistenza nelle quali possiamo ancora specchiarci, hanno fatto delle loro parole una musica che ancora ci suona… (“ed io nelle tue mani cetra del celeste Orfeo”). Misteriosamente ci pervade la parola di Angela, ci accarezza e si fa balsamo, ma è pure schiaffo, dono che scuote, è “scheggia di tempo” che si incastona nel nostro e lo valorizza. Il Tempo è il gran tema, sempre – il poeta non può eluderlo. Anche in questo, La via della seta/e  riesce a donare chiavi di lettura personalissime, perché l’autrice – pellegrina della mente e dell’anima, e artefice/artigiana di parole e costrutti che domina con perizia di nocchiero in un pelago scomposto – azzarda e convince al gioco.

Traduzione svedese

aprile 19, 2011

Dalla poetessa cilena Candida Pedersen, residente in Svezia, mi è stata tradotta una poesia, quella dedicata a mio padre, già tradotta in altre lingue…

Come facili scorrono parole!
(12 maggio: a mio padre)

L’impermanenza della mansuetudine
è un macigno irremovibile
sulle impronte faticose a seguire
approssimandosi la cima
da cui scollina rovinosa quest’ascesa
riconosciuta solo in fine

Sangue le mie parole sono il tuo
che mi hai lasciato scorrere
tua guida inesorabile
midollo stesso della mia esperienza
fatta parola oltre un tuo segno
a dire chi mi porto dentro e so

È il giorno in cui mi concepisti e in me
la speranza ti accese ad altri lidi
attraversando il pelago scomposto
di esistenza raminga offerta nuova
rimediata in azzardo dentro l’orma
dall’antico dolore segnata

Vorrei nelle parole come vive
propaggini di un vivere perduto
essere ancora in credito dei sogni
in me lascito ignaro impressi un tempo

Vad lätt flöder ordet ! (12 maj: till min far)A mio padre

Den förgänglighet av ödmjukhet
är en fast stenen
svåra att följa i fotspåren
närmar sig toppen
toppen av kullen där fördärvliga quest’ascesa
redovisas endast i slutet
Blod mina ord är dina
Jag har lämnat bläddrar
Din guide obeveklig
själva kärnan i min erfarenhet
utan ett ord bortom din skylt
att säga vem jag bär inom mig och jag vet
Det är den dag när jag tänker på mig själv och mig
hoppas du bytt till andra stränder
korsar havet bruten
Förekomsten av vandrande erbjuda nya
avhjälpts inom fotavtryck av spel i
präglas av den gamla smärtan
Jag skulle vilja bo i ord som
konsekvenserna av ett förlorat liv
fortfarande vara i kredit av drömmar
omedvetna arv inpräntad i mig en gång

Il viaggio della parola

aprile 6, 2011

Programma definitivo del convegno internazionale

“Il viaggio della parola”

 nell’ambito dello Yacht Med Festival Gaeta 2011 

15 aprile

 

La sessione di mattina (inizio ore 10.45) prevede la tavola rotonda su “La donna in poesia” (con Nicole Stamberg, Diti Ronen, Samira Negrouche), poi letture dei poeti ospiti in originale e in traduzione.

Nel pomeriggio (inizio ore 17.45) tavola rotonda: “La traduzione di poesia” con Nasos Vaghenàs, Patrick Sammut, Elvana Zaimi.
Quindi, nuova lettura degli ospiti che sono (oltre i partecipanti alla tavola rotonda): Mohammed el Amraoui, Georges Drano, Shaip Emerllahu, Gustavo Vega, Sabahudin Hadzialic, Amir Or, Agron Tufa.

Agli intervenuti sarà data in omaggio una copia del volumetto commemorativo della manifestazione (è il n. 75 della collezione “la stanza del poeta”).

 

Mirzeta di Sarajevo

marzo 28, 2011

Conosciuta a Sarajevo in occasione della Giornata mondiale della poesia il 21 marzo, Mirzeta Memišević (31 anni di fuoco) mi ha mandato – opportunamente tradotti anche in italiano – due testi interessanti che pubblico volentieri, in ricordo della bellissima giornata trascorsa insieme agli amici balcanici.

TRAGANJE ZA TRAGANJEM

Pronađi me
ko hiljade drugih što si
Pronađi me
pa i moje kosti nosi
Hoću i ja da znam ko sam
I čiji sam
Gdje sam
Šta sam
Odakle sam
I kako sam
I zašto sam
To što jesam
I tu
Gdje sam

Septembar, 2002. godine

 

QUEST TO QUEST

Find me
Like thousands others you did
Find me
So you can tote my bones
I want to know who I am
To whom I belong
Where I am
What I am
Whence I am
How I am
Why I am
This what I am
And here
Where I am

(Translation: Semira Džanić)

 

CERCA PER LA RICERCA

Trovami
Come migliaia di altri che hai
Trovami
E porta anche le mie ossa
Voglio sapere chi sono
Di chi sono
Dove sono
Cosa sono
Di dove sono
E come sono
E perché sono
Quello che sono
Qui
Dove sono

(Traduzione: Fatima Škrijelj)


ZVIJEZDA SI, ZEMLJO, JEDINA
Ja sam ti
A ti si ja
Tek kad si moja
Svoja si

Ime ti dadoše po rijeci
Rijeku ti dadoše po imenu
Kad stojiš čvrsto i boriš se
Tad tečeš brzo i nosiš sve

Jer ti si ja
A ja sam ti
Tek kad si svoja
Moja si

Ime ti dadoše po Vukčiću
Malome vuku Hercegu
Vuk je u janjećoj koži
Janje u koži vučijoj

Jer ja sam ti
A ti si ja
Tek kad si moja
Svoja si

Imaš svoj dan, i godinu
Milenij – dva u kostima
Srce i dušu i sjećanje
I djecu svoju uz koljena

Jer ti si ja
A ja sam ti
Tek kad si svoja
Moja si

Zemlja je zemlja
Zemlja je zvijezda
Zvijezda si
Zemljo jedina

Jer ja sam ti
A ti si ja
Tek kad si moja
Svoja si

Jer ti si ja
A ja sam ti
Tek kad si moja
Ja sam svoja

24. novembar 2009. godine

 

YOU ARE A STAR, MY ONE AND ONLY COUNTRY

I am you
And you are me
Only when you’re mine
You’re your own self

They named you after a river,
Gave you a river after the name,
When you stand tall and fight,
You run fast and carry everything away

Because you are me
And I am you
Only when you are your own
You are mine

They named you after Vukcic
A small Herceg wolf
A wolf is in sheep’s clothing
A sheep in wolf’s

Because I am you
And you are me
Only when you’re mine
You’re your own self

You have your day, and year
A millennium or two in the bones
A heart and soul and memories
And your children by your knees

Because you are me
And I am you
Only when you’re your own
You are mine

Country is earth
Country is a star
You are a star
My one and only country

Because I am you
And you are me
Only when you’re mine
You’re your own self

Because you are me
And I am you
Only when you’re mine
I am mine own self.

(Translation: Nirka Dučić)

 

SEI STELLA, PATRIA MIA, UNICA

Io sono te
E tu sei me
Solo quando sei mia
Sei tua

Ti hanno dato il nome dal fiume
Il fiume ti hanno dato dal nome
Quando sei in piedi e lotti
Allora corri e porti tutto via

Perché tu sei me
E io sono te
Solo quando sei tua
Sei mia

Ti hanno dato il nome da Vukcic
Piccolo lupo
Il lupo è in pelle di pecora
Agnello nella pelle di lupo

Perché io sono te
E tu sei me
Solo quando sei mia
Sei tua

Hai il suo giorno, e l’anno
Millennium – due nelle ossa
Il cuore e l’anima e il ricordo
E i tuoi figli presso le ginocchia

Perché tu sei me
E io sono te
Solo quando sei tua
Sei mia

La patria è la patria
La patria è una stella
Sei stella
Patria unica

Perché io sono te
E tu sei me
Solo quando sei mia
Sei tua

Perché io sono te
E tu sei me
Solo quando sei mia
Sei tua
(Traduzione: Fatima Škrijelj)

La nuova “casa” di un poeta

marzo 15, 2011

Lorenzo Ciufo   La casa nuova


Il gabbiano che grida è mio fratello…

È evidente che il trasloco è stato ben preparato: prima di mettere su casa, La casa nuova, appunto (la prima “casa” della sua carriera), il poeta esordiente ma non giovincello ha voluto che fosse arredata per bene. Attento conoscitore di tanta poesia, dalle officine artigianali alla più alta editoria accademica, Lorenzo Ciufo ha composto la sua prima silloge per la pubblicazione con misura e accortezza (non senza qualche .
Il libro (bello anche nella veste) presenta del nuovo autore che si offre alla piazza cattiva dei lettori una ampia panoramica dei suoi modi di intendere e fare poesia. L’indice è suddiviso in sette sezioni: tre più estese (una ventina di testi), quattro meno. Si spazia dalle tematiche del paesaggio e del viaggio, a quella degli affetti, fino all’esempio, piuttosto stravagante, di una “defaecatio” – è il titolo di una brevissima sezione – che, per quanto “animi”, sempre maleodorante rimane – e volutamente, pare, e perché? Per poter dire forse “tutto devo osare”… e “ogni strada percorsi” incurante di dove conducesse.
Comunque, le competenze letterarie dell’esordio sono decisamente notevoli. La scansione del verso è di solito arbitraria, il ritmo della trama espressiva ne risente, per certe asprezze che rallentano il fluire della frase. Eppure vive nei testi migliori una sospensione che tiene alta la tensione del dire e la stessa attenzione del lettore ne viene contagiata. Non è un libro di fronzoli: La casa nuova è pronta ad ospitare i visitatori che vorranno incontrare Lorenzo Ciufo, ma non è per incontri occasionali – qui, chi entra, sappia che l’accoglienza è dignitosa, composta, complice, anche, ma non banalmente ricettiva, niente affatto domestica… non venga a bussare a questa porta chi si aspetta dal poeta la facile consolazione della parola.
Ci sono versi che è possibile isolare dai loro contesti e sarebbero – da soli – testi validissmi. Ci sono brevi testi che sconvolgono per la compatta densità del dettato. C’è senz’altro unitarietà di intenti ed esiti, in questo centinaio di pagine che si assemblano in una “casa nuova” come ambienti e mobilia, e utensili non solo, ma come abitanti che la vivono, come spiriti che la animano. E se La casa nuova è in qualche modo – come pur sembra di poter scorgere da certi indizi – una grande metafora della poesia, vuol dire che Lorenzo Ciufo ha centrato l’esordio e in questa casa potrà starsene tranquillo poiché merita di starci e di ricevere gli ospiti che ne saranno degni.

ULTIMI TITOLI IN COLLANA

marzo 1, 2011

60 Giuseppe Napolitano
Quadernetto (primo e secondo)
mag. 2010 

61 Enán Burgos
La satira del pomodoro
(traduz. Loredana Arru)
giu. 2010 

62 Pasquale Cominale
Atha Wulf il Magnifico
ago. 2010 

63 Radhia Chehaibi
Cantiques de l’errance (testo originale arabo)
traduit en français par Abdelmajid Youcef (traduz. G. Napolitano)
ott. 10 

64 I poeti extravaganti
Poetiche Tremiti
(Viaggio del 4 settembre 2010)
nov. 10
65 Accettura, Armenise, Carbone, Giancane, Giannelli, D’Agostino, Napolitano, Vallone, Ferrari, Calabrese
Il bosco dei poeti
nov. 10

66 Irene Vallone
Un niente di tre
ott. 10 

67 Rossella Tempesta
All’aria canto
nov. 10 

68 Daniel Leuwers
Fausseté du vrai (traduz. G. Napolitano)
dic. 10

69 Giuseppe Napolitano
Apparenza di certezza (traduz. in arabo di Abdelmajid Youcef)
gen. 2011

70 Georges Drano
Dan la passe brève du vent (traduz. I. Vallone e G. Napolitano)
feb. 11

71 Nicole Stamberg
Humains hirondelles (traduz. I. Vallone)
feb. 11

72 Giuseppe Napolitano
Giorni di Tunisia
feb. 11 

73 Gianluigi Zeppetella
Giacchetta Bianca
mar. 11 

74 Giuseppe Napolitano
Il quattro vien da sé (Ditet e Naimit 2010) mar. 11 

75 I poeti del Mediterraneo

Yacht Med Festival Gaeta 2011  

marzo 2011

Verso il MEDITERRANEO “YACHT MED FESTIVAL” GAETA 2011

febbraio 26, 2011

GAETA YACHT MED 2011

Convegno internazionale
Il Mediterraneo in Poesia
Il viaggio della parola
15/16 aprile 2011

Poeti ospiti:

1 Mohammed ElAmraoui (Marocco) – Poeta traduttore – Docente di letteratura araba.
2 Radhia Chehaibi (Tunisia) – Membro delle Associazioni “Madri di Tunisia” e “Educazione e famiglia”, presiede la “Alleanza delle scrittrici tunisine”.
3 Georges Drano (Francia) – Presidente della Associazione “Humanisme et Culture” a Frontignan (città gemellata con Gaeta).
4 Shaip Emërllahu (Macedonia) – Docente Letteratura albanese, fondatore Festival internazionale di poesia “Ditët e Naimit” a Tetovë.
5 Sabahudin Hadžialić (Bosnia) – Giornalista, direttore di testate telematiche, organizzatore di eventi
6 Samira Negrouche (Algeria) – Presidente dell’Associazione culturale “Cadmos”, organizzatrice di eventi letterari internazionali.
7 Amir Or (Israele) – Fondatore dell’Associazione “Helicon Society”, editore e promotore di eventi internazionali.
8 Diti Ronen (Israele) – Docente di Politica culturale in Israele e all’estero, direttrice di varie organizzazioni ed eventi culturali.
9 Patrick Sammut (Malta) – Docente di letteratura maltese e italiana, vice presidente dell’Associazione Poeti Maltesi.
10 Nicole Stamberg (Francia) – Organizzatrice di eventi letterari internazionali con l’Associazione “Humanisme et Culture” a Frontignan.
11 Agron Tufa (Albania) – Docente di Letteratura contemporanea a Tirana, giornalista televisivo.
12 Nasos Vaghenas (Grecia) – Docente di Letteratura greca ad Atene (e visitor a Oxford e in altre Università).
13 Gustavo Vega (Spagna) – Docente di Letteratura spagnola, cultore di poesia visuale.
14 Abdelmajid Youcef (Tunisia) – Docente di Letteratura araba, traduttore dall’arabo in francese e dall’italiano in arabo.


Programma

Giornata del 15 aprile

Mattino:

Apertura del Convegno Il viaggio della parola (ore 10.30)

Prima sessione (ore 10.45): Tavola rotonda “La donna in poesia
Partecipano: Radhia Chehaibi, Samira Negrouche, Diti Ronen, Nicole Stamberg

Seconda sessione (ore 11.30): Letture dei poeti ospiti (poesie in originale e in traduzione) ElAmraoui – Drano – Emërllahu – Hadžialić – Or – Sammut – Tufa – Vaghenas – Vega – Youcef

Pomeriggio:

Prima sessione (ore 17.45): tavola rotonda “La traduzione di poesia
Partecipano: Patrick Sammut, Nasos Vaghenas, Abdelmajid Youcef

Seconda sessione (ore 18.30): Letture dei poeti ospiti (poesie in originale e in traduzione) ElAmraoui – Chehaibi – Drano – Emërllahu – Hadžialić – Negrouche – Or – Ronen – Stamberg – Tufa – Vega

Peraforte com’era e com’è

febbraio 11, 2011

a spasso nel tempo con Filippo De Angelis


Scrive Amerigo Iannacone nella sua prefazione a Peraforte de ‘na ota e de mo’ che “La poesia dialettale emana sempre un fascino particolare”…  ed è vero, è innegabile, forse più per coloro (quelli “coetanei dell’autore”) capaci di cogliere “atmosfere” evocatrici di “ora un sorriso ora un’emozione”. Infatti – chiarisce lo stesso De Angelis nell’Introduzione al libro – quelle del dialetto “sono voci di appassionato affetto donate alla terra madre. Nelle mie poesie ho preferito l’uso del vernacolo, espressione viva dell’anima popolare, per favorire i ricordi delle persone più avanti in età, per lasciare una memoria ai più giovani, e infine perché scarno ed essenziale, come il vivere di allora…”

È una pregevole sintesi l’ouverture storica “A Peraforte”… “contrada solinga, sul poggio sopita”, che i giovani abbandonano “sognando la luna”. Come fece anche l’autore, il quale ricorda che da giovane “ti voltai le spalle”, “sperando che altrove trovasse fortuna”. A qualcuno è riuscito, magari con fatica, con la fatica che in paese pareva eccessiva e in altri luoghi è stata comunque necessaria; a qualcuno è riuscito di cambiar vita ed ora ritorna a parlare con i vecchi, rimasti i soli custodi delle quattro pietre (“ste quattru casi”), rimaste senza vagiti (possente immagine di solitudine! A proposito di immagini, pregevole quella di copertina, nebbiosa panoramica che proietta lo scoglio-paese in un mare senza tempo).

Figure e mestieri “de ‘na ota” sono raccontati con didascalica partecipazione descrittiva, con i dettagli linguistici che caratterizzavano le attività della mietitura (“A mete… a mete…” è un piccolo capolavoro di manualistica lessicale), della trebbiatura, della vendemmia, e i lavori del canestraio, del calzolaio, del fabbro… non c’era la lavatrice, a Peraforte, e fare il bucato era anch’esso un avvenimento da preparare con le dovute attenzioni… come la panificazione in casa (e quei biscotti rubati ancora caldi nelle teglie sono un momento di finissima delicatezza nel ricordo del tempo passato).

Il senso del tempo che passa è evidente, sottende quasi tutta la silloge, che è costruita proprio sul rapporto prima-oggi (doloroso anche se non privo di ironia). “Ritorno a Peraforte” è un esempio di questo rapporto vissuto in prima persona e testimoniato senza pudore: “più passa tempo e più me faccio vecchiu / e più revaio arreto co la mente… dolce paese meu retrovatu / ognunu qui da te troa se stessu… e allora vaffanculu lu progressu”.

Il primo segnale che si coglie in queste pagine di De Angelis – commosse quasi sempre e commoventi spesso – è che “niente è mutato”, malgrado le apparenze, nonostante il progresso abbia eliminato certe sacche di ignoranza e povertà. Ma le vecchie cattive abitudini, quelle no, resistono ai mutamenti – si sa – se si può approfittare di circostanze favorevoli, di coperture e mascherature varie. Tanto “paga Pantalone”… È sempre stato così, quando si tira a risparmiarsi sul lavoro, perché tanto c’è chi provvede (“allora come mone / se lavoraa pocu, pocu assai / se a pagà ce stea Pantalone”); amara osservazione che d’altronde è un po’ il filo conduttore dell’analisi sociologica che De Angelis propone sotto forma di giochino memoriale.

L’ultimo verso del libro (in un sonetto dal titolo manifesto: “2 novembre”) è davvero un congedo, malinconico e sereno al tempo stesso: siamo ancora qui e possiamo guardarci intorno, soddisfatti per quel che ci è capitato, e perché ancora non ci è capitata l’ultima cosa che pure ci tocca (allorché “la Signora Nera con la farge” ci convocherà all’appuntamento fatale). È vero: “le bugie seccano la pianta” – questo è un proverbio della saggezza popolare – e allora prepariamoci alla verità, abituiamoci alla verità, difendiamo la verità: per far crescere “la pianta”, che è la nostra vita, quella che ci hanno data e quella che lasceremo ai nostri figli, occorre evitare “che sti palluni fau seccà la pianta”, che ci siano mistificatori pronti ad ingannarci con la prosopopea della loro verità, contrabbandata come tale mentre è solo chiacchiera per abbindolarci e farci credere alla luna nel pozzo.

Castellani fa il bilancio… da 40 a 70

gennaio 23, 2011

Il sottotitolo di questo libro è illuminante: “La mia poesia (Antologia essenziale e critica)” significa che Fulvio Castellani ha deciso di sistemare da solo il corpus della sua ormai abbondante produzione poetica – e questo probabilmente non perché abbia sfiducia in un qualche amico al quale affidare il compito, ma proprio perché aveva bisogno che la scelta fosse la sua, a questo punto della sua vita. Castellani sta per compiere settant’anni: forse anche per questo dato anagrafico (magari non solo per questo), il bisogno di mettere ordine e presentare al pubblico dei lettori quel che di meglio ritiene di aver fatto è comprensibile. La scadenza è importante, ed è peraltro passato un quarantennio dalla prima pubblicazione, Ho ballato nell’ombra, che appunto risale al 1970.

Fin dall’inizio, Castellani predilige alcuni temi che poi ha sviluppato senza tradirne le linee portanti: il tempo, soprattutto, il rapporto con il tempo che è un guardarsi allo specchio e giudicarsi: onesta posizione intellettuale che si propone – se non a monito – ad esempio. Le ore drogate, I giorni della terra: qualche titolo un po’ a caso, ma indicativo. “La corsa diventa veloce / verso gli anni della verità” (“I miei trent’anni”), “sulla strada che ho percorso / incredulo di essere uomo” (“Quel giorno”), e altri titoli: “L’ora della verifica”, “Finalmente”… si può ricostruire il percorso del farsi uomo e dolente ascoltarne il grido di scontento e delusione. Ma anche se “carponi me ne vado / a rubare scampoli di luce / all’arcobaleno che scompare” (“Da un’altra stanza”), non c’è rassegnazione, piuttosto una serena consapevolezza dell’io che si è dato un compito e sa che lo sta svolgendo. Il fine del poeta è parlare al prossimo, dirsi, cioè darsi affinché sia più chiaro per l’uomo il suo essere uomo, e più sopportabile quando ci si renda conto che è difficile comunque.

Il poeta, memore un po’ di Palazzeschi e un po’ di Montale (ma tanti altri potrebbero incontrarsi in queste duecento pagine di Castellani), il poeta sa di essere “nato uomo / in una giungla di selvaggi” (e lo diceva negli anni settanta – purtroppo, non lo sapeva, con parole attualissime ancora), ma sa pure di essere un “povero straccivendolo di sogni” (i due testi sono in Prigioniero di libertà disuguali): è detto non a suo scorno ma quasi a schiaffo e sberleffo, doloroso però, poiché consapevole di una impotenza di fondo: il poeta non cambia la vita dell’uomo se l’uomo non impara a guardarsi dentro (o a sputarsi in faccia allo specchio, se lo merita) come fa il poeta. Il tema del tempo si intensifica col passare dei decenni, si affina la scrittura e si scaltrisce la maniera di porsi ma l’onestà intellettuale è salda e l’assunto di partenza non si smentisce. Gli affetti familiari, il contatto con la natura, sono cardini irrinunciabili per sentirsi in pace almeno con se stesso. La seconda poesia inserita in Ombre e penombre, “A braccia aperte”, è dedicata “a mio padre”; l’ultima è un commosso ricordo materno: “Come tanti anni fa” – l’autore, che ha costruito il libro a sua immagine, l’ha fatto apposta, pure a farsi perdonare l’incipit un tantino maudit, in quel “Deserto di follia” che ci si augura comunque sia rimasto solo un vezzo di gioventù…

Queste sono solo alcune considerazioni, delle molte che si potrebbero esprimere, sulla poesia che per decenni Fulvio Castellani ha scritto, e in queste Ombre e penombre opportunamente antologizzato. Molto si potrebbe aggiungere, sfogliando il libro (per ora, per ora!) di una vita, confrontandosi con le decine di giudizi riportati in appendice, a coronamento di un volume anche per questo particolarmente prezioso: “ma dov’è il fanciullo che sognava prati all’infinito?” – si chiedeva il poeta nei primi anni novanta (in I rifugi dell’io). Il fanciullo c’è ancora, nella pronta disponibilità a partecipare al grande gioco della parola scritta, a leggerla e farsene testimone, a darne conto nelle sedi proprie, a viverne, sempre. Alla fine, la parola “ombra” ricorre, con una punta di malinconia, forse comprensibile: “mi manca la parola / che artiglia l’ombra”… “ma l’età è ruffiana / come una stella cadente”: chissà, quante volte, il fanciullo aveva sperato davvero nella stella di San Lorenzo! Ma il 10 agosto, si sa, per i fanciulli non è sempre una bella data… e il poeta lo sa, finge appena di crederci e guarda oltre, “oltre lo specchio”, fruga nel futuro, insoddisfatto del presente. Così, dimentica “gli anni che diventano giorni minuti polvere storia…”