Archive for marzo 2010

Per amore di un padre

marzo 28, 2010

 

 

“Un padre non ha età” – disse un amico, al funerale di suo padre, a un conoscente che gli chiedeva “quanti anni aveva?”. Un padre non ha età nemmeno dopo, poiché rimane “nel vento” fuori del tempo, e non si corrompe la sua memoria in color che lo hanno avuto vicino, che gli hanno voluto bene… Se poi tra costoro c’è un poeta, quella “eredità di affetti” si moltiplica precisandosi in espressioni di poesia e la poesia porta lontano creando nuova “corrispondenza di amorosi sensi”.
Nel suo ultimo libro, Ora nel vento, Ida Di Ianni (ella stessa lo dice in una nota conclusiva) canta “un monumento alla sua vita”, violando in qualche modo la ritrosia paterna, alieno da clamori celebrativi. Eppure è necessario questo piccolo intenso libro, questa confessione in pubblico senza veli di retorica. Messa a nudo ancora una volta – chi la conosce lo sa – l’anima della poetessa si comunica non per cercare compagni al duolo, ma per una genuina esigenza di comunicarsi, fine a se stessa nella misura in cui possa accompagnarla nei giorni del dolore, che nemmeno vuole abbiano termine, che vuole anzi durino finché vorrà conservare del padre appena scomparso un ricordo lancinante ma proprio per questo vivificante. Paradosso dell’arte? Piuttosto davvero un bisogno esistenziale di figlia. Per di più poeta, ma figlia innanzi tutto.
“Così il breve esistere / è un volare controvento / per lasciare a chi resta / l’incanto doloroso dell’assenza” (così, “farfalla di breve ed intenso volo”, la “fragile esistenza” su questa terra ha un esile destino, ai più imperscrutabile, anche a coloro che credono di saperne scoprire, qui, le valenze e i valori che sono invece custoditi nell’intimo e soltanto il calore degli affetti può far emergere): “ti vivo, papà, respirando ogni giorno”.
Ci sono in queste pagine (il volumetto è diviso in due sezioni disomogenee, la seconda interamente dedicata al padre, presente comunque anche in qualche testo della prima), ci sono momenti di alta poesia, sapientemente elaborata anche nell’avvertita immediatezza del dire. Ci sono momenti di coinvolgente commozione, in cui viene a galla tutta la sofferenza dei mesi finali della vita paterna, tormentata dal male sempre più vittorioso. I versi di Ida sono un polittico polifonico: la sua voce si moltiplica nei mille dolorosi accenti provati dal suo cuore di figlia impotente – almeno però la voce della figlia poetessa (malgrado in vita ritenuta strana dal padre, pragmatico per quanto “benevolo”) può “ora nel vento” alzarsi e seguire il padre nel viaggio oltre questa vita, in una dimensione non estranea, anzi eterna, perché: “Mi hai lasciato, papà, ma ti so dentro di me e non piango il tuo correre per le strade del cielo…”. Il dialogo si fa monologo ma continua a svilupparsi a due, in un muto progressivo arricchimento, in un crescersi dentro per costruirsi insieme a chi non c’è ma non sarà perduto.
“Non mi arrendo al tempo / che vorrebbe recare sollievo alla pena”.

Galluccio in “verticale”

marzo 26, 2010

Scendere (o arrampicarsi) per le Verticali

di Bruno Galluccio

 

 

Curioso di sapere quanto tempo occorra per scrivere un libro così, lo ho riletto con interesse crescente e sorprese appaganti nel dipanare sensi e sensazioni… Un libro apparentemente frammentario e invece estremamente compatto, articolato com’è in una continua, incisiva, percussiva analisi di sé nel divenire del mondo. “Da dove cominciare da dove / tentare di dividere il sé dal mondo”… scrive Galluccio all’inizio della sezione che dà il titolo al libro: la poesia è scavo, insieme discesa e ritorno, è osservazione e descrizione, distacco necessario per meglio definire, è il cannocchiale e pure (lo scrisse Macchia a proposito di Pirandello) il cannocchiale rovesciato usato come un microscopio a distanza.
Qui si scende in verticale proprio per scavarsi dentro, dentro la casa costruita che si è, e che si deve custodire nelle migliori condizioni. La casa è una delle metafore ricorrenti (“casa calice”, “casa austera”…), in questo Verticali di Galluccio, il quale sa bene come costruire e come trasmettere messaggi… sa come proporre in maniera quasi casuale, o criptica, le figure pregnanti della retorica, facendone – in un tessuto espressivo che a volte scivola (indolente ma comunque coinvolgente) verso i livelli della prosa – un uso accorto ma evidente, almeno per chi abbia la pazienza di leggerlo per comprendere dei suoi testi non i significati, non quelli soltanto, ma le valenze strutturali che li sorreggono e li proteggono proprio dalla (rischiosa) facilità di comprensione.
Possiamo avvicinarci alla lettura, allo studio di questa raccolta (peraltro simmetricamente suddivisa in sezioni che costituiscono due parti equivalenti: “Piano di emersione” [comprende 25 testi], “Proiezioni” [19 testi], poemetto “Georg Cantor matematico”, “Verticali” [43 testi] = 44+1+43), possiamo cercare un approccio leggendo qualche testo esemplare.
“Si può scrutare nel proprio passato” [è a p. 21 (e alla pagina precedente c’è: “trovare nella tua cornice presente il mio passato” che della successiva è l’inquieta premessa logica)]. La volontà di rileggersi nel passato è di chi fa bilanci senza turbamenti (“Non ho paura dei fantasmi del passato / posso evocarli se voglio / farmi due chiacchiere con loro e poi / riporli nell’armadio tranquillamente / – sono amici ricchi di esperienza”…). Il verso centrale, “Protetto dall’oscurità degli anni luce”, fa da perno nel testo (uno dei più brevi e significativi del libro) con un doppio ossimoro (protetto/oscurità e oscurità/luce). Il finale è conseguente, in coerente chiusura del circolo riflessivo: “ogni tristezza o amore / mostra intera la sua orbita”: solo a distanza di tempo si può cogliere di un momento vissuto l’intensità, la densità, la complessità, e l’armonia, che si fa nostalgia, che stempera in malinconia ogni follia – così il “passato” è interamente leggibile, come un cielo stellato: ogni episodio è fatto stella, costellazione (da notare: in “forma d’astri” c’è già “tristezza” e “amore”).
“Rieccoti a casa. Fuori il fresco…” [p. 49] L’intreccio delle anafore (fuori, qui, qui, fuori, fuori, fuori) è segno di riposo raggiunto, desiderato approdo oltre le procelle della vita, rimaste “fuori”, appunto (dove “l’aria è straniera / e il crepuscolo non è diverso dal temporale”), mentre “qui nella casa” (fra “l’odore di bollito” e “i libri allineati”) si respira un’aria conosciuta (un “docile incendio”, forse un caminetto di sapore ungarettiano, e i libri “obbedienti / sommersi di richiami” – è qui che si può tornare a credere in sé, dopo aver ripreso contatto con le usate cose, “la tua roba”). L’umido torna anche altrove a segnare un’atmosfera “arresa” e “deperibile”, indizio di malessere non sempre risolvibile.
“Non ho sonno. Non so pregare” [p. 103: l’ultima] Anche qui c’è una casa/rifugio, una casa “guscio”. Però inquietante come è inquietante il sogno in cui si galleggia, in una dimensione altra che è “la solitudine di ogni singola onda”, ed è “terra friabile” e “rena scardinata”… Qui ci sono scale ma non ci sono, e c’è un domani cui non si crede (poiché troppo simile a oggi); non resta che accettare la condizione di emarginato, di volontario esilio nel quale “le orecchie sono pietre”.
Allora si cerca addirittura di tornare a “zero”, si cerca di annullare le distanze dall’età dell’oro, l’età dell’“emozione” – e “da qualche parte deve pur esserci un punto / di inversione / uno zero graduale / un segno che c’eravamo stati”. Il recupero del prima si fa imperativo da assolvere, la ricerca scientifica, quasi, dei nessi mentali che ci uniscono a chi fummo, ora quasi perduti nel magma ascendente di un’esistenza faticosamente conquistata. E in verticale si tende al silenzio, altra parola chiave di questo libro, si tende alla notte che è sogno, che è l’antitesi della luce, e la luce non sempre è “incontro”, non sempre aiuta a scorgere coordinate.
“Non abbiamo più lo spazio per incontrarci”… “sotto la volta ci cercammo accuratamente da non incontrarci”.

Una proposta: Bianca Madeccia

marzo 7, 2010

“Ci sono una desolazione da fine del mondo e insieme un pathos da tragedia greca in queste poesie” – così M.Grazia Calandrone presenta sulla rivista “Poesia” di Crocetti la silloge “Variazioni sul buio” di Bianca Madeccia, una silloge di 15 testi che dovrebbero essere in nuce il prossimo suo libro. Intanto accontentiamoci di queste primizie dense e sofferte, se è vero che ci si deve leggere pathos e desolazione… In effetti il pathos è evidente, a vista, per la versificazione (una volta si sarebbe detta magmatica) di Bianca, per il suo procedere oratorio quasi, nell’enfasi della prosa lirica più che in una scansione metrica riconoscibile. Non che sia importante la forma… ma certe volte la forma è sostanza…
Snuda la spada, Bianca, la spada della penna che forgia parole (e siano parole “lampi” – lo stilema ripetuto a breve distanza rafforza la forza dell’immagine), snuda il proprio essere e lo esibisce come un trofeo a monito per chi verrà. Per chi leggerà – ma chi leggerà di questo pane si nutrirà per la vita.
Come
il pane
di ieri
quando è buono
la poesia
è buona
domani
ma chi ha fame
la mangia in fretta
oggi
senza gustarne
a fondo i sapori 
La parola “pane” ricorre anche nella poesia di Bianca, ma per gustarla bisogna accomodarsi a tavola senza avere fretta: per “masticare visioni” insieme a lei ed esserne vivificati [“diverso è l’idioma non la fame che abbiamo”…]. Perché “al di là della luce malinconica e incerta / qualcosa non regge”… e bisogna cercare con calma, scrutare, penetrare il buio che circonda il nostro buio esistenziale. In queste Variazioni sul buio peraltro il buio non è che si veda tanto, ma si intuisce un buio interiore dal quale nemmeno si cerca di uscire convinti – anzi, alla fine, mentre “il mondo si dissol[v]e in una musica cupa”, “la morte benvenuta accoglierà tutti i sogni intatti”. La visione poetica diventa un altro mondo, una primitività proiettata in una specie di medioevo prossimo venturo, la terribile premonizione di quel che potrebbe accadere se… ecco il dilemma, il dramma, della poesia: siamo noi le “vittime dei roghi di questa implacabile chiaroveggenza”; che cosa faremo – se dobbiamo “accettare l’evidenza della bellezza svanita” – per reagire e riaffermare la nostra dignità?
La poesia però non pone domande: propone risposte. Qui le risposte ci sono, anche se sono dure da accettare: siamo ridotti male, in questo mondo, “parole e atti sono stati registrati nel libro dell’ossario” e “quando saremo pronti ad accogliere la luce”, usciti da questo buio che è il vuoto esistenziale in cui siamo adagiati (parodistico ossimoro sinestesico!) riusciremo a riscoprire la nostra identità di angeli. Se ora “le voci degli uomini non giungono al cielo / ma è una storia troppo lunga per iniziarla ora” (ed è bellissimo questo parlare in prosa per dire cose così poetiche), se le parole si spengono e i loro suoni si dissolvono “in una musica cupa”, è il momento di riappropriarsi dell’alfabeto, è tempo ancora una volta (per me è una vera ossessione) che “i poeti facciano la poesia onesta”, che siano onesti, almeno loro, riconquistando per tutti, per tutti coloro che sapranno leggere dentro di sé attraverso le parole del poeta, riconquistando il bene dell’uomo: la capacità di essere veramente chi si è nel dirlo a chi sappia riconoscerlo [“verità di fame”], nel fuoco dei giorni, nella comune aspirazione alla luce della chiarezza nei rapporti umani:
legati in un progetto esistenziale
che è libertà in forma di parola