Archive for gennaio 2011

Castellani fa il bilancio… da 40 a 70

gennaio 23, 2011

Il sottotitolo di questo libro è illuminante: “La mia poesia (Antologia essenziale e critica)” significa che Fulvio Castellani ha deciso di sistemare da solo il corpus della sua ormai abbondante produzione poetica – e questo probabilmente non perché abbia sfiducia in un qualche amico al quale affidare il compito, ma proprio perché aveva bisogno che la scelta fosse la sua, a questo punto della sua vita. Castellani sta per compiere settant’anni: forse anche per questo dato anagrafico (magari non solo per questo), il bisogno di mettere ordine e presentare al pubblico dei lettori quel che di meglio ritiene di aver fatto è comprensibile. La scadenza è importante, ed è peraltro passato un quarantennio dalla prima pubblicazione, Ho ballato nell’ombra, che appunto risale al 1970.

Fin dall’inizio, Castellani predilige alcuni temi che poi ha sviluppato senza tradirne le linee portanti: il tempo, soprattutto, il rapporto con il tempo che è un guardarsi allo specchio e giudicarsi: onesta posizione intellettuale che si propone – se non a monito – ad esempio. Le ore drogate, I giorni della terra: qualche titolo un po’ a caso, ma indicativo. “La corsa diventa veloce / verso gli anni della verità” (“I miei trent’anni”), “sulla strada che ho percorso / incredulo di essere uomo” (“Quel giorno”), e altri titoli: “L’ora della verifica”, “Finalmente”… si può ricostruire il percorso del farsi uomo e dolente ascoltarne il grido di scontento e delusione. Ma anche se “carponi me ne vado / a rubare scampoli di luce / all’arcobaleno che scompare” (“Da un’altra stanza”), non c’è rassegnazione, piuttosto una serena consapevolezza dell’io che si è dato un compito e sa che lo sta svolgendo. Il fine del poeta è parlare al prossimo, dirsi, cioè darsi affinché sia più chiaro per l’uomo il suo essere uomo, e più sopportabile quando ci si renda conto che è difficile comunque.

Il poeta, memore un po’ di Palazzeschi e un po’ di Montale (ma tanti altri potrebbero incontrarsi in queste duecento pagine di Castellani), il poeta sa di essere “nato uomo / in una giungla di selvaggi” (e lo diceva negli anni settanta – purtroppo, non lo sapeva, con parole attualissime ancora), ma sa pure di essere un “povero straccivendolo di sogni” (i due testi sono in Prigioniero di libertà disuguali): è detto non a suo scorno ma quasi a schiaffo e sberleffo, doloroso però, poiché consapevole di una impotenza di fondo: il poeta non cambia la vita dell’uomo se l’uomo non impara a guardarsi dentro (o a sputarsi in faccia allo specchio, se lo merita) come fa il poeta. Il tema del tempo si intensifica col passare dei decenni, si affina la scrittura e si scaltrisce la maniera di porsi ma l’onestà intellettuale è salda e l’assunto di partenza non si smentisce. Gli affetti familiari, il contatto con la natura, sono cardini irrinunciabili per sentirsi in pace almeno con se stesso. La seconda poesia inserita in Ombre e penombre, “A braccia aperte”, è dedicata “a mio padre”; l’ultima è un commosso ricordo materno: “Come tanti anni fa” – l’autore, che ha costruito il libro a sua immagine, l’ha fatto apposta, pure a farsi perdonare l’incipit un tantino maudit, in quel “Deserto di follia” che ci si augura comunque sia rimasto solo un vezzo di gioventù…

Queste sono solo alcune considerazioni, delle molte che si potrebbero esprimere, sulla poesia che per decenni Fulvio Castellani ha scritto, e in queste Ombre e penombre opportunamente antologizzato. Molto si potrebbe aggiungere, sfogliando il libro (per ora, per ora!) di una vita, confrontandosi con le decine di giudizi riportati in appendice, a coronamento di un volume anche per questo particolarmente prezioso: “ma dov’è il fanciullo che sognava prati all’infinito?” – si chiedeva il poeta nei primi anni novanta (in I rifugi dell’io). Il fanciullo c’è ancora, nella pronta disponibilità a partecipare al grande gioco della parola scritta, a leggerla e farsene testimone, a darne conto nelle sedi proprie, a viverne, sempre. Alla fine, la parola “ombra” ricorre, con una punta di malinconia, forse comprensibile: “mi manca la parola / che artiglia l’ombra”… “ma l’età è ruffiana / come una stella cadente”: chissà, quante volte, il fanciullo aveva sperato davvero nella stella di San Lorenzo! Ma il 10 agosto, si sa, per i fanciulli non è sempre una bella data… e il poeta lo sa, finge appena di crederci e guarda oltre, “oltre lo specchio”, fruga nel futuro, insoddisfatto del presente. Così, dimentica “gli anni che diventano giorni minuti polvere storia…”

Ugo Piscopo fila e sfila…

gennaio 23, 2011

Piscopo sfila infila annoda snoda parole e parole… È il gioco suo preferito – fingere di aggirarsi indeciso intorno al tema al soggetto all’argomento della sua ispirazione e invece tessere prezioso un bozzolo in cui sornione infingardo irretire un lettore sprovveduto. Per non invischiarsi nella suadente pania verbale delle sue trappole insidiose, bisogna (s)forzarsi a non prenderlo troppo sul serio, accettando la regola del suo gioco, serissimo però, calcolato com’è nei sottilissimi meccanismi linguistici nei quali è maestro. Qui l’occasione (che – come ben si sa – fa ladro chiunque; figurarsi un poeta esperto voleur) è data – ed è ghiotta, perciò accolta con succosa goduria – dall’incontro con le astratte figure del tardo futurista Galdo, a sua volta maestro di giochi visivi.
Nasce così questo godibile Il filo i fili e le storie onestamente firmato in due: Libero Galdo e Ugo Piscopo. A stare alla “glossa” chiarificatrice (?) di quest’ultimo, siamo di fronte a “una cosa che non si capisce ma che è così”… figuriamoci! e chi ci prova a “capire”? Però almeno vorremmo essere capaci di cogliere i nessi che trasformano questi “fili” in “storie”. Lasciamoci prendere, allora, lasciamoci fuorviare, turbare, sfilando e de-filando storie che non lo sono, che non raccontano ma ci avvolgono – nella loro tessitura essenziale ermetica enigmatica – come se lo fossero. Ne trarremo qualche momento di libertà e ci troveremo può darsi a nostro agio proprio nel non essere indotti a capire quando non lo vorremmo, piuttosto a capere, cioè a far nostra una materia pressoché eterea, impalpabile com’è quella dei sogni – ma il sogno è la vita oltre la vita in cui vorremmo appunto ogni tanto perderci e riprenderci…
Il piccolo libro delle edizioni Kairos, venti poesie di Piscopo che illustrano i disegni di Galdo, si presenta già in copertina con una coloratissima immagine che sintetizza il titolo: fili cangianti si intrecciano a tessere forme policromatiche, come in effetti fa Piscopo che (“filo che trema che trama e t’ama”) costruisce squarci di narrazioni che si possono incastrare a volontà/a voluttà l’una nell’altra o nell’atra luna (per parafrasarlo un po’) e infine, appagati o no vale poco saperlo, come sdoppiandosi allo specchio (e “l’Hermaphrodito” è certo uno dei testi esemplari), finire a dubitare e stupirsi di se stesso, quasi cadendo “in stupore di due in uno di specchio in specchio”.

In minore ma non troppo… Le Piccole poesie di Renato Greco

gennaio 21, 2011

Come nei migliori CD o DVD (quando li si acquista proprio con la speranza che ci sia!), in quarta di copertina di questo libro di Renato Greco c’è un bonus, un testo datato 18 gennaio 2010 – mentre il sottotitolo della raccolta precisa che i testi inseriti risalgono al periodo “Gennaio-luglio 2009” (ulteriori precisazioni sono nella iniziale “nota dell’autore”). Ed è un miracolo di equilibrio, “Sonno”, anche per quel suo starsene isolato dal libro, elegantemente stampato, un testo in cui subito si avverte quel che poi si scopre testimoniato dal prefatore Serricchio e dalla definizione di Giancane che lo stesso Serricchio riporta nel suo scritto propedeutico. Renato Greco è un “sapiente di poesia”, ma è anche uno che fa della poesia un’arte-rifugio, un modo cioè di essere attento alle cose del mondo e dire di quelle ciò che si vuole, esperto di relazioni sociali, di problematiche umane, di sentimenti comuni… e però ironicamente consapevole che alla fine tutto passa e ce ne troveremo privati se non avremo almeno fatto in tempo a cogliere gli scampoli di “sapore antico” che la vita pur consente ogni tanto di cogliere, così da “placare / le cupe d’amarezza onde inesauste”. Verso questo, quello finale di “Sonno”, che rappresenta idealmente la maniera di scrivere di Renato Greco: concisa nella proposta tematica, musicale e al tempo stesso ardita nella scansione sillabica.
È poesia che si potrebbe definire gnomica, questa di Renato Greco: la riflessione, sempre nata da considerazioni private, spesso da episodi minimi, vorrebbe essere quasi didascalica – in certi momenti si avverte la diretta intenzione di parlare al lettore perché si cibi del desco apparecchiato, e ne faccia tesoro, almeno lui. Il poeta dà l’impressione di rasentare la muraglia della vita, di fare esperienze per conto terzi (e invece quanto soffre per ogni occasione perduta, per ogni sogno sfumato): almeno gli altri facciano attenzione a dove mettono i piedi. Ma le stese venature polemiche alle quali a volte si dà sfogo sono espresse con il solito garbo che distingue il fare poesia di Renato Greco (“la mia antica cortesia”, come egli dice). Raramente alza la voce, ma si percepisce che gli danno fastidio certi atteggiamenti, e certi presuntuosi che affermano di essere “professori di filosofia”…
“Ogni metafora” può prendersi ad esempio di uno dei temi più ricorrenti, magari nascostamente, allusivamente, ma tormentato ne appare sempre il poeta nel trovarsi a combattere i mulini a vento dell’ignoranza massificata: il tema del tempo, che passa e si vive male (“inascoltati, sconosciuti, oppressi” era già detto in “Un cielo in fuga”) se non si fa attenzione, poiché appunto “ogni metafora” ormai si è immillata e “la scelta è davvero difficile” (nell’incombere di una “estrema cognizione del dolore”, spericolata citazione!). Ma se si fa attenzione ad usare le parole, a non cadere nella pania del conformismo, ancora “c’è speranza per te, forse ti salvi”. La posizione intellettuale di un poeta come Renato Greco è chiara, perché fa poesia della vita, sconsolato ma non abbattuto, anzi – come osserva Serricchio – “offre spiragli di conforto”, ma bisogna avere orecchie per intendere. Il lettore di questa poesia non deve cadere nel tranello della semplicità, del discorsivo dipanarsi di temi comuni, ai quali si potrebbe fare spallucce e dire che tanto capita a tutti e ci si protegge semplicemente andando avanti… Occorre invece rimboccasi le maniche: c’è ancora tanto da fare, c’è sempre tanto da fare!
Il tempo passa e non lo si deve lasciare libero di rubarci il nostro tempo. La poesia, il fare poesia ma anche il leggerla, può dare ancore di salvezza, può essere appiglio e consolazione. Ma (si legga ad esempio almeno “Fiore”), anche se “a volte, nel cercare la poesia / davanti al foglio immenso uno s’arrende”, il compito del poeta è continuare a cercare, fissando il tempo della sua ricerca nei versi che scrive, lentamente, faticosamente, ostinatamente. “Arduo cimento più di un forte orgasmo” (in “Poesia”): duro, questo endecasillabo, e forte nella definizione, ma vero nella commossa affermazione di sé. La reazione “al mio consumarmi nel silenzio”, all’essere inutile per sé e per gli altri (terrore del poeta), è dunque il “tepore/amore” della poesia, il darsi trovandosi ogni giorno…