Archive for aprile 2010

La “nudità” di Stelvio

aprile 22, 2010

Stelvio Di Spigno – La nudità – Edizioni peQuod

 

 

Quella di Stelvio Di Spigno è poesia di parole, di riflessioni allo specchio fatte in pubblico, un po’ come voleva Palazzeschi nella sua casina di cristallo, un po’ come in genere tutti i poeti che si confessano insieme ai loro lettori, e nelle loro parole offrono anche a quelli la possibilità di confessarsi. C’è un testo, “L’innocenza”, nella sezione “La vita in lontananza”, che è un vero piccolo racconto in versi, nel quale si rievocano le zie (“con quel profumo di zie dell’Ottocento… io affondavo nell’odore nei seni nei corpi…”): “dite a tutti che ero vivo e vero solo accanto a voi”. Recupero di adolescenza e tensione alla chiarezza, mito da ragazzo che mal sopporta, crescendo, di dover “imparare a quanto vende il mondo una pace normale” (in “Desiderio”). Dalla dimensione post pascoliana e para gozzaniana di un intimismo inteso come rifugio, si passa decisi alla muraglia che sostituisce la siepe… “Vedo la vita scrollarsi di dosso ogni sincerità” – scrive – “e mi consegno soltanto a me stesso” (in “Meta” – e in “La resa”: “sono solo io la meta di me stesso”, però “la colpa è solo mia”…).
Forse lo stesso titolo dato a quest’ultimo libro, La nudità, allude – o esplicitamente conduce – alla voglia/necessità di raccontarsi e, facendo questo, trovare “compagni al duolo”.  In fin dei conti, la ricerca di altri è un disperato bisogno di altri orizzonti ma pure di rinnovata conoscenza di sé: “cerco qualcosa che sia io” (in “Animazione”), “perché da più me stessi se ne formi almeno uno” (in “Identificazione”). Non che sia necessario andare in cerca di ascendenze – ma sono dichiarate, certe liaisons, da un lettore (com’egli è) onnivoro nel campo della poesia classica e contemporanea –, quindi si può facilmente salire fino a Seneca per tornare poi a Pirandello. Per quanto si possa aspirare alla comunicazione con un prossimo più vicino, nell’espressione poetica si fissa – o si prova a indicare – un cammino personale di iniziazione, salvazione e auto-agnizione finale che poi, ma solo poi, si propone a modello per coloro che volessero potessero sapessero farne buon uso.
Frequentatore da sempre di libri e libri, specialmente di libri di poesia, un autore come Stelvio Di Spigno sa bene quanto sia importante il paratesto, ossia tutto quello che accompagna, in un libro, il testo vero e proprio, cioè, in questo caso, le poesie nella loro nuda successione (ecco un segno del titolo: La nudità è proprio quella della poesia che tale si offre se è bella, se è giusta, se è utile: è nuda la bellezza o non lo è). Il paratesto, dunque, ha la sua necessaria presenza: così il titolo, i titoli delle sezioni in cui si articola il libro (ardita “Giorno dopo giorno”!), l’epigrafe iniziale (dantesca, dal “Purgatorio”), la dedica “agli amici delle Marche” e la postfazione di Fernando Marchiori… Tutto si tiene: in poesia non esiste la casualità.
L’ultimo testo, il secondo dei “Finali”, è dedicato “Ai poeti del secolo 21” (strano che sia scritto in cifre arabe) e si chiude, e chiude intenzionalmente il libro, con una abbastanza sorprendente dichiarazione in minore. C’è più rabbia che sconforto, forse, ma è una specie di diminutio quando ormai si è pronti a considerare questo suo libro con assoluta e fondata approvazione – certo il più valido della produzione di Stelvio Di Spigno, che marcia sicuro nella consolidazione di un sé tutto suo… e invece lui apostrofa il lettore (sub specie poetae), per dirgli “chi eri e cosa hai perso per diventare qualcuno o qualcosa, mentre siamo niente, fratello, siamo niente”.
Ma non c’è anche lui tra i poeti di questo nuovo secolo? È suo fratello messo a nudo nel suo cuore che – come lui stesso? – è dunque niente?

Carlino parla di poesia …con i poeti

aprile 16, 2010

Una eredità da condividere

Ecco subito chiaro quando e perché un libro non ha scadenze, meno ancora se è un libro di poesia o dedicato alla poesia, in forma di analisi, com’è questo saggio del professor Carlino (beati sempre i suoi studenti), e per di più analisi composte come fossero intimi colloqui a sistemare imponenti bagagli di conoscenze critiche.
Il professore scrive – e probabilmente fa lezione – come chiacchierasse con amici alla pari (presumendo a volte che sappiano abbastanza per seguirlo o per lo meno abbiano predisposizione a sintonizzarsi sui suoi canali espressivi) – in ogni caso svaria continuamente nei registri e si arrampica su citazioni e rimandi, scende nei testi e sconfina nei contesti, e propone penetranti chiavi di lettura e sistema interpretazioni a confronto.
I “dodici osservati speciali” del titolo sono – raggruppati in tre quartine – appunto dodici poeti del primo Novecento, legati “nello spazio dello straniamento, della critica, del disincanto” (cioè Palazzeschi, Govoni, Lucini e Gozzano), oppure “tra inquietudini di scrittura e scosse di linguaggi” (e cioè Rebora, Campana, Sbarbaro e Cangiullo), o “in uscita dall’avanguardia” (cioè Montale, Saba, Ungaretti e Pavese).
Come si vede dalla scelta degli autori “osservati” e dai titoli delle sezioni del libro in cui sono raccolti, questi “atti di analisi testuale” di Marcello Carlino vogliono essere una specie di storia (e microantologia) critica della poesia italiana del Novecento per grandi categorie e piccoli esempi. Perché il professore vi riversa fiumi di conoscenze e tutta la sua passione di studioso, insieme alla volontà di proporre ad un pubblico medio, colto e disponibile, uno strumentario (si sarebbe detto una volta) adatto a scernere per proprio conto altri valori, in altri autori, altre mode, o tematiche o correnti letterarie.
Ecco perché un libro come Dodici osservati speciali non ha scadenze, potendosi anzi assumere come fondamento per la critica a venire, ricco infatti com’è di proposte interpretative e di metodologia applicata. Carlino d’abitudine – comme il faut, del resto – parte dai testi quando parla di un autore, e sceglie un testo, qui, per ciascuno dei suoi “dodici osservati”, lo assume come emblema di poetica e per l’appunto ne osserva – a carte scoperte – le fattezze formali e il carattere del contenuto.
Poiché Carlino ritiene giusto, anzi opportuno, dovuto, “che si vada a vedere, scoprendo tutte le carte del gioco (quel che è giusto chiedere, ormai senza benevolenze preventive o deferenze verso gli intoccabili di qualunque schiera… per tracciare il bilancio di un secolo di letteratura)…”. Questo è detto a proposito di Sbarbaro, nel saggio “Il passo del sonnambulo”, in cui sono altissimi momenti di riflessione che non è solo critica, potendovisi avvertire e cogliere evidenti lacerti di confessione da lettore incallito eppur sempre disposto a leggere con genuino impegno in cerca di nuove suggestioni.
L’impegno che è garanzia di serietà professionale e onestà intellettuale, per cui bisogna credergli e lasciarsi convincere, come quando propone, parlando di Ungaretti, che “la lezione prima di Silenzio si intende e si prende per la più autorevole”, dopo aver comunque mostrato e spiegato di quella poesia “le successive varianti o correzioni”.
Un metodo, quello di Carlino, che consente – a lui ed ai suoi lettori (ed agli autori studiati, qualora siano i fortunati che egli, generoso di sé, premia con una sua presentazione o recensione), di percorrere dall’interno l’ordito e la trama di un testo e poi, per successive aperture, il formarsi di una poetica e in definitiva di un processo costruttivo più ampio che è la crescita di un poeta.

Una memoria necessaria

aprile 8, 2010

 

“GEORGES ANTOINE DRANO”

le mouvement interrompu

di Nicole Drano Stamberg e Georges Drano – AVL Diffusion – 2010

Un’opera contro natura, una di quelle cose che non si dovrebbero fare, eppure è un libro necessario, non soltanto perché così l’hanno sentito gli autori, ma proprio perché doveva esserci, era giusto che il lavoro di una vita fosse degnamente ricordato. E peccato che quella vita sia stata così crudelmente breve, da impedire a quel lavoro di essere apprezzato ancor più di quanto già lo fosse; peccato che sia toccato ad altri, ai genitori, il compito di mettere insieme i cocci e ricostruire una vita precocemente spezzata. Ecco perché è contro natura: tocca ai figli narrare la storia dei padri, non viceversa! Se accade, l’opera di ricostruzione è particolarmente dolorosa, certo più di quanto lo sia quella di un figlio che racconta le vicende paterne.
Se Nicole e Georges Drano hanno sentito il bisogno di una biografia postuma del figlio Georges Antoine è perché hanno sentito quanto ingiusta fosse stata con lui la sorte, strappato a soli trent’anni alla vita, a una carriera già brillante – appunto quella nel loro libro hanno cercato di presentare, a quella almeno hanno voluto rendere omaggio rendendola pubblica anche per coloro che non ebbero la ventura di conoscerla. Ed era necessario farlo, poiché un “movimento interrotto” non fosse dimenticato.
L’opera di Georges e Nicole ripercorre brevemente le tappe dell’esistenza terrena di GA, nato nel marzo del 1964 e deceduto nel settembre del 1994; racconta delle sue esperienze scolastiche, dei viaggi con i genitori, delle amicizie, della passione per l’arte, il disegno, la moda. Il volume, di mole considerevole, è anche e soprattutto un catalogo, e presenta una vastissima raccolta di quadri, figurini (È impressionante la quantità di lavori proposti nelle tecniche più varie), e foto, tante fotografie del ragazzo che non fece in tempo a diventare uomo.
Dedicato a tutti coloro che l’hanno conosciuto, “amato, incoraggiato e aiutato”, il libro è necessario però specialmente per coloro che non hanno conosciuto GA e vi trovano l’opportunità per farlo adesso, nella ricognizione completa curata dai genitori, ai quali va quindi non il solito plauso come autori di un’opera ben fatta, ma il grazie di quanti vorranno apprezzare – e saranno senz’altro numerosi – la vita artistica di un giovane figlio di Francia troppo presto spenta ma da ora più che mai “jamais oubliée”.