La poesia di Jeton

febbraio 5, 2010 di stanzadelpoeta

Jeton Kelmendi è un giovane poeta del Kosovo (nato a Peje nel 1978), conosciuto al Festival DITET E NAIMIT a Tetova lo scorso ottobre. Due poesie tradotte in italiano

Jeton fra Meri Dishnica e Jim Warner

DIFFIDENZA

Se invecchio
senza più scrivere un po’ di versi d’amore
“vecchio di pietra” chiamatemi

Forza di pietra – diranno – aveva

Se invecchio
senza cantare canzoni d’amore
nel fuoco del silenzio
faccio fuoco

Amore
la bellezza e i versi insieme sorgono
per te e la patria

INSINUATË

N’u plakesha
Pa shkruar edhe ca vargje dashurie
Plak prej guri quamëni

Fortësi guri do të thonë kishte

N’u plakesha
Pa kënduar këngë dashurie
Në zjarrin e heshtjes
Zjarr bëj

Dashuri
Bukuria e vargjet bashkë rrjedhin
Për ty e atdheun

NUDO

Con nessuno cambierei
la lingua
Stasera con te sì
Un’ora
due
tre
Finché tocco la fine della parola
tutto direi
Nudo
cosi il primo bacio

Mi sei giaciuta negli occhi
fuoco dentro

Nudo
con nessuno ti cambierei

NUDO

Me askënd s’do ta ndërroja
Gjuhën
Sonte me ty po
Një orë
Dy
Tri
Sa ta preki fundin e fjalës
Të gjitha do t’i thoja
Nudo
Ashtu se puthjen e parë

Më je e akullt në sy
Zjarr brendi

Nudo
Me askënd s’do të ndërroja

La poesia della memoria

gennaio 27, 2010 di stanzadelpoeta

Scampata per ricordare

di Irene Vallone

 

Spietata atrocità barbarie
su folle inermi accanita
avvolte nella statica nebbia
sferzante presagi di morte

Da ammassi brandelli di averi
calpestio timoroso di animule
incoscienti del passo breve
asfissianti aliti lasciate a respirare

Ora è silenzio vuoto di morte
tra le baracche nei campi
attraversa purificatore il vento
l’insanabile aria della strage

Quale passato terribile
marchiato a fuoco vivo
si spande ancora in onde
di odio che stenta a morire

       *

Sento se mi fermo a pensare
alla follia dello sterminio
le urla la fame il freddo
della paura delle tradotte del distacco

sono tra quella povera gente
ad annusare sulla carta l’odore di un tempo
della barbarie macabro sapore

a coccolare con lo sguardo volti impauriti
a rivivere geografie di luoghi cari
a sperare per altri vie di scampo

una come loro sì
ma scampata
per ricordare

Nuovo blog personale

gennaio 23, 2010 di stanzadelpoeta

In attesa di rinnovare il vecchio sito www.giuseppenapolitano.it, ho preparato un nuovo blog,  che è collegato a questo  della “stanza”: giuseppenapolitano.wordpress.com, nel quale ho cominciato a sistemare la mia bibliografia – vi invito a visitarlo e lasciare commenti e suggerimenti… grazie

Le “Fratture” di Spagnuolo

gennaio 14, 2010 di stanzadelpoeta

 

Trattandosi di un medico poeta, verrebbe facile pensare che le “fratture” del titolo siano quelle del corpo… ma Spagnuolo è cardiologo e quindi le “fratture da comporre” sono probabilmente quelle del cuore, o comunque bisogna arguire che, in traslato almeno, non si tratti di “rotture” fisiche. Partendo da questo presupposto – e sempre ammesso che sia credibile un’analisi di questo tipo, per una poesia come la sua, ricca di presenze “corporee” (fisiche o fisiologiche, e sane o malate che siano) –, si può tracciare un percorso di lettura che dia un’efficace chiave di approccio a un libro come Fratture da comporre (Kairòs Edizioni), estrema prova di un inguaribile medico di se stesso?
Spagnuolo insiste infatti a dipanare (e cercare di “curare”) esistenze parallele alla propria, che diventano poesia e libro – non sempre credibili ma sempre plausibili, malgrado l’avanzare dell’età potrebbe (o dovrebbe) suggerire un’espressione più pacata; ma nemmeno il “profumo di un tardo disinganno”, le “finzioni sempre più imperfette” e “il mio lento arrugginire” frenano invece il poeta della carne e dei colori forti, della lingua penetrante e della rutilante immaginazione. Così le “cosce” sono “insolenti”, il “cielo stralunato”, le “pennellate di sghembo”, “tra gli stantuffi delle tue bugie”… Infine, “ricucio a caro prezzo confessioni […] interrompendo ogni frenesia”, per dare una credibilità all’esistenza dell’uomo-artista. Così, “fra le scommesse dei giorni” (che si intuiscono perdenti) e “fra le pieghe dell’inguine [tuo]”, “preferirei legarmi al gioco”… qualunque sia, comunque si debba poi pagare la sconfitta prevista (“senza più parole ho chiuso ogni poesia”).
Il problema interpretativo di un lavoro di Spagnuolo è che a volte interpretare è anche inutile, essendo piuttosto utile starsene a riva, sul bordo del lago inquieto della sua poesia, e osservare lo sciabordio delle parole, la risacca dei sentimenti che si fanno costruzione testuale. Occhi attenti a cogliere “il sussulto che scatena altri scompensi / tra l’angoscia ed il cruccio / delle occasioni perdute”: è una poesia questa che vive di sé, in sé compiuta (i testi brevi sono densissimi, e non ammettono sviluppi ulteriori).
Queste improbabili Fratture da comporre hanno un punto debole: la dichiarata anche se implicita menzogna che le compone mentre le rompe – il poeta si diverte a mostrare debolezze che sono la sua forza, nella consapevolezza di una capacità che ormai non si scalfisce: egli conosce se stesso e si offre come avrebbe voluto che la vita gli si offrisse (e a volte, certo, ne ha goduto, di sé e della vita).

La guerra dell’amore di Vanina

dicembre 17, 2009 di stanzadelpoeta

Un libro di Vanina Iodice (Kairos edizioni)…

Una sorpresa in una sorpresa in una sorpresa! È un libro che finisce tre volte o quattro, oppure una volta soltanto, alla prima pagina) – o mai! È un libro che si può aprire a qualsiasi pagina e poi rileggere da capo… è un libro di vita che cerca la vita, di vita che fugge la vita, ed è un libro di guerra e di guerre, di grandi fatti nati da scintille di quotidiano… “Amore e guerra” l’ha già fatto Woody, ma qui c’è l’amore e la guerra dell’amore (o per l’amore, o nell’amore), che dovrebbe far dimenticare una guerra vera ma è forse di quella ancora più crudele… Una guerra per caso, un paradosso – questo è l’amore, che (se tale) prepara altri amori…

La fiaccola di Renzo Ricchi

dicembre 4, 2009 di stanzadelpoeta


La sobrietà dei toni è la caratteristica di una consapevole maturità (di chi ha raggiunto il traguardo minimo che consente la scrittura: la possibilità di affermare tranquillamente le proprie certezze). In questi racconti di varia estensione e diversa tematica, è costante comunque un’espressione misurata che in ogni episodio e ad ogni personaggio dà la giusta dimensione di sé.
Un decennio dopo l’antologia Racconti e a quasi due decenni da La creatura e l’ascolto, Renzo Ricchi torna alla narrazione breve (sono uscite nel frattempo raccolte di poesie e teatro), offrendo in La fiaccola (barabba, Lanciano) un’esemplare dimostrazione di scrittura. I sei racconti qui presentati sono quasi un prontuario per aspiranti narratori – una maniera per esporre teorie narratologiche – un piccolo campionario di metaletteratura. Perché il gioco autobiografico è chiaro, essendo il personaggio Lorenzo una chiara “figura” letteraria dell’autore (e il fatto che sia presente in più di un racconto li unisce quasi a comporre un romanzo breve articolato in più momenti).
Fin dal titolo dato al libro – come opportunamente rileva Roberto Salsano nell’acuto saggio in postfazione, una guida alla lettura esauriente e illuminante – emerge la ricerca di luce, esistenziale e letteraria, cui aspira lo scrittore (“un itinerario in interiore hominis, entro il proprio io verso un barlume di nuova intuizione spirituale”). Ricchi peraltro recupera in questa sua “fiaccola” una volontà di fissaggio del tempo che gli è congeniale, non solo in prosa, un modo per guarire del tempo le ferite e superarne i guasti. Difficile a farsi; meglio liberarsene letteraturizzando – Svevo docet! – i capitoli dell’esistenza facendone un libro. Che va oltre il tempo….
Le dinamiche esistenziali dei personaggi sono tutte riconducibili alla privata vicenda di un super-personaggio che è l’autore stesso, proiettato magari in una realtà altra (come gli sarebbe piaciuto che fosse), ma ben radicato in questa (che gli piace tuttavia analizzare attentamente – e nell’autore è retaggio del suo mestiere di giornalista).
Citazioni interne ben riconoscibili rimandano in particolare a La creatura e l’ascolto (animali e bambini innocenti di fronte al male del mondo…) e certe affermazioni di stampo sociologico e politico o soprattutto religioso/filosofico fanno pensare alle mille domande sull’uomo e sul creato, sulla divinità e i suoi rapporti con l’umanità che Ricchi ha sempre posto a se stesso e al suo lettore.

Quanto dura un secondo luce?

dicembre 2, 2009 di stanzadelpoeta

Io non so dire quanto dura, ma credo comunque sia lunghissimo da vivere un “secondo luce”, e certo è sufficiente per leggere un libretto di appena 70 pagine… Ma ci sono 42 poesie, non sono tanto poche, in questo piccolo libro (elegantissimo, comunque: LietoColle non si smentisce nella solita cura editoriale), e sono la prima pubblicazione di una ragazza coraggiosa. Va letto, quindi, analizzato con attenzione – certo, anche con indulgenza, trattandosi di un’opera prima… ma va considerato con l’onesta attenzione che merita chi affronta una prova di esordio.
Ce ne sono tanti che esordiscono, oggi, e …rimangono all’opera prima poiché credevano di aver già pagato dazio e si ritirano a contemplarsi, come si dice, l’ombelico o soltanto la punta del naso. Anna Ruotolo non sembra di questi. Da questo suo “luminoso” esordio si può già affermare che tra pochi secondi luce saremo costretti a leggerla di nuovo, e stavolta saranno minuti, ore, chissà… ma come fa una giovinetta di non molte letture ad essere così esperta della navigazione negli infidi mari della poesia? Come osa sfidare l’alto pelago nel suo vascello leggero? Fidando in quale buona stella?
Ecco, il problema interpretativo è tutto qui, in questa serie di ingenerosi interrogativi che la lettura dei Secondi luce di Anna Ruotolo impone più che proporre. Ma infine le risposte sono tutte rassicuranti: la ragazza ha la stoffa, ha il piglio del nocchiero – per rimanere nella metafora… Conosce quanto basta dell’universo letterario, e mostra di avere tutte le intenzioni di perfezionare le conoscenze perché fa trapelare dai suoi testi accorte movenze espressive, qualche arditezza semantica… Immagini rutilanti sono qui affiancate, a volte accatastate; parole e parole ci schiaffeggiano taglienti e subito dopo morbidamente ci blandiscono.
Sembra di vivere con lei il sogno di un’esistenza-gioco della quale a lei solo sono concesse le regole, ma di poterne essere partecipi proprio perché a lei piace giocare (e non da sola!) – anche se, o proprio quando il gioco si fa cattivo, perdente. Compagni al duolo più che al gioco, allora? È dunque una tattica, la sua, che mira a prenderci al laccio, sinuosa e suadente fino a catturarci nella pania della sua lingua poetica?. E accettiamolo, questo invito a giocare, se è tale – se non è invece una richiesta di aiuto, agli scaltri lettori ben disposti, a trovare insieme il porto in cui gettare l’ancora…

La ragazza senza età

novembre 26, 2009 di stanzadelpoeta


Per aver dovuto sempre troppo comprendere – sempre pagando in proprio, in vita regalata (o sprecata, nella ricerca di affinità sempre sfuggenti) -, per aver dovuto aspettare tanto una carezza quando ne avvertiva il bisogno, la “ragazza” ormai donna – ma ancora bambina nell’animo, nei sentimenti e nei sensi stessi custoditi con ingenuo stupore – la figlia del sud che ha conosciuto del nord più le delusioni che la salvezza sperata, conserva comunque una straordinaria capacità (e volontà) di comunicare.
Se si decide, alla tenera età di ottant’anni (senza ironia perché con serena e distesa partecipazione Asoic Naie racconta le sue vicende – vere, purtroppo e dolorosamente ricordate, ma quasi con distacco, aiutata dalla lente dell’età che smorza i toni e asciuga l’espressione), se aspetta una vita per raccontare una vita, la ragione in definitiva è in quella piccola materna presunzione di poter essere utile… La funzione pedagogica della letteratura – specie quella memorialistica, fondata sulla credibilità dell’esempio – è una delle molle più forti, più della voglia di dire, dell’esigenza di scaricarsi, che hanno convinto una donna a liberarsi sulla pagina delle antiche paure, dello stesso pudore di una vita passata a nascondere ambizioni e pulsioni, a mascherare atteggiamenti di circostanza, ad essere – a dover essere – quel che conveniva più di quel che si sentiva.
Per aver avuto diversi cattivi insegnanti e per essersene fidata anche troppo, l’alunna modello del tempo che fu ha continuato a studiare ed ha continuato a credere nell’esempio che si fa insegnamento, poiché è credibile – e pertanto deve essere onesto, rigoroso. Al maestro si chiede onestà intellettuale, rispetto dell’allievo, disponibilità a mettersi in gioco in un processo formativo a due, non univoco, non impositivo. Così un genitore, e così pure uno scrittore che intenda (come un padre che insegna quel che sa) mostrare una via, indicare un percorso alternativo, suggerire mappe di orientamento.
Procede a salti, la narrazione (è la vita, del resto, che fa salti, e fa salti la storia che la fa rivivere): ci sono episodi che iniziano e sembrano terminare, poi sono ripresi in un altro capitolo, e sono come ripresi da un nuovo punto di vista – ed è il punto di vista dell’età che muta: la protagonista ragazzina diventa giovinetta, adulta, matura… e scrive dopo decenni dall’ultimo avvenimento narrato. Ci sono dunque almeno tre piani di scrittura, e di lettura, nel libro, segno dell’evoluzione affrontata dal personaggio e dall’autrice stessa che, nel ricordare e raccontare, si costringe a fare i conti con le esperienze vissute, con le diverse scelte sbagliate che si è trovata a compiere (a subire, per lo più, perché altri sceglieva per lei, ma era lei a pagare, a portarne il marchio).
Una ragazza del sud è una testimonianza, e un viatico: chi ha sopportato tanto, non può esimersi dal farne partecipi quelli che rischiano di subire altrettanto. C’è quindi il malcelato desiderio, anzi la chiara intenzione di offrire al lettore, e in particolare ai giovani (quelli di oggi, così lontani e ignari di cosa fosse un tempo l’educazione familiare), e alle donne, ancora probabilmente vittime e non sempre inconsapevoli dell’innata supponenza del maschio, di offrire a chi sappia ascoltare una proposta operativa, un vademecum per un’esistenza più dignitosa.
Ma questo libro è pure un apotropaico lasciapassare per la propria coscienza – ci si deve sentire in pace avendo tanto visto e tollerato (senza rancore nemmeno per chi ha guastato il bello dell’esistenza) e pronti al redde rationem ma soltanto con la propria persona, con la propria intelligenza e il proprio sentire. La scrittura di un libro così concepito, racconto autobiografico e insieme (chissà quanto involontariamente) analisi sociologica, antropologica, ideologica… un libro come questo ci raccomanda a noi stessi e ci tranquillizza: non lasciamo debiti, avendo anzi dato come andava dato il senso giusto alla nostra vita, che è tale se condivisa, se ne facciamo dono perché altre vite siano migliori.

La ragione di Assiotea

novembre 10, 2009 di stanzadelpoeta

assiotea
Più che un romanzo a tema, è un romanzo a progetto. Forse, un progetto che diventa romanzo per essere diffuso e (meglio) compreso.
Lo si può condividere o meno (al di là dei meriti letterari, che pur vi sono), ma rimane un’operazione coraggiosa. Al limite del cielo: dove, invariabilmente, inguaribilmente lo spirito umano tende e non riesce a giungere se non in sogno, cavalcando l’Idea, la profonda angoscia di essere (stato) altro – di poter tornare ad essere altro, oltre… Non c’è bisogno di scomodare Platone: noi sentiamo di meritare una dimensione diversa da quella che ci costringe a sopravvivere qui dove siamo confinati.
Qui ed ora, senza speranza – ma è questo infine il senso della vita: qui e ora, questa e non altra abbiamo a disposizione – dobbiamo vivere e far vivere bene l’esistenza che ci troviamo assegnata dalla nostra natura. Pensare di rimanere è presunzione senza fondamento, credere che qualcuno possa aiutarci (dal di fuori?) è pura illusione – anche se i poeti lasciano eredità di affetti e di illusioni a volte si può anche vivere. Sempre rispettando, però, le eredità e le illusioni altrui, senza prevaricare o peggio cercare di imporre le proprie. O non si merita il diritto a vivere bene.
Adriano Petta continua a scavare nella storia e nell’umana avventura dell’uomo di scienza… ma la scienza – nella sua trasfigurazione letteraria – è il pensiero, la ragione, la volontà di affermarsi come creatura dominante proprio perché capace di riconoscersi limitata nella sua esperienza esistenziale, eppure capace di vivere a misura di leggi naturali riconoscibili, senza “aiuto” o “consolazione” che non siano appunto la propria forza di riflettere e comprendere.
La figura di Assiotea, “la donna che sfidò Platone” (parzialmente inventata, ovviamente, per la pochezza di fonti e documenti), è una di quelle che sconvolgono la “norma” degli uomini… ammesso che un uomo possa essere “normale” sempre, senza sconfinare nelle eccezioni che lo fanno diverso dagli altri animali. La forza della ragazza che osa contrapporre la semplicità del suo ragionamento alle pretese platoniche di legiferare su tutto lo scibile umano, senza ammettere contraddittorio, è la forza dell’intelligenza contro l’assopimento della ragione. Dovremmo tenerne conto, sempre – oggi più che mai: farebbe bene scernere il grano dal loglio che infesta il campo, ma il loglio a volte costringe a fare attenzione dove si mettono i piedi.

Amir Or a Tetova

ottobre 27, 2009 di stanzadelpoeta

Due poesie del poeta israeliano AMIR OR, conosciuto a Tetova in Macedonia al Festival “Ditet e Naimit” – nella mia traduzione dall’inglese (siamo insieme in una foto scattata da Julia Janku).

EL AMOR BRUJO

Come dirlo? Troppo vicino a un orso
tu sei carico di frutta nel cuore
tu sei il nome che una bocca muta
porta come il mare nel palmo della terra.
Io tocco e invidio la mano che tocca,
toccando, ho voglia di toccare.

Terrore di questo immobile momento,
tu sei qui dentro qui dentro qui.
Qui il fuoco dell’anima brucia brucia.
Non consumato il cuore.

Urla fra le mie gambe
l’animale all’animale fra le tue.

Urla fra i miei denti la luna
alla luna nel tuo cuore.

L’animale nel mio cuore ti fiuta sempre.

CAMERA OBSCURA

Oscurità – non si distingue fra le cose
non ti si riconosce tranne
per la tua voce che vaga tra gli echi
l’odore aspro della tua paura – il tuo desiderio
di strappare all’oscurità la tua immagine
di strappare un’ombra per te fuori dalle ombre.

L’oscurità è un grembo senza pareti –
c’è solo me stesso dentro me stesso.

Nella chiusa oscura stanza un bimbo apprende
ad ascoltare toccare essere
impulso e pelle.

con amir