“La Via della seta/e” di Angela GIANNELLI

 

“Sono Poesia e narro la mia Storia”: si può leggere questo verso come il vero incipit del libro – più dell’epigrafe da Nelson (“l’uomo pensa per ipertesti e scrivere… costringe a trasformare l’albero del pensiero in uno steccato”). L’autrice dichiara subito il suo intento e al tempo stesso espone i suoi strumenti: io sono me stessa, poetessa, facitrice di poesia e pertanto della Poesia (con la maiuscola) umana personificazione, narratrice di una storia che, poiché è mia, cioè di poeta, si fa e diventa Storia (con la maiuscola), quindi altra, di altri. Chi mi vuole, mi segua, parrebbe aggiungere con un sorriso ambiguo e persino compiaciuto: armatevi di buona volontà e venite sui miei passi – troverete prima o poi le vostre impronte.
Ci dev’essere in poesia un sostanziale rispetto per il lettore (come per il fruitore di una qual-siasi espressione artistica): gli si può dire vieni con me o vengo da te, ma comunque il lettore è chiamato a collaborare (proprio nel senso – cum/laborare – di soffrire/sopportare insieme un peso). In questa circolarità del rapporto autore/lettore c’è apertura, non chiusura, non ci si può porre a esempio senza consentire che la propria esperienza, come pure i sogni, le illusioni, siano condivisibili. Il buco nella rete, la montaliana maglia spezzata (per la quale si va oltre o si entra… ) è l’immagine che forse meglio rende l’idea della possibilità di un passaggio a doppio senso; così una finestra permette di far uscire lo sguardo ma consente anche a chi è fuori di entrare col suo sguardo. La casa del poeta, in fin dei conti, è sempre la casa di cristallo immaginata da Palazzeschi (un secolo fa)…
C’è tanta storia, tanta cultura, tanto di tutto e tanta poesia che tutto lega e tutto è, in questo piccolo libro di Angela Giannelli fitto di parole, in questo diario di viaggio quasi onirico ma solidamente costruito di (frammenti di) concrete esperienze. Asimmetrico nella costruzione (il lungo poemetto di apertura, “Io sono dolore”, è seguito da un altro poemetto meno esteso, “Già scende la sera”, e da nove testi più brevi – che nemmeno messi insieme raggiungono la misura dei primi due), La via della seta/e  è volutamente tale: non vuol dare l’impressione di un volume costruito, offrendo/imponendo all’inizio una lettura fluente che cattura in un vortice di immagini (quasi una visione in più quadri, un mistero raccontato mostrando affascinanti pannelli); e poi si chiude come in una serie di singulti, di spasmi, che è difficile credere disposti casualmente – per cui tutta la silloge dà proprio l’impressione di essere costruita: sei testi di due pagine e gli ultimi tre di una sola pagina, a smorzare un impeto, addolcire un’enfasi che i due poemetti della prima parte avevano acceso, invitando al complesso gioco, un poetico amplesso di anime.
“Sono il dolore”, dice Angela all’inizio del suo viaggio in cui sembra voler rappresentare il dolore del mondo, ma subito aggiunge: “sono Osiride” e poi ancora “sono Caronte”… do sofferenza ma accompagno alla eterna dimora, all’altra riva, oltre il tempo, oltre questo tempo che ci dà dolore. E allora forse bisogna interpretare questo viaggio come un itinerario della mente in se stessa, un viaggio in interiore homine… E proprio attraverso il dolore, poiché dal dolore di vivere nasce l’uomo, riconoscendosi limitato e bisognoso di aiuto. Il poeta (ancora una memoria virgiliana) si fa guida e testimone, martire nel senso primigenio, e prende per mano chi sia disposto al viaggio, quasi un sacrificio liberatorio – ma ci vuole disposizione d’animo, pazienza e fiducia.
“Oh, le infinite strade del poeta!”… forse infinite no, ma tante e diverse, e portano ovunque si possa andare, dove si desidera e non si ha il coraggio di andare; ma a volte si deve correre il rischio di fare un brutto incontro, o di sbagliare e dover tornare indietro, perché la vita è “(una) giostra pazza di caduchi ardori”, è facile illudersi e rammaricarsi, anche pentirsi, ma comunque bisogna andare, da soli o in compagnia, fino a sentire quasi il morso dell’inanità (“e della mia follia scrivo e riscrivo”), e oltre ancora, fino a provare la noia e la nausea per l’usato soggiorno, fino all’ultima goccia dell’amaro calice. Il poeta è tale perché risale nella tempesta, non va a fondo nel maelström, maestoso albatro che lo scintillamento dell’alto azzurro non acceca.
La tautologica epifania della donna in poesia trova una sua esplicazione in una quartina e-semplare per la capacità di sintesi che offre nel dirsi (e ammirarsi come) poeta: “Si dispiegava casta sulla carta bianca / e riannodava con il tenue filo /la lunga strada della seta e della sete / Poi si rimirava – perfetta e luminosa”. Tautologia di poeta (ma anche di donna-poeta): nella consapevolezza – forse anche un tantino orgogliosa (ma proprio per essere tale, donna-poeta doppiamente esposta a curiosità non sempre gradevoli) – nella consapevolezza appunto di aver tanto camminato per arrivare a soddisfare una sete che pareva inestinguibile, per aver imparato come dissetarsi senza rinunciare però ad avere ancora sete… poiché solo chi ha sete ancora cer-ca e trova. E qui si trova, Angela Giannelli trova la seta preziosa di cui fasciarsi e invita noi let-tori a fasciarci di quella seta, che è la parola/bozzolo da cui si libra la farfalla/poesia, e si fa veste nuova e luminosa per offrirci a chi ci ama.
Infine, “io sono e v’amo e a tutti mi concedo”: Saffo, e poi Leopardi e Rilke… non a caso sono chiamati da Angela come compagni di viaggio nelle sue dediche, con altri ancora. Sono i grandi sognatori che hanno scritto nei loro versi le pagine dell’esistenza nelle quali possiamo ancora specchiarci, hanno fatto delle loro parole una musica che ancora ci suona… (“ed io nelle tue mani cetra del celeste Orfeo”). Misteriosamente ci pervade la parola di Angela, ci accarezza e si fa balsamo, ma è pure schiaffo, dono che scuote, è “scheggia di tempo” che si incastona nel nostro e lo valorizza. Il Tempo è il gran tema, sempre – il poeta non può eluderlo. Anche in questo, La via della seta/e  riesce a donare chiavi di lettura personalissime, perché l’autrice – pellegrina della mente e dell’anima, e artefice/artigiana di parole e costrutti che domina con perizia di nocchiero in un pelago scomposto – azzarda e convince al gioco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: