Peraforte com’era e com’è

a spasso nel tempo con Filippo De Angelis


Scrive Amerigo Iannacone nella sua prefazione a Peraforte de ‘na ota e de mo’ che “La poesia dialettale emana sempre un fascino particolare”…  ed è vero, è innegabile, forse più per coloro (quelli “coetanei dell’autore”) capaci di cogliere “atmosfere” evocatrici di “ora un sorriso ora un’emozione”. Infatti – chiarisce lo stesso De Angelis nell’Introduzione al libro – quelle del dialetto “sono voci di appassionato affetto donate alla terra madre. Nelle mie poesie ho preferito l’uso del vernacolo, espressione viva dell’anima popolare, per favorire i ricordi delle persone più avanti in età, per lasciare una memoria ai più giovani, e infine perché scarno ed essenziale, come il vivere di allora…”

È una pregevole sintesi l’ouverture storica “A Peraforte”… “contrada solinga, sul poggio sopita”, che i giovani abbandonano “sognando la luna”. Come fece anche l’autore, il quale ricorda che da giovane “ti voltai le spalle”, “sperando che altrove trovasse fortuna”. A qualcuno è riuscito, magari con fatica, con la fatica che in paese pareva eccessiva e in altri luoghi è stata comunque necessaria; a qualcuno è riuscito di cambiar vita ed ora ritorna a parlare con i vecchi, rimasti i soli custodi delle quattro pietre (“ste quattru casi”), rimaste senza vagiti (possente immagine di solitudine! A proposito di immagini, pregevole quella di copertina, nebbiosa panoramica che proietta lo scoglio-paese in un mare senza tempo).

Figure e mestieri “de ‘na ota” sono raccontati con didascalica partecipazione descrittiva, con i dettagli linguistici che caratterizzavano le attività della mietitura (“A mete… a mete…” è un piccolo capolavoro di manualistica lessicale), della trebbiatura, della vendemmia, e i lavori del canestraio, del calzolaio, del fabbro… non c’era la lavatrice, a Peraforte, e fare il bucato era anch’esso un avvenimento da preparare con le dovute attenzioni… come la panificazione in casa (e quei biscotti rubati ancora caldi nelle teglie sono un momento di finissima delicatezza nel ricordo del tempo passato).

Il senso del tempo che passa è evidente, sottende quasi tutta la silloge, che è costruita proprio sul rapporto prima-oggi (doloroso anche se non privo di ironia). “Ritorno a Peraforte” è un esempio di questo rapporto vissuto in prima persona e testimoniato senza pudore: “più passa tempo e più me faccio vecchiu / e più revaio arreto co la mente… dolce paese meu retrovatu / ognunu qui da te troa se stessu… e allora vaffanculu lu progressu”.

Il primo segnale che si coglie in queste pagine di De Angelis – commosse quasi sempre e commoventi spesso – è che “niente è mutato”, malgrado le apparenze, nonostante il progresso abbia eliminato certe sacche di ignoranza e povertà. Ma le vecchie cattive abitudini, quelle no, resistono ai mutamenti – si sa – se si può approfittare di circostanze favorevoli, di coperture e mascherature varie. Tanto “paga Pantalone”… È sempre stato così, quando si tira a risparmiarsi sul lavoro, perché tanto c’è chi provvede (“allora come mone / se lavoraa pocu, pocu assai / se a pagà ce stea Pantalone”); amara osservazione che d’altronde è un po’ il filo conduttore dell’analisi sociologica che De Angelis propone sotto forma di giochino memoriale.

L’ultimo verso del libro (in un sonetto dal titolo manifesto: “2 novembre”) è davvero un congedo, malinconico e sereno al tempo stesso: siamo ancora qui e possiamo guardarci intorno, soddisfatti per quel che ci è capitato, e perché ancora non ci è capitata l’ultima cosa che pure ci tocca (allorché “la Signora Nera con la farge” ci convocherà all’appuntamento fatale). È vero: “le bugie seccano la pianta” – questo è un proverbio della saggezza popolare – e allora prepariamoci alla verità, abituiamoci alla verità, difendiamo la verità: per far crescere “la pianta”, che è la nostra vita, quella che ci hanno data e quella che lasceremo ai nostri figli, occorre evitare “che sti palluni fau seccà la pianta”, che ci siano mistificatori pronti ad ingannarci con la prosopopea della loro verità, contrabbandata come tale mentre è solo chiacchiera per abbindolarci e farci credere alla luna nel pozzo.

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