Ugo Piscopo fila e sfila…

Piscopo sfila infila annoda snoda parole e parole… È il gioco suo preferito – fingere di aggirarsi indeciso intorno al tema al soggetto all’argomento della sua ispirazione e invece tessere prezioso un bozzolo in cui sornione infingardo irretire un lettore sprovveduto. Per non invischiarsi nella suadente pania verbale delle sue trappole insidiose, bisogna (s)forzarsi a non prenderlo troppo sul serio, accettando la regola del suo gioco, serissimo però, calcolato com’è nei sottilissimi meccanismi linguistici nei quali è maestro. Qui l’occasione (che – come ben si sa – fa ladro chiunque; figurarsi un poeta esperto voleur) è data – ed è ghiotta, perciò accolta con succosa goduria – dall’incontro con le astratte figure del tardo futurista Galdo, a sua volta maestro di giochi visivi.
Nasce così questo godibile Il filo i fili e le storie onestamente firmato in due: Libero Galdo e Ugo Piscopo. A stare alla “glossa” chiarificatrice (?) di quest’ultimo, siamo di fronte a “una cosa che non si capisce ma che è così”… figuriamoci! e chi ci prova a “capire”? Però almeno vorremmo essere capaci di cogliere i nessi che trasformano questi “fili” in “storie”. Lasciamoci prendere, allora, lasciamoci fuorviare, turbare, sfilando e de-filando storie che non lo sono, che non raccontano ma ci avvolgono – nella loro tessitura essenziale ermetica enigmatica – come se lo fossero. Ne trarremo qualche momento di libertà e ci troveremo può darsi a nostro agio proprio nel non essere indotti a capire quando non lo vorremmo, piuttosto a capere, cioè a far nostra una materia pressoché eterea, impalpabile com’è quella dei sogni – ma il sogno è la vita oltre la vita in cui vorremmo appunto ogni tanto perderci e riprenderci…
Il piccolo libro delle edizioni Kairos, venti poesie di Piscopo che illustrano i disegni di Galdo, si presenta già in copertina con una coloratissima immagine che sintetizza il titolo: fili cangianti si intrecciano a tessere forme policromatiche, come in effetti fa Piscopo che (“filo che trema che trama e t’ama”) costruisce squarci di narrazioni che si possono incastrare a volontà/a voluttà l’una nell’altra o nell’atra luna (per parafrasarlo un po’) e infine, appagati o no vale poco saperlo, come sdoppiandosi allo specchio (e “l’Hermaphrodito” è certo uno dei testi esemplari), finire a dubitare e stupirsi di se stesso, quasi cadendo “in stupore di due in uno di specchio in specchio”.

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Una Risposta to “Ugo Piscopo fila e sfila…”

  1. Carmen Moscariello Says:

    L’arte del dècoupage

    Disgregare, intuire, plasmare, sferragliare, balbettare, fluire, non chiedere, stilettare con gomito autistico, romanticare, ridere, non piangere. Ah ahhhhh deragliare in primavere sine sole, stupire?
    La poesia di Ugo Piscopo è sorprendente, direi unica: in essa il colore dadaista e la musica con spartito hanno assonanze con la parola che smidolla.
    Un poeta senza affanno, sbircia le miserie, non giudica: prelogico, la parola con ninna affanna, sputa su miserie, se ne scosta. E’ disgustato, non dal cane, il suo cane, Ulpia con lui fuseggia, con la ragazza dal mantello di cane.
    Ulpia, sì, con lei amoreggia, ma è balsamo che più incrudisce la ferita / oltraggio senza scampo che è la vita / anche tu ricambi mucciola mia. Qui la scrittura non è travestita, non balla il carnevale, la spada ferisce, l’ardore perisce. Non è solo sperimentare gli infiniti mondi della parola, l’annientamento o il gioco: qui la parola è dissacrata, ma nonostante le furie, i ghirigori, i mille girotondi, gli archetipi tardo romani e i plurilinguismi, la Poesia emerge sacra, vergine, unico elemento umano non violato. L’uomo si è industriato per toglierle il fiato, l’ardore, l’amore ma ha una forza, un gomito che spinge, pietre che parlano i mille linguaggi di tante esistenze. Scava, il Poeta… Va oltre, non la sua vita, quelle passate, quelle future. Guida, il poeta, un treno che deraglia ed egli ebbro ama deragliare, gioisce quando il pericolo gli toglie il fiato e le vertigini girano con i colori della parola che egli trova perfetta, come i bottoni a un cappotto di donna, no… quello di Ulpia.
    Invasioni di ritmi, sperduti fischi di cicale, è il filo che lacera, rende visibile l’invisibile, logica subliminale, e i ritmi sono intensi mentre il mondo muore nel fango e il Poeta è lontano, viaggia in altri universi, costruiti per Lui, invisibili sperimentazioni, dolorose. La poesia fa il salto mortale e lì sotto il capannone del circo si blatera incantati, stupiti dal volo triplo che la parola ha fatto. Impossibile ripeterlo: si rischia di morire.
    La pista è inconsueta, selvaggia, con sassi e montagne, con neve alta, molto alta, al fondo è il gergo borghese, stilato di verbi ed avverbi, di virgole e punti. No al regime senza ricambio, lo stagno e le rane danno fetore; aria nuova, aria pura alla Poesia, altrimenti è strozzata, l’hanno strozzata, anche Lei può fare una fine indegna e indecorosa.
    Cantare. Chi cantare? Le escort, la camorra…, meglio non cantare, la poesia non canta più.
    Semiotica strutturalistica, antropologia della parola, del segno del suono è l’avanguardia di Dio del bene, del santo.
    Chimere della sintassi brachilogica, la maschera della scrittura, non può vivere la poesia in un mondo distrutto, in un volgo dilaniato dalle parole inutili.
    Il poeta battezza e purifica come Giovanni, affinché la parola rinnovata ci riporti ai primordi del mondo, quello di Rousseau, per liberarci dalla nausea, dal nichilismo irradiante, dalle paure che ampliano il dolore.
    Piscopo è il poeta dell’orgoglio, del rinascente spirito del coraggio della vera vita, così della Poesia.

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