Castellani fa il bilancio… da 40 a 70

Il sottotitolo di questo libro è illuminante: “La mia poesia (Antologia essenziale e critica)” significa che Fulvio Castellani ha deciso di sistemare da solo il corpus della sua ormai abbondante produzione poetica – e questo probabilmente non perché abbia sfiducia in un qualche amico al quale affidare il compito, ma proprio perché aveva bisogno che la scelta fosse la sua, a questo punto della sua vita. Castellani sta per compiere settant’anni: forse anche per questo dato anagrafico (magari non solo per questo), il bisogno di mettere ordine e presentare al pubblico dei lettori quel che di meglio ritiene di aver fatto è comprensibile. La scadenza è importante, ed è peraltro passato un quarantennio dalla prima pubblicazione, Ho ballato nell’ombra, che appunto risale al 1970.

Fin dall’inizio, Castellani predilige alcuni temi che poi ha sviluppato senza tradirne le linee portanti: il tempo, soprattutto, il rapporto con il tempo che è un guardarsi allo specchio e giudicarsi: onesta posizione intellettuale che si propone – se non a monito – ad esempio. Le ore drogate, I giorni della terra: qualche titolo un po’ a caso, ma indicativo. “La corsa diventa veloce / verso gli anni della verità” (“I miei trent’anni”), “sulla strada che ho percorso / incredulo di essere uomo” (“Quel giorno”), e altri titoli: “L’ora della verifica”, “Finalmente”… si può ricostruire il percorso del farsi uomo e dolente ascoltarne il grido di scontento e delusione. Ma anche se “carponi me ne vado / a rubare scampoli di luce / all’arcobaleno che scompare” (“Da un’altra stanza”), non c’è rassegnazione, piuttosto una serena consapevolezza dell’io che si è dato un compito e sa che lo sta svolgendo. Il fine del poeta è parlare al prossimo, dirsi, cioè darsi affinché sia più chiaro per l’uomo il suo essere uomo, e più sopportabile quando ci si renda conto che è difficile comunque.

Il poeta, memore un po’ di Palazzeschi e un po’ di Montale (ma tanti altri potrebbero incontrarsi in queste duecento pagine di Castellani), il poeta sa di essere “nato uomo / in una giungla di selvaggi” (e lo diceva negli anni settanta – purtroppo, non lo sapeva, con parole attualissime ancora), ma sa pure di essere un “povero straccivendolo di sogni” (i due testi sono in Prigioniero di libertà disuguali): è detto non a suo scorno ma quasi a schiaffo e sberleffo, doloroso però, poiché consapevole di una impotenza di fondo: il poeta non cambia la vita dell’uomo se l’uomo non impara a guardarsi dentro (o a sputarsi in faccia allo specchio, se lo merita) come fa il poeta. Il tema del tempo si intensifica col passare dei decenni, si affina la scrittura e si scaltrisce la maniera di porsi ma l’onestà intellettuale è salda e l’assunto di partenza non si smentisce. Gli affetti familiari, il contatto con la natura, sono cardini irrinunciabili per sentirsi in pace almeno con se stesso. La seconda poesia inserita in Ombre e penombre, “A braccia aperte”, è dedicata “a mio padre”; l’ultima è un commosso ricordo materno: “Come tanti anni fa” – l’autore, che ha costruito il libro a sua immagine, l’ha fatto apposta, pure a farsi perdonare l’incipit un tantino maudit, in quel “Deserto di follia” che ci si augura comunque sia rimasto solo un vezzo di gioventù…

Queste sono solo alcune considerazioni, delle molte che si potrebbero esprimere, sulla poesia che per decenni Fulvio Castellani ha scritto, e in queste Ombre e penombre opportunamente antologizzato. Molto si potrebbe aggiungere, sfogliando il libro (per ora, per ora!) di una vita, confrontandosi con le decine di giudizi riportati in appendice, a coronamento di un volume anche per questo particolarmente prezioso: “ma dov’è il fanciullo che sognava prati all’infinito?” – si chiedeva il poeta nei primi anni novanta (in I rifugi dell’io). Il fanciullo c’è ancora, nella pronta disponibilità a partecipare al grande gioco della parola scritta, a leggerla e farsene testimone, a darne conto nelle sedi proprie, a viverne, sempre. Alla fine, la parola “ombra” ricorre, con una punta di malinconia, forse comprensibile: “mi manca la parola / che artiglia l’ombra”… “ma l’età è ruffiana / come una stella cadente”: chissà, quante volte, il fanciullo aveva sperato davvero nella stella di San Lorenzo! Ma il 10 agosto, si sa, per i fanciulli non è sempre una bella data… e il poeta lo sa, finge appena di crederci e guarda oltre, “oltre lo specchio”, fruga nel futuro, insoddisfatto del presente. Così, dimentica “gli anni che diventano giorni minuti polvere storia…”

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