In minore ma non troppo… Le Piccole poesie di Renato Greco

Come nei migliori CD o DVD (quando li si acquista proprio con la speranza che ci sia!), in quarta di copertina di questo libro di Renato Greco c’è un bonus, un testo datato 18 gennaio 2010 – mentre il sottotitolo della raccolta precisa che i testi inseriti risalgono al periodo “Gennaio-luglio 2009” (ulteriori precisazioni sono nella iniziale “nota dell’autore”). Ed è un miracolo di equilibrio, “Sonno”, anche per quel suo starsene isolato dal libro, elegantemente stampato, un testo in cui subito si avverte quel che poi si scopre testimoniato dal prefatore Serricchio e dalla definizione di Giancane che lo stesso Serricchio riporta nel suo scritto propedeutico. Renato Greco è un “sapiente di poesia”, ma è anche uno che fa della poesia un’arte-rifugio, un modo cioè di essere attento alle cose del mondo e dire di quelle ciò che si vuole, esperto di relazioni sociali, di problematiche umane, di sentimenti comuni… e però ironicamente consapevole che alla fine tutto passa e ce ne troveremo privati se non avremo almeno fatto in tempo a cogliere gli scampoli di “sapore antico” che la vita pur consente ogni tanto di cogliere, così da “placare / le cupe d’amarezza onde inesauste”. Verso questo, quello finale di “Sonno”, che rappresenta idealmente la maniera di scrivere di Renato Greco: concisa nella proposta tematica, musicale e al tempo stesso ardita nella scansione sillabica.
È poesia che si potrebbe definire gnomica, questa di Renato Greco: la riflessione, sempre nata da considerazioni private, spesso da episodi minimi, vorrebbe essere quasi didascalica – in certi momenti si avverte la diretta intenzione di parlare al lettore perché si cibi del desco apparecchiato, e ne faccia tesoro, almeno lui. Il poeta dà l’impressione di rasentare la muraglia della vita, di fare esperienze per conto terzi (e invece quanto soffre per ogni occasione perduta, per ogni sogno sfumato): almeno gli altri facciano attenzione a dove mettono i piedi. Ma le stese venature polemiche alle quali a volte si dà sfogo sono espresse con il solito garbo che distingue il fare poesia di Renato Greco (“la mia antica cortesia”, come egli dice). Raramente alza la voce, ma si percepisce che gli danno fastidio certi atteggiamenti, e certi presuntuosi che affermano di essere “professori di filosofia”…
“Ogni metafora” può prendersi ad esempio di uno dei temi più ricorrenti, magari nascostamente, allusivamente, ma tormentato ne appare sempre il poeta nel trovarsi a combattere i mulini a vento dell’ignoranza massificata: il tema del tempo, che passa e si vive male (“inascoltati, sconosciuti, oppressi” era già detto in “Un cielo in fuga”) se non si fa attenzione, poiché appunto “ogni metafora” ormai si è immillata e “la scelta è davvero difficile” (nell’incombere di una “estrema cognizione del dolore”, spericolata citazione!). Ma se si fa attenzione ad usare le parole, a non cadere nella pania del conformismo, ancora “c’è speranza per te, forse ti salvi”. La posizione intellettuale di un poeta come Renato Greco è chiara, perché fa poesia della vita, sconsolato ma non abbattuto, anzi – come osserva Serricchio – “offre spiragli di conforto”, ma bisogna avere orecchie per intendere. Il lettore di questa poesia non deve cadere nel tranello della semplicità, del discorsivo dipanarsi di temi comuni, ai quali si potrebbe fare spallucce e dire che tanto capita a tutti e ci si protegge semplicemente andando avanti… Occorre invece rimboccasi le maniche: c’è ancora tanto da fare, c’è sempre tanto da fare!
Il tempo passa e non lo si deve lasciare libero di rubarci il nostro tempo. La poesia, il fare poesia ma anche il leggerla, può dare ancore di salvezza, può essere appiglio e consolazione. Ma (si legga ad esempio almeno “Fiore”), anche se “a volte, nel cercare la poesia / davanti al foglio immenso uno s’arrende”, il compito del poeta è continuare a cercare, fissando il tempo della sua ricerca nei versi che scrive, lentamente, faticosamente, ostinatamente. “Arduo cimento più di un forte orgasmo” (in “Poesia”): duro, questo endecasillabo, e forte nella definizione, ma vero nella commossa affermazione di sé. La reazione “al mio consumarmi nel silenzio”, all’essere inutile per sé e per gli altri (terrore del poeta), è dunque il “tepore/amore” della poesia, il darsi trovandosi ogni giorno…

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