Giancane conosce la vita

“Cosa saremmo senza la poesia?” (si) chiede Raffaele Nigro (in un articolo su “La Gazzetta del Mezzogiorno” che si legge in postfazione): Daniele Giancane, da poeta, risponde che “la vita (sarebbe) inconoscibile”; non avremmo le coordinate (linguistiche, logiche, sociali, sentimentali) per conoscerla, apprezzarla, amarla, condividerla. La vita inconoscibile è appunto il titolo di un libro importante, fra i più significativi del professore poeta barese che da quarant’anni va analizzando non solo i rapporti fra uomo e società in chiave pedagogica, ma si interroga continuamente sul valore che può avere in quei rapporti la parola (scritta e non soltanto quella).
La vita inconoscibile è un libro denso, ricchissimo anche se all’apparenza scarno: raccoglie 55 testi brevi e brevissimi, costellati però di chiavi tematiche e sottilissime allusive oscurità che impegnano il lettore in una specie di gimkana intellettuale da risolvere con umana partecipazione.
Soprattutto il tempo la fa da padrone (e Giancane d’altronde è sempre in lotta con il tempo, anche se ne è scaltro conoscitore). Il quotidiano va preso con oraziana consapevolezza (“il senso [del quotidiano] è proprio ciò che facciamo”), e le pause, necessarie di tanto in tanto, vanno godute con pienezza. Così in “Estate”: “non ci sfiora l’idea del domani” è proprio la necessaria pausa oraziana (fuggi dal sapere perché…) nel vortice del fare, nell’ansia dell’attesa (di che? Godot?), nell’essere inquietamente chi non si sa di essere fino in fondo… Allora “il rapido rimorso del tempo” (in “Tramonto”) non farà male, se almeno avremo vissuto “con un sussulto” ogni momento che la vita ci dona.
La parola, il comunicare, la memoria lasciata come eredità sono altre frequenti suggestioni che Giancane propone a condividere fra mente e cuore… sospeso in effetti (apparentemente senza preoccuparsene) tra il sentire e riflettere sul proprio sentire. E dire sempre quel che sente. “Quasi da sola la penna scrive”, appunto perché mente e cuore si uniscono nel dire, e – quando la poesia arriva (“adesso lascio che la poesia arrivi”) – la scrittura è un fluire inevitabile: “io sono solo il suo scrivano”, il poeta non essendo altro che strumento del caso, in mano alla sorte benigna.
Mentre appare quasi una citazione leopardiana “L’asino e la luna”, sconfina (e appena un po’ stride) verso la scapigliata o futurista nonchalance “la divina frittata di cipolle” della pagina successiva: Giancane però non ha paura di rimanere nella sua vena espressiva, pur legato all’idea della poesia che si scrive in un certo modo, ma non alieno dall’azzardo linguistico, quando gli viene spontaneo e lo sente funzionale. Perché per lui, professore di letteratura per l’infanzia, la poesia ha sempre, sia pure in senso lato, un fine pedagogico. Pertanto, l’attenzione maggiore è rivolta ai “figli”, veri o ideali (allievi) che siano. Perciò, pur sentendosi ancora il “passerotto” della sua mamma (linea ascendente da rispettare sempre), vorrebbe (in “Figli”) essere capace (linea discendente che ci si augura all’altezza dell’eredità che riceve) di “consegnarvi un sogno prima che sia buio”. E al buio c’è rimedio nella luce della parola, che aiuta a conoscere, che rende conoscibile – e quindi godibile – la vita.

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