L’ANTOLOGIA a Firenze nelle parole di Marco Marchi

All’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze,

pubblico sceltissimo per la presentazione di ANTOLOGIA

curata dal prof. Marco Marchi dell’Università di Firenze

 

Scoprire il mondo, e cioè cercare di scoprire attraverso noi stessi e le nostre personali risorse, piccole o grandi che siano, la realtà: di coglierne tramite l’interrogazione di una parola inclusiva e rappresentativa come quella della poesia i significati umanamente più qualificanti, di offrirli senza pregiudizi e infingimenti al colloquio e al confronto. Derivano da qui, da questa implicita assunzione di responsabilità, le molte voci del poeta, le sue molte dizioni. Come ha scritto con efficacia Stelvio Di Spigno nella sua affiatata ed acuta prefazione all’Antologia, per il verso del poeta «andrebbe coniata una tipologia di pronuncia che chiameremo ”clownesca”, ovvero il continuo formarsi e deformarsi dei versi come se a declamarli fossero l’irridente pagliaccio di Böll in lotta con quello funebre e meditabondo di Schoenberg, il grillo parlante e la coscienza di Napolitano, il suo contiguo Pierrot lunaire». Una strategia còlta e verificata in atto, vorremmo precisare, che si rafforza proprio allorché alla base dell’esercizio poetico di Napolitano è ravvisabile una misura classica, limpida e discorsiva, predominante, anche se di continuo minacciata e spesso, per vari aspetti, sottoposta a ridimensionamenti e contestazioni interne.
La letteratura, la poesia aiutano da sempre a scoprire il mondo: ce lo rivelano, lo allargano, lo immaginano, lo discutono, lo denunciano, lo ipotizzano e lo trasformano, sempre partendo da noi e a noi ritornando. Le attestazioni di quanto segretamente avviene in chi avverte l’esigenza di scrivere non mancano: potranno essere le più disparate e diversamente motivate, sia dal punto di vista ideologico che da quello teorico-linguistico, ma alla fine su questa inscindibilità tra l’io e il mondo, tra l’io e gli altri, convergono. Così non possiamo non condividere la chiusa di una lirica di Parola di parole che, dedicata a Montale ed espressamente a Maria Luisa Spaziani (ma viene in mente anche il poeticissimo, fantastico e leggero uomo di fumo Perelà di Palazzeschi), racconta del viaggio di tutti i poeti e del viaggio, in compagnia dei «riottosi» poeti, dell’uomo: «Riottosi per mano ci accompagnano i poeti / misurando sui nostri esitanti / i loro agili passi di fumo / fino dove raggiungerli è possibile e fino / alle porte insuperabili per noi / della casa/tempio ove forgiano la vita / in forma di parola» (Il lauro di Montale – a Maria Luisa Spaziani).
Dichiara, al di là di un ricostruibile episodio polemico da storiografia letteraria intellettualmente sostenuta, Franco Fortini in due versi di una sua poesia: «Non conoscerò che me stesso / ma tutti in me stesso». Afferma con pari forza e plausibilità Carlo Betocchi, in margine alla sua splendida, creaturale, pauperistica eppur cólta opera in versi: «La poesia nasce dal rinnegamento di se stesso. Ho scritto una poesia dove si parla del cuore, dove si dice: dimentica te stesso, cerca di essere il cuore degli altri». E veniamo al nostro autore. Dicono nell’opera di Giuseppe Napolitano, abbastanza precocemente ed icasticamente, i versi di “Epigrafe” recuperabili in Maschera, la raccolta del 1978: «povere / le parole del poeta / se non leggono / cuori». Ed ecco, a ruota, alcuni versi recuperabili in “Traccia”, un componimento di molti anni più tardo, presente in Creatura, libro del 1993: «Imparando a fagocitare il male / del mondo insenibile al dolore // ho sorriso per conoscermi negli altri / sasso diventato a loro specchio».
Il «cuore», quel «cuore» singolare e plurale, resistente, di continuo instabile e cangiante, palpitante e addolorato, che anche le poesie di Napolitano «leggono», indagano ed esortano, a cui con rigore e insieme con confidenza si rivolgono. Ma è proprio così – al denso discrimine tra io e mondo, io e gli altri – che anche la poesia di Giuseppe Napolitano si è configurata nel corso degli anni e continua a donarsi: portando alla superficie, nell’individuale e irripetibile partecipazione ad una comune vicenda, un bisogno di libertà e conoscenza fattosi forma, espressione. Scoprire insieme il mondo, in poesia: secondo «una lunga – ininterrotta e mai tradita – fedeltà».
E vorremmo chiudere – all’insegna della speranza e del futuro che ancora in una incarnazione della parola, e quindi di vita vincente, tra rinnovate responsabilità e affetti, si realizza – con i versi di un testo del 2007: un testo dedicato e se volete davvero da «biblioteca del cuore», scritto con il cuore e «leggendo cuori», in cui è ancora la parola a stagliarsi protagonista, a riaffermarsi in altre voci: «La parola ormai – La parola ormai ti possiede / né perdere vorrà sull’onda immobile / del tempo il suono morbido di un nome // e invano accarezzato il tuo viso / senz’armi estenuandosi all’assedio // ma in sé un nido ha costruito in cui / protetta prigioniera potrai crescere / in attesa di un incontro a te decidere».

La presentazione è stata organizzata dalla CAMERATA DEI POETI, presieduta da Lia Bronzi

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Una Risposta to “L’ANTOLOGIA a Firenze nelle parole di Marco Marchi”

  1. anna maria guidi Says:

    E in confidenza…

    Scritto appena appena a casa,
    dopo lettura immedesimata
    con quella freschezza immedi(t)ata
    in cui la penna – nuda senza ‘posa’ –
    marinato il servigio
    del tecnicale appiglio
    libera-mente corre trascorrendo
    nella diretta del pensiero/foglio
    cadendo nell’azzardo di una prosa
    senza briglia né imbroglio
    vero-simil-mente emotiva(ta)

    Poeta organico al cuore collettivo del mondo, Napolitano il mondo salva dal “cadere nel tempo” – come diceva Cioran – dalla diffidenza e dall’indifferenza nella pandemia della maliziosa e contagiosa ipocrisia, accogliendolo “in umiltà di grazia” nell’arca ‘prodigiosa’ della poesia, “saggia esitazione” nella “pellegrina tentazione” in cui smarrirsi per ritrovarsi, in “alchimia di naufragi”, al suo “inatteso appuntamento di approdo” con la verità della vita; la verità “in attesa di un bacio che nuovo apra un mattino” al mondo “arroccato” nelle mura della sua vanagloria/storia/vittoria: la verità solare, solidale, inaugurale, aperta al “sorriso di un giorno senz’altra protezione” e senza “più alibi all’esistere” che la poesia – questa poesia – accende e spande dalla sua iniziatica via, qualità, magia e garanzia allo “sfaldarsi cosmico” nel sorriso di quel giorno ancora ‘in sonno’; questa poesia che osa, brama e trema, offre e difende, veglia e risveglia, ricorda, rispetta e ripara, e senza redimere né impetrare, converte, abdicando e illuminando la notturna “lavagna” dell’odiernità ferinamente abbrunata/abbagliata, nella “pacificata compiuta finitudine” della sua “salutare parola” che, “senz’altra pretesa”, “non ha che da aspettare”, insistendo e resistendo a crescere e “credere in sé”, per “misurarsi col futuro” e ricostruire dalle “macerie del potere” la “più credibile dignità per l’uomo”.

    Anna Maria Guidi

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