L’infinito percepire di Artone

Dino Artone
Histoire d’I

ilmiolibro, 2009

Frammenti di infinito

Cominciare dal fondo aiuta, e si può cominciare dall’ultimo di questi brevissimi trecento “epigrammi” (ma non sono soltanto epigrammi), per cercare una chiave di interpretazione al libro: questo Histoire d’I è un libro di poesia che dietro i versi cela mille riflessioni… “Troppo tardi ho capito / che per essere infelici / si deve amare”. È una affermazione che si potrebbe anche rovesciare e non perderebbe senso (amando, si comprende il valore della felicità), come non si perde l’intensità della raccolta di Artone ricominciando a leggerla dall’inizio: “Le verità più profonde vanno indagate / col cuore, non con la mente”. Ed è proprio vero, spiluzzicando a caso qua e là, che “Spesso un sorriso / cela radiosamente / un cupo inganno”… Sono tutte affermazioni – e tante altre se ne potrebbero citare –, sebbene formulate in maniera poetica (in forma aforistica o nella misura dell’haiku), nelle quali ci si può comunque riconoscere e che forse proprio per questo non pronunceremmo facilmente – e invece il poeta osa addirittura il banale (l’apparente banalità del semplicemente detto) per convincere che dietro le parole c’è sempre qualcosa di diverso da leggere.
Dino Artone racconta l’amore con tutte le sue facce, in modo ironico e assiomatico, giocando a nascondino con se stesso, fingendo, cioè costruendo mille immagini di un sé possibile… fragile e forte, delicato e diabolico: l’uomo d’altronde è tale se riconosce la sua debolezza e la sua fantasia. In questa Histoire d’I si dipana un vero manuale dei sentimenti espresso nelle minime sfaccettature di un caleidoscopico mondo in cui – cogliendo fior da fiore – costruire un mondo privato (a incastri, come un arduo puzzle, o un castello di carte perennemente da rifare), ove immaginare la propria storia, una ideale storia d’amore che potrebbe essere e forse è, basta cercarla.
Citare ancora versi toglierebbe il piacere della sorpresa, poiché in ogni pagina vive un frammento narrativo a tre voci, un pezzo del puzzle o una carta da gioco, da comporre e scomporre a piacere. L’autore offre chiavi numerose e chiaramente leggibili, ma pure sottilmente ambigue (e compiaciute) – specie nella forma piuttosto insolita della parodia; offre parole e parole per imparare a parlare, e infiniti appigli per poter scalare agevolmente la montagna dell’esistenza: ogni pagina del libro (tripartita in aforisma, haiku e parodia) scrive e compone originalissimi quadretti di vita quotidiana che assumono valore di exemplum, da soli o coordinati. Non poche volte capita infatti di ritrovare temi e stilemi ripetuti, certo a bella posta: qui niente sembra lasciato al caso, anzi, tutto pare premeditato.
Finissimo conoscitore dello spirito umano, e di se stesso, quindi – o viceversa (Seneca docet)! – Artone spazia, acrobatico cercatore di immagini, pennellando e schiaffeggiando, punzecchiando e descrivendo con pochi tratti (magistrale la sintesi di certi haiku, peraltro raramente fedeli al rigore del modello giapponese, essendo l’autore più interessato alla sostanza che al rispetto canonico). Il clownesco gioco dello specchio è un motivo ricorrente, ma giocato anch’esso in modo personale, divertito e autoironico: “Guardo lo specchio / anche l’altro mi guarda / ci conosciamo?”. È un modo per dire di altri, proponendosi a scherzoso modello da non imitare, ma è pure il modo più diretto – ed elegante – per mandare chiari messaggi a futura memoria. E a proposito di futuro… “Se solo ci convincessimo che noi siamo / la prima fabbrica dei nostri futuri ricordi”…

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