Diario di luce: Angela Giannelli

Angela Giannelli
No(t)te di congedo
Besa, La vallisa

“Abito il dubbio e gioco con il relativo. Coniugo inevitabilmente il paradosso e l’assoluto” – così Angela Giannelli si presenta in un personale esergo al libro No(t)te di congedo, dichiarando ambigui intenti, almeno come alibi di sicurezza. E Daniele Giancane, nelle sue conclusive “Note critiche”, sentenzia che “il bel testo di Angela Giannelli vive di queste formidabili tensioni, si muove come sull’onda di un crepaccio, cercando luci e lottando contro l’oscurità”. Un libro quindi, nel quale si può trovare quel che si cerca, se si sa come cercare.
Peraltro, già il titolo è un gioco linguistico – in cui si finge di prendere appunti per un’ultima notte d’amore… e l’amore è uno dei motivi conduttori di questo libro composito e compatto. Composito poiché l’autrice costruisce una serie di storie (non) sue, raccontando e facendo raccontare frammenti di esistenze altre che comunque la toccano e pertanto ci toccano. Compatto il libro lo è nello stile, nella padronanza stilistica che lo sorregge tutto, anche nelle diverse strutture metriche in cui si presenta; per lo più, i testi hanno però un andamento morbido, ampio, a volte quasi cantabile – ma è la canzone triste del blues, l’intimo canto che erompe a sfogarsi in un colloquio necessario. Esempio, “Partenza”, con le sei strofe di sette versi quasi tutti ipermetri: un poemetto a lasse lente e intense, dal patos circolare e irrisolvibile, intorno al “nostro essere stati ieri sulla pagina” che diventa la “nostra infame fuga dalle pagine”. Poesia metapoetica per dire quanto sia difficile credere di poter fissare nelle parole una storia e farne una storia.
Un altro esempio, la coppia speculare “Chiaroscuri” e “Destini”: come è facile raggiungere il destino semplicemente andandogli incontro con fiducia! senza tentare l’oroscopo (direbbe Orazio: “ne temptaris numeros!”), forse però “leggeremo di noi chiaroscuri destini”, scritti “in un saggio” malgrado l’impegno a non scrivere, perché il poeta comunque non può evitare di scrivere, e scrivere è il suo destino. “Sulle ali immortali salpiamo dalle rare / preziose parole / vive / scampate alle raffiche empie del tempo” – in un testo che si intitola “L’ultima poesia” e inizia con l’accorato appello (sfacciatamente retorico): “Andiamo via, ti prego, anima mia, / da tutta questa assurda inutile poesia”. Gioca finanche a farsi male, il poeta, rischiando di farsi credere sincero. Perché No(t)te di congedo è anche un omaggio più o meno esplicito – e con tante citazioni implicite ma riconoscibili – alla grande poesia di sempre, ai luoghi dell’anima, alle figure del mito.
Angela Giannelli mostra in queste sue note di notte, quanto consapevolmente non è dato conoscere, di avere una scaltra, scaltrita abitudine alla tessitura di trame liriche quasi automatiche. Le si dipana intorno – e lei vi si avviluppa – una serie di vicende ideali che diventano verso e verso, e costruiscono un “volo d’amore” che riappacifica persino con il dolore del mondo. Perciò giustamente il testo emblematico del libro è posto anche nel risvolto di copertina: “Canto V” si intitola ed è ovviamente una liberissima rilettura dantesca – ma si chiude con la folle brezza (specchio della infernale “bufera”) e un “fosco velo dei pensieri” di Francesca, che si “gela” nella domanda senza risposta: “di quali amori tu ancora m’ami?”.
In questo suo libro di totale coinvolgente passione, Angela invece lo sa, di quanti e quali amori… lei ama incondizionatamente.

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