Lo sguardo di Agnisola

 

Avvertimento del divino

 

Spiritualità, in arte, è parola da far tremare il critico (chi non abbia dimestichezza davvero con le radici dello spirito e sappia insieme leggere l’opera d’arte come emanazione dello spirito e non solo come esercizio di espressione), non è comunque il caso di un critico avveduto, e profondamente consapevole dei suoi mezzi (e insieme peraltro convinto della propria ideologia, della missione militante del critico), come può ritenersi Giorgio Agnisola. Al quale dunque non tremano i polsi, se scrive del sacro, se discetta di appartenenza artistica come risposta alle istanze profonde dell’animo. “L’artista palesa una sorta di intento missionario – scrive a proposito di Friedrich – che si specchia nella stessa concezione dell’arte”; e aggiunge: “L’oltre è innanzi tutto in noi, nel nostro intimo, nel cuore dell’artista e dello spettatore” – con ciò rimandando appunto al legame spirituale che deve crearsi, e verificarsi, tra produttore e fruitore dell’arte, affinché ci sia espressione e comunicazione, ricerca interiore che si fa dialogo e produce nuova spiritualità.

L’oltranza dello sguardo (in Friedrich, Monet, Cezanne) è uno di quei piccoli libri da usare come un vademecum, ogni volta che si avverta il bisogno di capire un po’ meglio come ci si debba comportare di fronte ad un quadro – ma per estensione si potrebbe riferire la tipologia dell’indagine di Agnisola anche ad altre forme artistiche. La sua proposta infatti, è più un metodo, è uno stimolo a guardare dentro (e non soltanto oltre, come dice lui).

In questo libretto critico – che si pone come un maestro privato, disposto a dare chiarimenti in merito a…  –  Agnisola raccoglie tre brevi saggi dedicati ai grandi dello spirito che gli sono congeniali: il romantico visionario Caspar Friedrich (di cui opportunamente, come emblema del libro stesso, si riporta in copertina il “Viandante sul mare di nebbia”, famosissima opera per il suo “avvertimento quasi panico dell’infinito”) in cui si avvertono un senso di incompletezza, una “indeterminatezza” di tipo leopardiano; poi Claude Monet, “l’occhio”, come venne definito, il maestro della luce, l’impressionista appassionato della “capacità trasfiguratrice che emana dalla nostra stessa vita e che lega l’interiore all’esteriore”; e infine Paul Cézanne, il cantore della Provenza, per il quale “il visibile non era lo spazio di un mistero in sé, ma il luogo dell’esplorazione di un oltre dominante e assolutamente imprescindibile”. 

I tre artisti esaminati hanno un carattere comune, che è lo sguardo sul mondo che si fa indagine per entrare nell’oltre-mondo, un “avvertimento del divino” (variamente inteso ed espresso, ma convinto senz’altro e perseguito come scopo creativo), che si fa specchio del reale in una dimensione quasi mistica: “porto in me tutte le bellezze che il mondo ignora o disconosce”… presunto epitaffio di Cézanne, questa frase potrebbe anche porsi come esergo del libro di Agnisola. “L’oltranza dello sguardo” potendosi intendersi proprio come la capacità di portare la vista oltre la materia che ci circonda, a vedere quello che abitualmente i più non sanno scorgere. Al tempo stesso, si può guardarsi dentro, e rifarsi così al pensiero classico, senecano e agostiniano insieme (insieme cercando e toccando il sé e il divino che si trasforma in “verità”, relativa o assoluta che sia).

Piccolo ma presentato in una pregevole veste tipografica, il libro che Agnisola pubblica con Il pozzo di Giacobbe (nella collana “Le forme e la luce”, in cui peraltro sta benissimo collocato per l’intento che lo anima e gli esiti cui giunge), è corredato da un prezioso – ancorché necessariamente limitato – album iconografico. Vi sono i quadri ai quali nella trattazione si fa riferimento, e costituisce uno strumento non secondario di conoscenza, uno stimolo a vedersi dentro, in chiave dichiaratamente religiosa (ma la posizione ideologica di Giorgio Agnisola è fin dall’inizio esplicita e chiude pertanto il suo libro in coerenza di sentire ed esporre): “L’occhio si collega con la mente, con la logica della visione, ma contemporaneamente si collega con l’anima, col modo di sentire la realtà, con il suo orizzonte di senso, approda a una ricognizione estetico-religiosa”.

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