I “fiori” di Jeph

Fiori d’amore, Manni 2009

Importa poco sapere se Jeph Anelli è davvero così esperto di fiori, se le centinaia di specie elencate, nominate e coltivate nelle sue immagini poetiche le conosce davvero… Ho pensato, leggendo e rileggendo il suo libro, colpito accarezzato sfiorato da tanti fiori, ho pensato, sollecitato solleticato dalla dolcezza dei tanti nomi, che appunto sia stata la sonorità, la musicalità dei nomi di tante specie floreali a dargli modo, oltre l’ispirazione, di costruire questo suo catalogo di Fiori d’amore: una specie di botanica per dongiovanni… Chissà, poiché Jeph è stato sempre impegnato nel sociale e pure attivamente in politica, nell’amministrazione della sua Maenza, chissà forse cercava – e ha trovato nel fresco profumo dei fiori – un mondo altro in cui rifugiarsi, una più raccolta intimità, in cui trovare più consone soddisfacenti dimensioni esistenziali e farne dono prima di tutti a se stesso. Ma chi legge di questi fiori se ne innamora. Si scrive sempre per gli altri, per lettori sconosciuti ai quali si dà testimonianza di sé, ma se si colgono fiori, tenerli solo per sé saprebbe di sterile narcisismo, una forma quasi di onanismo intellettuale.
Questa premessa serve a comprendere come sia facile entrare nella testa di un poeta e trovarvi qualcosa che ci appartiene, che è di noi lettori, più che sua. E i critici, militanti o storici che siano, a volte non sanno pensare semplicemente con la loro testa e argomentano secondo categorie generali facili da affibiare a chiunque. In questo caso, di fronte ad un’opera fuori dal comune, ben altre categorie di pensiero e di analisi sono necessarie; soprattutto, ben altra testa – Jeph impone una attenzione superiore, una disponibilità ai limiti dell’eccesso, chi voglia realmente godere della sua proposta poetica, quanto diversa dalle sue prove precedenti! Si pensi almeno allo sperimentalismo nichilista di un libro come Finitudini (che è del 2001).
Né storia né scienza: vorrei subito contraddire l’autorevole professore che firma la nota in copertina dei Fiori d’amore. Caputo sintetizza radicalmente un pensiero e per amor di sintesi rischia di fuorviare dal punto di vista sotto il quale conviene invece guardare questo libro straordinario di Jeph Anelli. Straordinario sì, perché scritto in modo inusuale, come ogni libro di poesia degno di questo nome, ma normalissimo – sempre com’è ogni libro di poesia – perché, semplicemente, è un libro di vita, e la vita, si sa, è semplicissima da raccontare, per chi sappia come viverla (che poi non significa saperla vivere – ma proporla a modello sì, e per questo appunto è poesia).
Ho cominciato a leggere Fiori d’amore spigolando in quel giardino rigoglioso in cerca di fiori conosciuti e curioso di conoscerne altri – in verità all’inizio pensavo proprio di trovare dei fiori ispirati o che ispirassero amore. Ma questo libro non è un catalogo, una sistemazione floreale, nel senso che ci si possano trovare classificati tanti fiori (a parte l’inganno dell’ordine alfabetico). Qui piuttosto si respira profumo di parole, qui sono le parole che si fanno immagine e – poiché comunque si allude ai fiori – le parole/immagine si fanno anche odore, finiscono per emanare profumi. Ed è il profumo della vita, ciascun testo essendo un frammento di vita messo quasi sottovetro o custodito fra le pagine – come una volta si faceva con una foglia, o un fiore, qualche petalo/frammento di memoria… Il senso dell’operazione poetica di Jeph Anelli potrebbe essere questo – certo è una delle più probabili chiavi di lettura del suo libro.

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