La luce di Pasquale Di Ciaccio

Una geografia dell’anima

La luce blu è uno di quei libri in cui la trama finisce per interessare poco, la trama come successione di grandi fatti e intersecazione di fatterelli di contorno: qui è tutto di contorno e tutto diventa grande (la nitidezza di certi episodi li scolpisce nella pagina cesellandone i particolari). I personaggi principali sono sommersi da una pletora di figuranti, da un vero coro di compaesani che ne scandiscono i giorni, impotenti ad impicciarsi dei fatti propri – tipico di certi paesi, o di certi rioni di città anche grandi. Nella Gaeta “d’altri tempi”, che Di Ciaccio racconta con abilità estrema di conoscitore disincantato e testimone addolorato (ricordiamo che è stato anche giornalista pungente, elzevirista di taglio classico), in quella Gaeta di Via Indipendenza che della città è rimasta forse la parte meno contaminata dalle successive trasformazioni urbanistiche, l’esistenza ha ritmi lenti e si svolge in attesa di scadenze ineluttabili, come il mutare delle stagioni, e le feste religiose.
La storia minima di un borgo del secolo scorso (qui siamo tra le due Guerre, negli anni Venti ricchi di contraddizioni sociali) si snoda e si riannoda continuamente attraverso i racconti di Lorenzino e Nunziatina, di Giannetta e don Diego, e Rosetta e Nanninella e Pietruccio… È passato quasi un secolo, adesso, da quei racconti, eppure sono vivi e balzano prepotenti sulla scena quei protagonisti con tutte le loro vicende variamente intrecciate, consegnati alla memoria custode che illumina quei vicoli di Via Indipendenza, cuore del vecchio Borgo. Solo sullo sfondo si avverte l’eco delle trasformazioni in corso: le ferite della guerra, l’emigrazione, l’affermarsi del fascismo; i problemi della pesca, il commercio, l’apertura della direttissima Roma-Napoli.
Di Ciaccio appare in un cantuccio a suggerire, orchestrare, fa finta di non esserci, vorrebbe fare il narratore onnisciente alla maniera verista, e finisce un po’ per somigliare al Bernari di Speranzella (tanto per trovare affinità caratterizzanti), ma poi non è necessario cercare archetipi o modelli – il suo stile è il suo, fluido, sapido, essenziale. Quasi un limite, secondo una certa critica; un pregio, secondo altri, proprio per la capacità di affrescare immagini a tinte forti e con tratti decisi, o (se l’episodio ha i toni dimessi del sentimento meno esibito) con i tenui pastelli di un acquarello alla Mario Magliozzi.
La luce blu che dà il titolo al libro è quella di un abat-jour, di un civettuolo abat-jour tanto desiderato da Giannetta (eternato in una canzone allora di moda). Egregiamente rappresentativo, questo titolo, della volontà dell’autore: Di Ciaccio avrebbe potuto anche puntare su un effetto diverso, sulla storia di Saverio e Nunziatina, ad esempio, che in effetti chiude la narrazione e diventa emblematica di una salvezza meritata dopo tempi duri e sofferti con dignità. C’è in questa conclusione “un senso di sconfinato perdono per tutte le debolezze umane che hanno travolto uomini e cose…” (anche se forse non c’è la “venatura di religiosa accettazione” che ci vedeva Nicola Napolitano – Di Ciaccio è più vicino a Verga, a Dickens, magari).
Per raggiungere il suo scopo, Pasquale Di Ciaccio adopera strumenti espressivi e linguistici da “maestro”, specie nell’arte della similitudine, rischiosa ma risolta e tratteggiata con eleganza e semplicità. Il linguaggio sa di evidenti prestiti gergali, comunque opportuni nella descrizione di ambienti e situazioni dei vichi gaetani (si potrebbe estrapolare un piccolo trattato di glottosociologia); ma sa pure di alte frequentazioni letterarie – e il nostro autore, anglista di spessore, non certo nasconde le proprie conoscenze.
La Gaeta raffigurata in La luce blu è quella di cui Di Ciaccio ha sempre parlato, raccontandone la storia – civile, sociale, antropologica, culturale – nelle sue varie pubblicazioni (narrative e giornalistiche): è la Gaeta un po’ accidiosa che non riesce a scuotersi di dosso il peso di una storia gloriosa che l’ha resa famosa ma non le appartiene più, e fatica ad entrare in una storia nuova dalla quale viene invece progressivamente emarginata.
Lacerti di vitalissima umanità costituiscono il connettivo da cui La luce blu è sorretto, le nervature di un discorso esistenziale al quale possiamo affidarci, sicuri di trovarvi intatta la dimensione umana che ci appartiene: qui siamo vivi anche noi, tutti interi con le nostre debolezze e le nostre illusioni, le nostre magagne e le pene che a quelle conseguono; ci siamo noi, aggrappati allo scoglio, sospesi sul dirupo… una mano ci salverà, quella del nostro simile che saprà riconoscere nei suoi problemi i nostri e ci aiuterà a risolverli, insieme. Perché è la solidarietà la molla che ci spingerà oltre, oltre la banalità del male, oltre la precarietà del quotidiano.

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