Carlino parla di poesia …con i poeti

Una eredità da condividere

Ecco subito chiaro quando e perché un libro non ha scadenze, meno ancora se è un libro di poesia o dedicato alla poesia, in forma di analisi, com’è questo saggio del professor Carlino (beati sempre i suoi studenti), e per di più analisi composte come fossero intimi colloqui a sistemare imponenti bagagli di conoscenze critiche.
Il professore scrive – e probabilmente fa lezione – come chiacchierasse con amici alla pari (presumendo a volte che sappiano abbastanza per seguirlo o per lo meno abbiano predisposizione a sintonizzarsi sui suoi canali espressivi) – in ogni caso svaria continuamente nei registri e si arrampica su citazioni e rimandi, scende nei testi e sconfina nei contesti, e propone penetranti chiavi di lettura e sistema interpretazioni a confronto.
I “dodici osservati speciali” del titolo sono – raggruppati in tre quartine – appunto dodici poeti del primo Novecento, legati “nello spazio dello straniamento, della critica, del disincanto” (cioè Palazzeschi, Govoni, Lucini e Gozzano), oppure “tra inquietudini di scrittura e scosse di linguaggi” (e cioè Rebora, Campana, Sbarbaro e Cangiullo), o “in uscita dall’avanguardia” (cioè Montale, Saba, Ungaretti e Pavese).
Come si vede dalla scelta degli autori “osservati” e dai titoli delle sezioni del libro in cui sono raccolti, questi “atti di analisi testuale” di Marcello Carlino vogliono essere una specie di storia (e microantologia) critica della poesia italiana del Novecento per grandi categorie e piccoli esempi. Perché il professore vi riversa fiumi di conoscenze e tutta la sua passione di studioso, insieme alla volontà di proporre ad un pubblico medio, colto e disponibile, uno strumentario (si sarebbe detto una volta) adatto a scernere per proprio conto altri valori, in altri autori, altre mode, o tematiche o correnti letterarie.
Ecco perché un libro come Dodici osservati speciali non ha scadenze, potendosi anzi assumere come fondamento per la critica a venire, ricco infatti com’è di proposte interpretative e di metodologia applicata. Carlino d’abitudine – comme il faut, del resto – parte dai testi quando parla di un autore, e sceglie un testo, qui, per ciascuno dei suoi “dodici osservati”, lo assume come emblema di poetica e per l’appunto ne osserva – a carte scoperte – le fattezze formali e il carattere del contenuto.
Poiché Carlino ritiene giusto, anzi opportuno, dovuto, “che si vada a vedere, scoprendo tutte le carte del gioco (quel che è giusto chiedere, ormai senza benevolenze preventive o deferenze verso gli intoccabili di qualunque schiera… per tracciare il bilancio di un secolo di letteratura)…”. Questo è detto a proposito di Sbarbaro, nel saggio “Il passo del sonnambulo”, in cui sono altissimi momenti di riflessione che non è solo critica, potendovisi avvertire e cogliere evidenti lacerti di confessione da lettore incallito eppur sempre disposto a leggere con genuino impegno in cerca di nuove suggestioni.
L’impegno che è garanzia di serietà professionale e onestà intellettuale, per cui bisogna credergli e lasciarsi convincere, come quando propone, parlando di Ungaretti, che “la lezione prima di Silenzio si intende e si prende per la più autorevole”, dopo aver comunque mostrato e spiegato di quella poesia “le successive varianti o correzioni”.
Un metodo, quello di Carlino, che consente – a lui ed ai suoi lettori (ed agli autori studiati, qualora siano i fortunati che egli, generoso di sé, premia con una sua presentazione o recensione), di percorrere dall’interno l’ordito e la trama di un testo e poi, per successive aperture, il formarsi di una poetica e in definitiva di un processo costruttivo più ampio che è la crescita di un poeta.

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