Galluccio in “verticale”

Scendere (o arrampicarsi) per le Verticali

di Bruno Galluccio

 

 

Curioso di sapere quanto tempo occorra per scrivere un libro così, lo ho riletto con interesse crescente e sorprese appaganti nel dipanare sensi e sensazioni… Un libro apparentemente frammentario e invece estremamente compatto, articolato com’è in una continua, incisiva, percussiva analisi di sé nel divenire del mondo. “Da dove cominciare da dove / tentare di dividere il sé dal mondo”… scrive Galluccio all’inizio della sezione che dà il titolo al libro: la poesia è scavo, insieme discesa e ritorno, è osservazione e descrizione, distacco necessario per meglio definire, è il cannocchiale e pure (lo scrisse Macchia a proposito di Pirandello) il cannocchiale rovesciato usato come un microscopio a distanza.
Qui si scende in verticale proprio per scavarsi dentro, dentro la casa costruita che si è, e che si deve custodire nelle migliori condizioni. La casa è una delle metafore ricorrenti (“casa calice”, “casa austera”…), in questo Verticali di Galluccio, il quale sa bene come costruire e come trasmettere messaggi… sa come proporre in maniera quasi casuale, o criptica, le figure pregnanti della retorica, facendone – in un tessuto espressivo che a volte scivola (indolente ma comunque coinvolgente) verso i livelli della prosa – un uso accorto ma evidente, almeno per chi abbia la pazienza di leggerlo per comprendere dei suoi testi non i significati, non quelli soltanto, ma le valenze strutturali che li sorreggono e li proteggono proprio dalla (rischiosa) facilità di comprensione.
Possiamo avvicinarci alla lettura, allo studio di questa raccolta (peraltro simmetricamente suddivisa in sezioni che costituiscono due parti equivalenti: “Piano di emersione” [comprende 25 testi], “Proiezioni” [19 testi], poemetto “Georg Cantor matematico”, “Verticali” [43 testi] = 44+1+43), possiamo cercare un approccio leggendo qualche testo esemplare.
“Si può scrutare nel proprio passato” [è a p. 21 (e alla pagina precedente c’è: “trovare nella tua cornice presente il mio passato” che della successiva è l’inquieta premessa logica)]. La volontà di rileggersi nel passato è di chi fa bilanci senza turbamenti (“Non ho paura dei fantasmi del passato / posso evocarli se voglio / farmi due chiacchiere con loro e poi / riporli nell’armadio tranquillamente / – sono amici ricchi di esperienza”…). Il verso centrale, “Protetto dall’oscurità degli anni luce”, fa da perno nel testo (uno dei più brevi e significativi del libro) con un doppio ossimoro (protetto/oscurità e oscurità/luce). Il finale è conseguente, in coerente chiusura del circolo riflessivo: “ogni tristezza o amore / mostra intera la sua orbita”: solo a distanza di tempo si può cogliere di un momento vissuto l’intensità, la densità, la complessità, e l’armonia, che si fa nostalgia, che stempera in malinconia ogni follia – così il “passato” è interamente leggibile, come un cielo stellato: ogni episodio è fatto stella, costellazione (da notare: in “forma d’astri” c’è già “tristezza” e “amore”).
“Rieccoti a casa. Fuori il fresco…” [p. 49] L’intreccio delle anafore (fuori, qui, qui, fuori, fuori, fuori) è segno di riposo raggiunto, desiderato approdo oltre le procelle della vita, rimaste “fuori”, appunto (dove “l’aria è straniera / e il crepuscolo non è diverso dal temporale”), mentre “qui nella casa” (fra “l’odore di bollito” e “i libri allineati”) si respira un’aria conosciuta (un “docile incendio”, forse un caminetto di sapore ungarettiano, e i libri “obbedienti / sommersi di richiami” – è qui che si può tornare a credere in sé, dopo aver ripreso contatto con le usate cose, “la tua roba”). L’umido torna anche altrove a segnare un’atmosfera “arresa” e “deperibile”, indizio di malessere non sempre risolvibile.
“Non ho sonno. Non so pregare” [p. 103: l’ultima] Anche qui c’è una casa/rifugio, una casa “guscio”. Però inquietante come è inquietante il sogno in cui si galleggia, in una dimensione altra che è “la solitudine di ogni singola onda”, ed è “terra friabile” e “rena scardinata”… Qui ci sono scale ma non ci sono, e c’è un domani cui non si crede (poiché troppo simile a oggi); non resta che accettare la condizione di emarginato, di volontario esilio nel quale “le orecchie sono pietre”.
Allora si cerca addirittura di tornare a “zero”, si cerca di annullare le distanze dall’età dell’oro, l’età dell’“emozione” – e “da qualche parte deve pur esserci un punto / di inversione / uno zero graduale / un segno che c’eravamo stati”. Il recupero del prima si fa imperativo da assolvere, la ricerca scientifica, quasi, dei nessi mentali che ci uniscono a chi fummo, ora quasi perduti nel magma ascendente di un’esistenza faticosamente conquistata. E in verticale si tende al silenzio, altra parola chiave di questo libro, si tende alla notte che è sogno, che è l’antitesi della luce, e la luce non sempre è “incontro”, non sempre aiuta a scorgere coordinate.
“Non abbiamo più lo spazio per incontrarci”… “sotto la volta ci cercammo accuratamente da non incontrarci”.

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