Una proposta: Bianca Madeccia

“Ci sono una desolazione da fine del mondo e insieme un pathos da tragedia greca in queste poesie” – così M.Grazia Calandrone presenta sulla rivista “Poesia” di Crocetti la silloge “Variazioni sul buio” di Bianca Madeccia, una silloge di 15 testi che dovrebbero essere in nuce il prossimo suo libro. Intanto accontentiamoci di queste primizie dense e sofferte, se è vero che ci si deve leggere pathos e desolazione… In effetti il pathos è evidente, a vista, per la versificazione (una volta si sarebbe detta magmatica) di Bianca, per il suo procedere oratorio quasi, nell’enfasi della prosa lirica più che in una scansione metrica riconoscibile. Non che sia importante la forma… ma certe volte la forma è sostanza…
Snuda la spada, Bianca, la spada della penna che forgia parole (e siano parole “lampi” – lo stilema ripetuto a breve distanza rafforza la forza dell’immagine), snuda il proprio essere e lo esibisce come un trofeo a monito per chi verrà. Per chi leggerà – ma chi leggerà di questo pane si nutrirà per la vita.
Come
il pane
di ieri
quando è buono
la poesia
è buona
domani
ma chi ha fame
la mangia in fretta
oggi
senza gustarne
a fondo i sapori 
La parola “pane” ricorre anche nella poesia di Bianca, ma per gustarla bisogna accomodarsi a tavola senza avere fretta: per “masticare visioni” insieme a lei ed esserne vivificati [“diverso è l’idioma non la fame che abbiamo”…]. Perché “al di là della luce malinconica e incerta / qualcosa non regge”… e bisogna cercare con calma, scrutare, penetrare il buio che circonda il nostro buio esistenziale. In queste Variazioni sul buio peraltro il buio non è che si veda tanto, ma si intuisce un buio interiore dal quale nemmeno si cerca di uscire convinti – anzi, alla fine, mentre “il mondo si dissol[v]e in una musica cupa”, “la morte benvenuta accoglierà tutti i sogni intatti”. La visione poetica diventa un altro mondo, una primitività proiettata in una specie di medioevo prossimo venturo, la terribile premonizione di quel che potrebbe accadere se… ecco il dilemma, il dramma, della poesia: siamo noi le “vittime dei roghi di questa implacabile chiaroveggenza”; che cosa faremo – se dobbiamo “accettare l’evidenza della bellezza svanita” – per reagire e riaffermare la nostra dignità?
La poesia però non pone domande: propone risposte. Qui le risposte ci sono, anche se sono dure da accettare: siamo ridotti male, in questo mondo, “parole e atti sono stati registrati nel libro dell’ossario” e “quando saremo pronti ad accogliere la luce”, usciti da questo buio che è il vuoto esistenziale in cui siamo adagiati (parodistico ossimoro sinestesico!) riusciremo a riscoprire la nostra identità di angeli. Se ora “le voci degli uomini non giungono al cielo / ma è una storia troppo lunga per iniziarla ora” (ed è bellissimo questo parlare in prosa per dire cose così poetiche), se le parole si spengono e i loro suoni si dissolvono “in una musica cupa”, è il momento di riappropriarsi dell’alfabeto, è tempo ancora una volta (per me è una vera ossessione) che “i poeti facciano la poesia onesta”, che siano onesti, almeno loro, riconquistando per tutti, per tutti coloro che sapranno leggere dentro di sé attraverso le parole del poeta, riconquistando il bene dell’uomo: la capacità di essere veramente chi si è nel dirlo a chi sappia riconoscerlo [“verità di fame”], nel fuoco dei giorni, nella comune aspirazione alla luce della chiarezza nei rapporti umani:
legati in un progetto esistenziale
che è libertà in forma di parola

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