Premio “Venafro”

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Ecco la copertina del volume – premio del concorso letterario “Venafro” edizione 2009, vinto da Giuseppe Napolitano con la silloge dedicata al viaggio in Macedonia dello scorso ottobre. Il titolo (Ditet e Naimit) e il sottotitolo (“Tetovo 2008: diario di viaggio”) ricordano appunto quella esperienza.  La soddisfazione per il risultato conseguito è accresciuta pertanto dal poterlo condividere idealmente con tutti gli amici conosciuti in quell’occasione e ricordati nelle 33 poesie che compongono la raccolta.

La giuria del Premio era composta da Gerardo Vacana, presidente (e autore della intensa prefazione al libro), Amerigo Iannacone (fondatore), Ida Di Ianni, Luciano D’Agostino, Domenico Adriano, Luisa Inpinto.

La cerimonia di premiazione si è svolta nella storica cornice del Castello Pandone di Venafro. C’è stato anche un premio speciale per il giornalismo culturale dedicato al Molise, assegnato a Adriano Petta. La serata – prima della tradizionale cena – è stata conclusa da un concerto delle giovani ma brave Annachiara Pedicino al flauto e Loredana Venditti al piano.

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2 Risposte to “Premio “Venafro””

  1. Aldo Cervo Says:

    Una riflessione di poetica

    A proposito delle liriche Meraviglia e Abdellatif, rispettivamente alle pagg. 36/37 del volume, vale la pena soffermarsi, a chiarimento, sul concetto di poetica che vi affiora.
    Dice Abdel (in Meraviglia, vv.8/14):

    non è la lingua lo strumento del poeta
    né il poeta strumento di una lingua:
    egli scolpisce in una lingua la propria
    ed è la sua voce
    – fregarsene
    meglio ancora della lingua e ricrearla
    in una dimensione ludica.

    Fa da contrappunto, in omonimo carme, Abdellatif (vv. 6/10):

    Chi scrive – dice – è solo a metà strada
    E il lettore soltanto lo completa

    “è un patto scrivere
    fra i miei valori
    e la parola che va verso i lettori”.

    Può sembrare che i passi riportati veicolino due concetti divergenti di poetica: propenso – il primo – alla creazione in ogni poeta di un linguaggio proprio, inedito, personalissimo; il secondo – imperniato sul rapporto interattivo poeta – lettore, con il lettore che riprende persino, e completa il discorso che il poeta ha solo per metà sviluppato.
    Mentre dunque Abdel sembra riesumare un provenzaleggiante trobar clus, inevitabilmente ostico ad approcci esterni, in nome dell’emancipazione del poeta dalla schiavitù delle lingue codificate, Abdellatif sembra riproporre strumenti linguistici condivisi, quindi non esasperatamente riformulati, pena l’isolamento del poeta e, del medesimo, l’interrompersi a metà dell’opera creativa.
    A parer mio, alla luce poi della stessa opzione formale dell’autore Napolitano, così aperta al registro conversativo (se si conversa, si presuppone almeno un interlocutore che ci possa capire), si può ben dire che in realtà la divergenza è solo apparente. In sostanza la posizione “rivoluzionaria” di Abdel non è che ribadimento di una antichissima verità, per la quale non c’è poeta – meritevole, ovviamente, di tal nome – che non abbia conferito una fisionomia propria alla propria produzione artistica.

  2. l'autore Says:

    Intanto devo precisare che Abdel e Abdellatif sono la stessa persona: Abdellatif Laabi, il poeta premiato col titolo di “poeta dell’anno” al Festival “Ditet e Naimit” lo scorso anno (ho usato io il nome abbreviato!) – ma l’osservazione di Aldo è giusta e mi trova concorde: il poeta è tale quando sperimenta una sua espressione, che però dovrà necessariamente misurarsi con un lettore, più o meno ideale, al quale dunque rendere conto del proprio sperimentare…

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